Da Sonetti dell’evasione punita

Lo psichiatra
Si limita a capire, spiega, spezza
come in una morgue, fuochi e dettagli,
punti e intralci di una mappa strategica,
non salva, non vince contro la morte.
È una preghiera a suo modo, la mano
che tira i dadi, cifre improvvisando,
tiene a galla alternanze, andirivieni,
teoremi, tenta una lingua, delimita.
Fa ombra dove il raggio colpisce a saetta,
toglie i chiodi, allenta le fissità,
rende neutri gli specchi e i meccanismi
di proiezione. Definisce gli echi,
soccorre le unioni in preda al degrado,
toglie il continuum sacro, non guarisce.
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Postpsichiatria
E non è cadere, non più, radice
di precipizio, casa muta e lotta
del silenzio, dio parola in parola,
ciclostile inceppato, né le antenne
si associano a segnali, una radura,
pietra di fiume, cronache vergate
per penitenze. La vita è di un giunco
di palude. E le mani sono strette
di sangue tra le nebbie. E il grido amaro
resta quieto come morto, una stuoia
sulle acque, un rifiuto di superficie.
Vaga in un limite la mente, enumera,
concatena, si ascolta e si distingue,
le ore è un chiedere a tamburo chi è assente.

