OGNI PROSSIMA MATTINA DI QUESTA VITA NEL MONDO. Stefano Massari

William Congdon

(antefatto)

con il cuore stanco

con un cristo conficcato dentro

sfigurato e bastardo

con la paura in bocca

e il tavolo sporco di cenere e pianto

con l’odore dei figli

nei vestiti abbandonati sul letto

con gli occhi abituati al buio

e le finestre sbarrate per paura

dei topi dei servi e del caldo

con le unghie masticate fino all’alba

e tutto il nervo del secolo addosso

io non ho più fede in niente

ma non posso

Nicola Samorì

**

a carlotta

ma tu che sei con me ogni giorno chi dici chi io sia?

**

(roma – corale)

I

chiunque tu sia perduto dio incompiuta bestia divisa in due

straziata abbandonata sul lato buio della strada in festa

prendi questa città gloriosa prendila intera

II

anni alveari aspettano ancora una corda un tumore una pietà

la parola fortuna sulle labbra rotte delle madri le mani

imputridite dei mercati un colore di gessetti per saltare una felicità

III

bambini aghi uscivano in girotondo con la testa tra le fiamme

attraversavano da soli la sete dei cani i rifiuti scavati

con un atto di vertebre l’alba che urlava tra le reti e il dovere

di restare divisi ma sempre ritornavano insanguinati e randagi

IV

passava allora nuda la bellezza siringa lasciava liberi i dorsi

le braccia immense sui muri gli orli del male i ballerini

della polvere con la pioggia nel bicchiere secoli di lucertole

da liberare

V

ossa e odore delle altissime maestre cattedrali dei corpi

magrissimi fratelli in posizione di urina e rivoluzione

iniziava obliquo l’odio la sorte liquida radiante l’ordine

dei bastoni sottopelle

VI

anni e anni precipitati su ogni strada come una pelle

seminata incandescente colori perfetti come lame interminabili

e croci e nervi poi pugni e perdoni sputi e rossetti spighe

tra i seni e i castighi

VII

la pioggia nelle unghie ovunque e immane confidava

compiti segreti e numeri solo a noi dentro ogni nostra

corsa rituale in memoria di colonne di destini e di niente

e l’arcobaleno improvviso come un ringhio come una legge

VIII

predatori puri di libri monete ferite labbra e madonnine

e fiori morti nei vasetti e lapidi che vomitavano parti taciturne della terra

e nenie di piccoli animali infetti senza fine

IX

l’iride era bella spalancata e forte controsole perché era cieca

e cieche anche le finestre in posizione di potere e protezione era dolore

un’intera vendetta che aspettava nelle vene

X

sette doveri altissimi decidevano nei corridoi parlavano

di una parte di guerra e una di azzurro e l’altra di sabbia

da masticare piano consolando il riflesso nero delle maree

la pelle paziente e femmina del collo la grazia avverata

prima del coro lunghissimo buio

XI

i martelli controllano ancora giurano sui capillari fossili nemici

sui cunicoli di muro in muro sui testimoni troppo alti

con troppo odio da spartire e ferro reciso in gola per gioco

comunione e disperazione chi piangeva imparava a scomparire

noi ci coprivamo i polsi a turno

XII

alzavano il nome i signori biforcuti le nuche piegate al pasto

dei volenterosi le case rabbiose le gratitudini discepole e affamate

le leggi di falciare le vene e le grandi femmine sovrane le schiene

dei viscidi inginocchiate ovunque

XIII

uscivano dai tribunali popoli diventati infami malati in marcia

pieni di vendette corpi giovani che urlavano nelle bende

comandavano gli uomini di pace e i loro eserciti leccavano bastoni

XIV

giorni e giorni che dividevamo tra l’urlo e l’olio sui piccoli piedi

delle croci l’ordine obbediente degli allarmi gli animali atroci

di orecchini e incesto i crani di fratelli e sorelle liquefatti

troppo presto troppo presto

XV

belli erano i sognati i loro carnevali colori il vento potente

vedetta e abbraccio la grandine furiosa portagioia unico lampo

liberato di vetro in vetro come non fossimo mai stati vivi

ingrati impauriti

XVI

poi cercavamo solo i morti credevamo solo ai piccoli sassi

sotto i ponti alle unghie sporche e sconosciute della notte

che ci scavava i corpi

XVII

chiunque tu sia allora sillaba contro sillaba corpo madre cardinale

giura che posso ancora pronunciare questo ennesimo addio

curvo come un diluvio un digiuno una febbre un calendario

di prede e regole del bene che finalmente posso entrare

nell’unica tua temperatura dell’alba perfetta e finale

(temperatura dell’alba citazione di un verso di Carlotta Cicci)

**

Nicola Samorì

[quel tratto esatto del ponte controvento

che stringe il passo alle acque sporche

eterne hai detto ridendo ricongiunta a me

ora che tutto è vero che insieme liberiamo

i troppi nomi dati alla morte e che mai

ci hanno uccisi alla fine e qui davanti alla città

riunita intera nelle mani nostre che fanno piano

ancora che imparano a cercarsi sapendo

che tutto è raggiunto che tutto comincia

adesso]

*

[poco prima di te

ho unito le mani lavato le poche cose rimaste

ho spezzato il volto finalmente ho fumato

ho salutato sul calendario qualche nome tra i salvati

gli odiati gli abbandonati ho guardato il lago

spalancato sopra l’unica stanza il buco

nella parte giusta del letto e ho detto addio]

*

[poco prima di te

c’è una posizione ferma della morte

come unica testimone illuminata

laddove lottano gli ottusi i bisognosi i puniti

allora tutta una stagione stanca

esce da quella voce la sola che conosce

l’ultima distanza prima del luogo

dove ci lasceranno innocenti un attimo

di calma enorme da riconoscere ma semplice

da custodire ogni prossima mattina di questa vita nel mondo]

William Congdon

*I testi sono tratti dal libro inedito Macchine del diluvio.

Stefano Massari

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