
(antefatto)
con il cuore stanco
con un cristo conficcato dentro
sfigurato e bastardo
con la paura in bocca
e il tavolo sporco di cenere e pianto
con l’odore dei figli
nei vestiti abbandonati sul letto
con gli occhi abituati al buio
e le finestre sbarrate per paura
dei topi dei servi e del caldo
con le unghie masticate fino all’alba
e tutto il nervo del secolo addosso
io non ho più fede in niente
ma non posso

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a carlotta
ma tu che sei con me ogni giorno chi dici chi io sia?
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(roma – corale)
I
chiunque tu sia perduto dio incompiuta bestia divisa in due
straziata abbandonata sul lato buio della strada in festa
prendi questa città gloriosa prendila intera
II
anni alveari aspettano ancora una corda un tumore una pietà
la parola fortuna sulle labbra rotte delle madri le mani
imputridite dei mercati un colore di gessetti per saltare una felicità
III
bambini aghi uscivano in girotondo con la testa tra le fiamme
attraversavano da soli la sete dei cani i rifiuti scavati
con un atto di vertebre l’alba che urlava tra le reti e il dovere
di restare divisi ma sempre ritornavano insanguinati e randagi
IV
passava allora nuda la bellezza siringa lasciava liberi i dorsi
le braccia immense sui muri gli orli del male i ballerini
della polvere con la pioggia nel bicchiere secoli di lucertole
da liberare
V
ossa e odore delle altissime maestre cattedrali dei corpi
magrissimi fratelli in posizione di urina e rivoluzione
iniziava obliquo l’odio la sorte liquida radiante l’ordine
dei bastoni sottopelle
VI
anni e anni precipitati su ogni strada come una pelle
seminata incandescente colori perfetti come lame interminabili
e croci e nervi poi pugni e perdoni sputi e rossetti spighe
tra i seni e i castighi
VII
la pioggia nelle unghie ovunque e immane confidava
compiti segreti e numeri solo a noi dentro ogni nostra
corsa rituale in memoria di colonne di destini e di niente
e l’arcobaleno improvviso come un ringhio come una legge
VIII
predatori puri di libri monete ferite labbra e madonnine
e fiori morti nei vasetti e lapidi che vomitavano parti taciturne della terra
e nenie di piccoli animali infetti senza fine
IX
l’iride era bella spalancata e forte controsole perché era cieca
e cieche anche le finestre in posizione di potere e protezione era dolore
un’intera vendetta che aspettava nelle vene
X
sette doveri altissimi decidevano nei corridoi parlavano
di una parte di guerra e una di azzurro e l’altra di sabbia
da masticare piano consolando il riflesso nero delle maree
la pelle paziente e femmina del collo la grazia avverata
prima del coro lunghissimo buio
XI
i martelli controllano ancora giurano sui capillari fossili nemici
sui cunicoli di muro in muro sui testimoni troppo alti
con troppo odio da spartire e ferro reciso in gola per gioco
comunione e disperazione chi piangeva imparava a scomparire
noi ci coprivamo i polsi a turno
XII
alzavano il nome i signori biforcuti le nuche piegate al pasto
dei volenterosi le case rabbiose le gratitudini discepole e affamate
le leggi di falciare le vene e le grandi femmine sovrane le schiene
dei viscidi inginocchiate ovunque
XIII
uscivano dai tribunali popoli diventati infami malati in marcia
pieni di vendette corpi giovani che urlavano nelle bende
comandavano gli uomini di pace e i loro eserciti leccavano bastoni
XIV
giorni e giorni che dividevamo tra l’urlo e l’olio sui piccoli piedi
delle croci l’ordine obbediente degli allarmi gli animali atroci
di orecchini e incesto i crani di fratelli e sorelle liquefatti
troppo presto troppo presto
XV
belli erano i sognati i loro carnevali colori il vento potente
vedetta e abbraccio la grandine furiosa portagioia unico lampo
liberato di vetro in vetro come non fossimo mai stati vivi
ingrati impauriti
XVI
poi cercavamo solo i morti credevamo solo ai piccoli sassi
sotto i ponti alle unghie sporche e sconosciute della notte
che ci scavava i corpi
XVII
chiunque tu sia allora sillaba contro sillaba corpo madre cardinale
giura che posso ancora pronunciare questo ennesimo addio
curvo come un diluvio un digiuno una febbre un calendario
di prede e regole del bene che finalmente posso entrare
nell’unica tua temperatura dell’alba perfetta e finale
(temperatura dell’alba citazione di un verso di Carlotta Cicci)
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[quel tratto esatto del ponte controvento
che stringe il passo alle acque sporche
eterne hai detto ridendo ricongiunta a me
ora che tutto è vero che insieme liberiamo
i troppi nomi dati alla morte e che mai
ci hanno uccisi alla fine e qui davanti alla città
riunita intera nelle mani nostre che fanno piano
ancora che imparano a cercarsi sapendo
che tutto è raggiunto che tutto comincia
adesso]
*
[poco prima di te
ho unito le mani lavato le poche cose rimaste
ho spezzato il volto finalmente ho fumato
ho salutato sul calendario qualche nome tra i salvati
gli odiati gli abbandonati ho guardato il lago
spalancato sopra l’unica stanza il buco
nella parte giusta del letto e ho detto addio]
*
[poco prima di te
c’è una posizione ferma della morte
come unica testimone illuminata
laddove lottano gli ottusi i bisognosi i puniti
allora tutta una stagione stanca
esce da quella voce la sola che conosce
l’ultima distanza prima del luogo
dove ci lasceranno innocenti un attimo
di calma enorme da riconoscere ma semplice
da custodire ogni prossima mattina di questa vita nel mondo]

*I testi sono tratti dal libro inedito Macchine del diluvio.

