Rose di Rainer Maria Rilke
(traduzione di Lucetta Frisa)

I
La tua freschezza ci meraviglia,
rosa gioiosa
che in te richiusa
petalo dentro petalo, riposi.
Corpo tutto svegliato dove dorme
il centro e innumerevole si tocca
la tenerezza del suo cuore muto
e sfocia nell’estrema bocca.
II
Ti vedo, rosa, libro dischiuso
che tante pagine contiene
di minuscole felicità
che nessuno saprà. Libro-sirena
che il vento apre, libro da leggere
a palpebre chiuse…
Dove farfalle dalle stesse idee
nascono confuse.
III
Rosa, tu cosa in assoluto compiuta
infinitamente chiusa
e diffusa infinitamente, testa
di un corpo per troppa dolcezza assente,
niente ti assomiglia, essenza suprema
di questo incerto esserci:
e iI tuo profumo aggira
l’amoroso spazio dove entriamo appena.
IV
Eppure noi stessi chiedemmo
di colmare il tuo calice:
t’incantava l’inganno
che la pienezza osava.
Ricca da diventare te stessa mille volte
in un unico fiore
(è lo stato di chi ama).
Ma non hai pensato oltre.
V
Assenza abbraccia assenza
dolcezza induce a dolcezza…
la tua intimità, interminabilmente,
si accarezza…
carezzata in te stessa
rischiarata dal tuo riflesso:
inventi così il tema
del Narciso esaudito.
VI
Una sola rosa è tutte le rose
ma questa è la perfetta, insostituibile,
flessibile parola
chiusa nel testo delle cose.
Senza di lei come dire
ciò che fu la speranza
e gli intervalli teneri
del continuo partire…
VII
Rosa chiara
giaci sull’occhio chiuso:
mille pupille fresche
sopra la mia, calda.
Mille tuoi sonni contro il mio,
finzione dove mi aggiro
nel tuo labirinto odoroso.
VIII
Dal tuo sogno ricolmo
sul giorno hai traboccato
interno e innumerevole
fiore tutto inondato.
Del sonno forze profonde
nel vago desiderio
creano tenere forme
curve e rotonde.
IX
Rosa ardentissima rosa chiara
rosa reliquia di rosa sacra
rosa che spargi voluttuosa
santo odore di santa spogliata.
Rosa di tentazione e di sua pace
inquieta; così lontana da Eva
e la sua prima veglia, ultima amata.
Tu che all’infinito possiedi l’assenza.
X
Amica delle ore dove nessuno resta
e al cuore amaro tutto si rifiuta,
consolante presenza che suggella
tante carezze fluttuanti nell’aria.
Se alla vita rinunci la rinneghi
nel suo passato e futuro accadere
pensi mai alla tenace amica
che accanto a noi fa sortilegi?
XI
Grande è la coscienza di te,
rosa assoluta,
ti confonde il mio assenso
al cuore in festa.
Ti respiro come se fossi
tutta la vita:
mi sento il tuo amico perfetto, rosa amica.
XII
Contro quale nemico
vai crescendo le spine?
Quale gioia sottile
ti costringe ad armarti?
E da chi ti proteggono
quelle armi esagerate?
Allontanai i nemici
che non le temevano!
Ma dall’autunno all’estate
chi amoroso ti cura, ferisci.


XIII
Vuoi essere, rosa, l’ardente compagna
delle carezze di ora?
È il ricordo a sedurti di più
quando ritorna la felicità?
Tante volte ti vidi – felice e appassita –
ogni petalo è un sudario –
accanto a un ricciolo, nello scrigno odoroso
o nell’amato libro che, soli, si rileggerà.
XIV
Estate: per qualche giorno vivere
il tempo delle rose,
ciò che vibra respirare
dalle anime dischiuse.
E di colei che muore
farne la confidente:
a lei sopravvivere,
in altre rose assente.
XV
Tu, molteplice fiore,
crei da solo il tuo spazio;
ti contempli in uno specchio
di odore.
Il profumo come un petalo
circonda il calice numeroso.
Ti trattengo e ti irraggi,
attore prodigioso.
XVI
Di te non si può dire, ineffabile
è la tua natura.
Altri fiori ornano il tavolo
che lei trasfigura.
Sei in un semplice vaso
e intorno tutto è mutato:
forse è lo stesso verso
ma da un angelo cantato.
XVII
Crei in te, oltre te,
l’ultima essenza
che da te nasce e commuove:
la tua danza.
Ogni petalo un consenso
d’invisibili passi,
profumati,
nel vento.
Armonia degli occhi
che tutta ti circondano,
sei intangibile
al centro.
XVIII
Con noi le emozioni dividi
ma ancora segreto è il tuo esistere:
poter essere cento farfalle
per leggerti tutte le pagine.
Vi sono rose come dizionari:
chi le raccoglie
desidera rilegare le foglie.
Io amo le rose epistolari.
XIX
È un esempio che offri?
Come le rose colmarsi
per crescersi un corpo sottile
fatto a nulla fare?
Nessun atto: è,
la rosa.
Guardando dalla finestra
Dio crea la casa.
XX
Dimmi, rosa,
com’è che in te chiusa
lenta la tua essenza impone
alla prova dello spazio
l’amorosa effusione?
Oh quante volte l’aria
vuol farsi penetrare
dalle cose e in una smorfia,
amara si mostra –
e intorno al tuo corpo, o rosa,
ruota come un pavone
XXI
Non ti smarrisce
sullo stelo voltarti
per tutta crearti, rosa rotonda?
Se lo slancio ti inonda
ti ignori, in te chiusa.
È un mondo che fa girotondo –
centro calmo che osa
la rotonda pace della rotonda rosa…
XXII
E ancora risorgi
dalla terra dei morti
tu che porti
a un giorno tutto d’oro
questa ferma felicità.
Ma chi ha il cranio cavo
e lo ignora
te lo consentirà?
XXIII
Rosa tardiva, che congelano notti amare
per troppo siderea luce,
conosci le facili, colme delizie
delle tue estive sorelle?
Per lunghi giorni ti vedo esitare
stretta nella tua dura guaina,
tu che, nascendo, a ritroso imiti
la lentezza del morire.
Tu, molteplice, non sai svelare
nel caos dove tutto si confonde
l’ineffabile e ignota armonia
fra essere e nulla?
XXIV
Escluderti
fu necessario, rosa squisita?
Cos’è una rosa
quando il destino ci estingue?
Nessuna torna. Ma tu sei qui
e con noi dividi, inquieta,
la vita, una vita
estranea al tuo tempo.
*Le poesie sono tratte da: Rainer Maria Rilke, Vergers. Suivi d’autres poèmes français, NRF, Poésie/Gallimard, Paris, 1978 (con prefazione di Philippe Jaccottet).


Rosa, pura contraddizione!
Voglia di essere il sonno di nessuno
sotto così tante palpebre.

