Una lettera di Hubert Lyuteay di Alfonso Guida

Marco, morirò con un grido in gola,
fulminsto nell’attimo di un titolo,
tornando da una strada buia, fitta
di angoli, spaventato dal cammino
senza passi, muri di ombre, flottiglie
di apparizioni fraintese, i lemuri,
ricordi?, le scimmie primaverili
dei morti che i Latini festeggiavano
nei primi di maggio, farro e frumento.
Sarò antico come il nome di un ramo,
che discende senza tronco, involuto,
come la fiaccola che il servo stringe
per onorare il suo padrone. Mi astraggo
dal gelo dove dove ho imparato il tragitto
sapiente della musica, il preludio
di ogni soffio, Marco, la bestia, il mostro
punito a tre teste. Lo vedo Dante
traslare e tumulare, ininterrotto,
tra le foibe e I colori frastornati
di un alfabeto propizio a un solo inno.
La sillaba sacra è la porta stretta,
la mente spartita in tribù dal fulmine
che, tra le pietre, carbonizza, aprendo
vallate e strapiombi. Qui, attraversati,
restiamo in attesa, nomi imprestati
cimitero di metamorfosi, qui,
tra angeli fatti custodi e occultati
viavai di topi, e digradati demoni.



