(traduzione di Alfonso Guida)


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La cavalletta e il grillo
Non muore la poesia della terra:
quando gli uccelli, al sole caldo, attoniti,
cercano ombra tra i rami, intorno all’erba
di fresco falciata, di siepe in siepe,
corre una voce. Ecco nel lusso estivo
la cavalletta condurre, mai sazia
di gioia, si diverte, poi stanca va
tra erbacce fresche a riposare al meglio.
Non smette la poesia della terra:
d’inverno, a sera, quando il gelo porta
silenzio e io sto solo, dal focolare
squilla il canto del grillo, il caldo cresce,
e a chi è mezzo perduto nel sopore
sembra la cavalletta in mucchi di erba.
*
Poi che oscuri vapori
Poi che vapori oscuri le pianure,
per lunga e triste stagione, hanno oppresso,
viene dolce dal sud un giorno e porta
via dai cieli malati le macchie sconvenienti.
Il mese ansioso, alleviato il suo male
prende come un diritto perso addietro
sentore da maggio. Con una fresca
folata passeggera, fanno giochi
le palpebre- come foglie di rose
con gocce di pioggia. Calmi i pensieri-
come di gemme, frutti che maturano
nella quiete- sole d’autunno a sera
che sorride ai covoni silenziosi-
dolce guancia di Saffo- un respiro di bambino
nel sonno- la sabbia che scorre, lenta,
nella clessidra, un ruscello di bosco,
la morte di un poeta.
*
Piccolo bosco ceduo questa fiaba
Piccolo bosco ceduo questa fiaba:
s’intrecciano i versi mielosi e freschi
per trarre chi legge in luoghi così
dolci che qua e là fa soste, godendo
e spesso sente gocce di rugiada
cadere, improvvise e fresche, sul viso
e dalla melodia errante capire
dove salta il fanello dalle zampe
tenere, così potente la bianca
semplicità di questa dolce fiaba.
Io, assetato di gloria,
potrei essere contento di giacere,
mite, sull’erba, come
quelli i cui singhiozzi nessuno ascolta
se non i lamentosi pettirossi.
*

Né sentito né ascoltato né visto
Né sentito né ascoltato né visto
morente, con le braccia abbandonate
in un sonno d’argento,
la mia piccola regina ho lasciato.
Oh attraverso un contatto segreto, chi
potrebbe dire cosa c’è di folle,
crudeltà o condiscendenza? Ma quelle
palpebre umide, di fata e quanto umide
le labbra che, in una quiete matura,
sussurrano ombre di musiche dolci.
Nell’orecchio della mia fantasia
mentre un caro fardello si scioglie, ecco:
“l’amore ignora limiti e pienezza”.
Veri custodi, teneri,
mi apro al vostro dettame.
Nato è il giorno più dolce per l’amore.
Così, senza più indugi,
sentirò di nuovo il mio paradiso
nel mattino che rosseggia, impaziente.
*
Qui, amore, più vicino
Qui, amore, più vicino,
è un prato ombroso,
qui, amore, più vicino,
nutriamoci, nutriamoci.
Qui, più vicino, qui, qui,
è un letto di primule, vedi?
coperto di rugiada.
Qui, cara, si, qui,
nel soffio della vita,
qui, qui, amore,
sii sposa dell’estate.
Anche se il piacere
vola in un attimo,
anche se il tesoro della passione
in un attimo muore,
non è ancora passato-
pensa quanto vicino
e finché dura pensa quanto caro.

*
Qui,
Amore ci ha mandato questo dono.
Se muoio e secco,
morirò contento.
*
In una notte cupa di dicembre
In una notte cupa di dicembre
felice tu, albero, troppo felice,
i tuoi rami dimentichi
della loro verde felicità-
il nord non può spezzarli
col fischio del nevischio
né il disgelo trattiene
da nuova primavera i tuoi germogli.
In una notte cupa di dicembre
felice tu, ruscello, sì, felice,
i tuoi gorgogliamenti
dimentichi del sole
nello sguardo di Apollo
trattengono l’ira del tuo cristallo
mai sfiorato dal gelo
del tempo. Oh sarebbe così per molti
ragazzi, ognuno di loro ferito
dalla gioia passata. L’assoluta
sensazione d’insensibilità,
la durezza del torpore che spegne
nessuno le ha cantate.
*

Al gatto di Mrs Reynolds
Gatto, che hai passato il gran climaterio,
dimmi, quanti topi e ratti hai ammazzato
nei tuoi giorni? Quanti ghiotti bocconi
rubati? Guarda con quei languidi occhi,
verdi luci, e drizza le belle orecchie
di velluto. Ma, ti prego, i tuoi artigli
nascosti tieni ritratti da me e alza,
dolce, il tuo miagolio e poi raccontami
tutte le abbuffate di pesci, topi,
ratti e teneri pulcini. Ti prego,
non guardare in basso, no, non leccare
le tue zampe delicate. Malgrado
l’asma e l’affanno e la coda mozzata,
malgrado molte signorine ti abbiano
preso a pedate, ancora molto morbida
la tua pelliccia come quando, giovane,
varcavi muri di cocci di vetri.
*
Non pensarci, dolcezza,
Non pensarci, dolcezza,
no, non piangere più,
sospira, se puoi, e digli
che vada ovunque, ovunque.
Dolcezza, non guardare così triste,
così pallida e triste-
versa pure una lacrima -è sparito-
oh è nato per morire.
Cara, ancora così pallida? Piangi,
piangi allora, conterò le tue lacrime
e ognuna sarà per te beatitudine
futura.
Più luminoso di un colle
soleggiato, ha lasciato i tuoi occhi. Ora
più tenero è il sussurro
delle tue melodie.
Piangiamo insieme alle cose , alla loro
fugace felicità, ma sia il nostro
canto un requiem di baci.
*

Quando paura mi prende di morire
Quando paura mi prende di morire,
prima che la penna abbia spigolato,
fecondo, il mio cervello e che cataste
di libri tengano, ricchi granai,
la pienezza del grano maturato,
quando vedo sul viso stellato della notte
simboli enormi e nebulosi di un’alta storia
d’amore e penso che potrei non vivere
mai per disegnare le loro ombre
con la mano magica del caso, e quando sento,
bella creatura di un’ora, che non potrò più guardarti
né godere del potere fatato
dell’amore irrazionale, allora sulla riva
del grande mondo resterò solo e penserò
finché Amore e Fama non sprofondano nel Nulla.
*
Oh non arrossire, non così rossa!
1
Oh non arrossire, non così rossa!
O penserò tu sappia,
e se sorridi arrossendo vorrà dire
che la verginità è andata perduta.
2
C’è un rossore per ciò che non si vuole, un rossore
per il non-fare e un rossore per averlo fatto;
c’è un rossore per ogni pensiero e un rossore per niente
e un rossore per averlo appena cominciato.
3
Non sospirare cosi, non così
Oh risuona la dolce mela di Eva;
per quei fianchi distesi, tu hai assaporato i semi
e combattuto in un morso d’amore.
4
Giocherai ancora, toccherai il bel torsolo.
Quanto la nostra giovinezza lungo
sarà il tempo. È la stagione dei baci.
Non c’è dolcezza ai nostri denti aguzzi.
5
C’è un sospiro per i sì e uno per i no
e un altro per “non posso sopportarlo”.
Ma cosa si può fare? Stare o andare?
O taglia la dolce mela e dividila.

*
Via di qua Borgogna, Bordeaux e Porto
Via di qua Borgogna, Bordeaux e Porto,
via il vecchio bianco del Reno e il Madera,
troppo terrestri al mio divertimento.
C’è una bevanda più chiara e lucente.
Invece che da un volgare boccale
il mio vino trabocca da un’estate intera.
Il cielo è la mia coppa,
bevo con l’occhio fino a che la mente
sento in un dolore delfico. Seguimi,
Caio, seguimi,
nel verde della collina, noi
berremo a sazietà
tutto l’oro del sole
finché la nostra mente s’intreccerà
con la gloria e la grazia di Apollo.
*
Dio di mezzogiorno
Dio di mezzogiorno,
di alba e tramonto,
la mia anima a te è volata e il corpo
preme contro i suolo. È un compito atroce,
una terribile lacerazione,
che lascia abissi austeri
da colmare con la paura del mondo.
Sì, quando l’anima è fuggita, in alto,
sulla nostra testa, noi, spaventati,
guardiamo il suo aereo labirinto, come
fa una madre stravolta quando il piccolo,
tra gli artigli dell’aquila, è rapito.
E non è questa la causa
della pazzia? Dio del canto- tu guidi
tra visioni che posso a malapena
sopportare. Oh lasciami, lascia io con te
condivida e con la tua calda lira
la grave saggezza. Tempra le mie ore
solitarie, fammi vedere, quieta,
la tua dimora.
*I testi sono tratti da: John Keats, Poesie, Mondadori, Milano, 1986.


