Dieci sonetti tratti da: Poema dei cento sonetti (inedito, primavera 2022).

1
Permesso scritto
a Marco Ercolani
Un battito di mani
per far volare il gufo
più in là della mia casa,
quel suono alto, di tufo.
Suona e inghiotte il mio numero
di pietra, l’uno assolo,
separata frontiera.
Sono abituato all’applauso,
quel vizio giovanile
di aspettare il consenso,
quel sì che porta incenso
verso un luogo impedito.
Ma è beffardo il mandato:
Dio aspetta e l’uomo è ingrato.
2.
Uno scatto di Brancale
Le mosche sfibrano
la ragnatela
del trono gemmato e tu
ti sei fotografato
sull’attenti, fuggito
dal tuo andare il passo
che va e il pontile-
forse un moletto
dalle daghe salde-
ti accoglie allontanando
l’asse e il piano delle acque-
come un eroe sulle onde-
come tra le pastoie
di un inciampo che incombe.
3.
Ilaria
Ragazza, ogni tanto, ti vedo ferma,
vicino al focolare, ridi, parli.
Sono gli angoli stretti
che ti spingono avanti.
Dovresti allontanarti,
senza perdere il suono
delle voci, echi e accordi,
ciò da cui provieni.
Dovrai sempre toccarti.
fissare i punti, stare
tra lo scambio e la mano.
Osserva i lati, quelli
gassosi del composto.
Resta nella parola
“casa”, conserva il posto.
4.
Anni in città
Privo di forma, scivolavo in gola.
La città scorre, inghiotte, illese le ombre,
ma il paese è un diavolo e mastica, mastica.
La luce è il morso di un lutto di stirpe.
In me la città prese stile. Un’orma
m’insegnò il canto assolo, ebbi vergogna
di me senza orizzonte né parola.
Bottega di pittura la città,
con le sue tavolozze e le sue mestiche.
Lini turbati sui fili da lembi
di vigogna. Orti come oasi di steppe,
tra graticole e vasche, tra anse e sbecchi
di lamiere, vagando nelle sere.
5.
Questo silenzio
di piccole voci,
di terre senza croci,
suoni di guerra, sibili
di demoni riflessi
nei fogli. E di animali-
che increspano l’aria- ombre
di un viaggio eternamente
saldo e difeso, un peso
che affiora nel deserto
come un baluardo afono.
Qualcosa, qui, s’insidia
nel vento e rompe il grido
che per metà è miracolo.
6.
Sono venuto qui, semplicemente
per rallegrarmi, amaro, del mio paese,
le nostre cene, i giorni, le ore, il poco
da salvare. Nel bar, le frasi toccano
la notte del viale, il blu minerale
delle piogge miste ai colori tetri
della gente. Un sorriso è il morso violaceo
dell’asfalto che entra negli occhi e spezza
riverberi d’insegne, il petto arsiccio
del falco pellegrino, che sorveglia.
Non resta che un gelo primaverile
nelle ombre stanche. Ognuno dice all’altro
ciò che prende vita nei campi e cresce
sottoterra, tra spoglie e tane, il pane.
7.
Nel riposo
Il tappeto di pelo bianco, secco,
polveroso, sopra la cataratta,
la legna nella camera da letto
grande con la specchiera, la lucerna,
le statue e la finestra rasoterra:
questa via Francesco Lavigna. Le ombre
degli usci di marmo e cemento annebbiano
gli occhi e il nudo di mio padre a ridosso
di un caldo pomeriggio di settembre
nei vetri zigrinati della porta
del bagno dove imparai il prima e il dopo
del dio e i tratti del mio viso impietrito,
mio feroce desiderio che, lento,
si staccava dal suolo. Iniziai a perdermi.
8.
Una fine
Finché avrò parola finché la mente
sarà salda e potrà muoversi libera
finché sarò stanco e potrò indugiare
senza attesa nel vento nel mio corpo
che non lascia mai il suo posto finché
pensare sarà come uscire a notte
dalla tana per tessere prodigi
divertire gli abitanti del bosco
con le piroette e i fuochi di sagra
della voce finché un compagno avrà
fiducia in me che scrosto dalle origini
prima e dopo finché questa lingua ama
finché scaldo il frutto che a mani giunte
ricevo finché rendo grazie, muto.



9.
Craco
Creta e bachi selvatici,
Craco, paese all’insù,
d’ oro fuso, polena
su una colonna d’arpa.
Sassuole raggrumate,
chiassuoli cavi, pietre
sbiancate dai pioppeti.
Qualche salmastra metrica,
rapaci e tarabusi,
bragozzi tra alberi arsi,
lucertole smeraldo,
ramarri deserticoli.
Craco dei sei anni, antica
madre di canti e gelsi.
10.
La realtà parallela
Spesso ho scambiato i piani,
non mi sono trovato
dove avrei voluto -ero
sotto la realtà- ero
Dio che guarda il suo creato.
Questo mi ha tenuto integro.
Sopravvive il regista
più dell’attore. Sono
due forme di vedere.
Lo sgancio dall’abisso
lo decide il regista.
L’ attore è il movimento
delle fauci, materia
molle, autunno dell’essere.

