(traduzione dall’argentino di Monica Liberatore)

Otite
Con i timpani perforati
a causa di un’otite cronica
vissi per un po’ sotto il mare;
un sommozzatore perso
di ritorno al cielo.
La gente mi parlava ma non rispondevo.
Le montagne sembravano più blu.
Quando lasciavo il lavoro
fermavo la macchina al lato della strada
e fumavo guardando le nuvole.
Non sentivo il traffico
né i trattori che aravano i campi.
Gli alberi erano più verdi.
Pensavo a mio padre.
Nessuno aveva mai pensato a lui
in quel luogo così lontano dalla sua tomba.
Poi tornavo in macchina, mettevo in moto
e riprendevo il cammino.
Sul sedile posteriore mio padre
parlava per tutto il tempo,
ma non riuscivo a sentirlo.
Le mie orecchie erano piene della sua morte.
Finestre illuminate
Apre gli occhi. La mano gli cade sui libri
impilati accanto al letto, ne prende uno a caso
e legge una poesia: è come aprire una finestra
in una casa sconosciuta, dove arriviamo
di notte, persi, inzuppati di pioggia.
Ancora assonnato, il suo cervello organizza il lavoro.
Può prendere qualcosa dai sogni?
L’asino che cade dalla cima della montagna
o quella voce che, nell’oscurità, ripeteva:
la morte è una sedia in una stanza vuota.
Scrive. Corregge. Scrive di nuovo.
Il pomeriggio rivela la solita domanda
e, verso sera, pensa di trovare una risposta
in un altro libro aperto a caso:
devo scrivere poesie, uno dei compiti più faticosi.
Accende la luce. Si avvicina alla finestra.
Altre luci brillano in lontananza,
tra le cime degli alberi.
Alcune resteranno accese fino all’alba.
Java
Il vapore che sale dalla tazza evoca il profilo
di arcipelaghi dove la pioggia piega
l’ombra verde di una giungla. E poi,
vedi sulla sabbia una famiglia di tartarughe,
e più tardi solo i gusci vuoti,
ancora utili per nascondere i piccoli pesci
dalle fauci dei predatori più grandi.
E gli stessi pensieri tornano
con il torbido riflusso della marea:
la sorte che ti permette di fermarti, d’immaginare
viaggi improbabili come morire un minuto
scendere per disperdere il denso
banco di esche sul tuo lato.
E se tornassi nello stesso posto,
nelle stesse condizioni, e quanto della tua vita
saresti disposto a rinunciare per il dubbio privilegio
di nuotare in quelle acque; se di ritorno trovassi
certi oggetti oppure il tuo corpo cambiati
e la tua mano non reggessi più una tazza e la tua mano
fosse solo il dorso della mano attaccato a una mascella.
La luce non transige con le tenebre
e dovrai trovare una strategia che ti permetta
di attraversare la lunghezza del giorno, secernere un guscio,
un altro cielo sotto il cielo, per prevalere un tempo
sopra l’acqua che aspetta
che cada e si disperda la tua precaria architettura.
Flaubert osserva dei fenicotteri
Quegli alberi dietro la finestra:
come descriverli?
Senza dubbio cambiano con il passare delle ore,
la luce li trasforma in altri alberi
e l’assenza di luce li avvicina
a temibili creature sepolte nel fango,
accanto all’acqua. E questi uccelli, volubili
nella scelta degli angoli del fiume in cui scendono,
il disegno irripetibile delle nuvole,
o i tuoi piedi, che certamente saranno cambiati,
o il mare che non vedo da anni
e che lungo i chilometri di costa
rinnova il suo invito a immergerci nell’indistinto.
Ho avviato una guerra con il reale e il conflitto
occupa ogni minuto di ogni mio giorno.
Mi chiedi cosa ho dovuto sopportare
per arrivare dove sono.
Non lo saprai, né tu né gli altri, perché non si può dire.
La mano che mi bruciai increspandomi la pelle
è più insensibile dell’altra al freddo e al caldo.
Anche la mia anima è passata attraverso il fuoco:
ci si può meravigliare che non si scaldi al sole?
Qua e là i fenicotteri fanno dei buchi nel fango
dove lasciano un uovo bianco, a volte due.
Poi prendono il volo e si allontanano verso il mare,
sempre verso il mare.
I costruttori di moli
Lo specchio restituisce un’immagine della stanza
che in un altro specchio obliqua si ripete
lasciando un’onda nel mattino,
resti di una memoria da ricostruire:
la spiaggia, uomini che portano pietre
come se il lavoro mirasse a liberarli
una ad una di tutte le certezze, le ultime
speranze di costruire qualcosa sulla terraferma.
Il vento spazza la sabbia; le nuvole
cambiano forma e scompaiono.
Vado nel molo inconcluso
sorretto dalla linea verticale del mio scheletro
e quando arrivo alla fine alzo la testa.
La storia suggerita nel cielo
è di una semplicità atroce:
racconta ciò che il mare ha sempre sussurrato,
quello che posso aspettare sulla banchina
mentre si sciolgono le nuvole e scende la sera.
Guardando verso il monte Taishan
In due anni come bibliotecario
ho inserito novemila cinquecento titoli nel sistema.
Non solo romanzi ma anche
libri di storia, geografia, dizionari,
grandi libri illustrati, libri di cucina,
un po’ di filosofia e psicologia,
alcuni di religione,
ma la poesia, oh Ezra,
i libri di poesia sono stati davvero scarsi.
La poesia scompare dagli scaffali
come gli elefanti del pianeta di Platone.
Perché c’è qualcosa di esecrabile nel leggere poesia
ma molto peggio è scriverla;
tra le due proposizioni
nostra sorella, la luna
sale sul monte Taishan.
Nox
Se l’oscurità scivola sulle finestre
e insieme alla mia mano indugia
il fossile di una tazza di caffè, allora è già notte.
Non può sorprendermi che la notte arrivi.
Non dovrebbe. La notte arriva sempre.
Silenziosamente, spinta dalla schiuma
di altre notti dissolte alle sue spalle,
o forse al risveglio da un lungo riposo.
È sconcertante aprire gli occhi al buio.
Ma ora sarà necessario alzarsi, rifare il letto,
mangiare e restare svegli fino all’alba;
e pensare, sotto la luce della lampada, a ciò che è passato:
serate in cui il muscolo del braccio
tracciava nell’aria l’architettura della pesca,
una forma unica e mendace di eternità possibile.
Il sole conficcato nella nuca, ganci che sembravano d’oro.
E poi lasciare il molo con un vulcano
di latterini bollenti, pur sapendo che,
tre giorni dopo, i pesci inizierebbero a morire
molto lentamente. Pur sapendo che una mattina
troverei dieci squarci argentati nell’acqua stagnante.
Ora guardo le mie mani con lo stesso stupore di sempre.
Non hanno mai smesso di stupirmi, le mie mani,
neppure il pugno muto che trattiene
l’ordine momentaneo delle vene, delle mie ossa,
l’ordine della luce negli occhi sempre aperti
prima dell’imminente caduta della notte.

Diego Ignacio Muzzio,nato a Buenos Aires nel 1969, è narratore e poeta. Attualmente vive in Francia. Nel 1991 ha pubblicato il suo primo libro di poesie, El hueso del ojo. Nel 1996 ha vinto il Primo Premio di Poesia del Fondo Nacional de las Artes per il libro Sheol Sheol, pubblicato nel 1997 dal Grupo Editor Latinoamericano. Nel 2000 ha ricevuto il Primo Premio ispano-americano di poesia Sor Juana Inés de la Cruz per Gabatha, pubblicato in Messico dalla casa editrice Práctica Mortal nel 2001. Ha inoltre pubblicato: Hieronymus Bosch, Secondo premio per la poesia, Fondo Nacional de las artes, 2004 (Ediciones del Dock, 2005), Tratado sobre la ejecución de animales (Honoarte, 2008) e El sistema defensivo de los muertos (Hilos editora, 2012). Come autore di letteratura per bambini e giovani adulti, ha pubblicato La asombrosa sombra del pez limón (SM, 2005), Un Tren hacia Ya casi casi es navidad (SM, 2008), El faro del capitán Blum (Pictus, 2010), La guerra dei cuochi (Estrada, 2011), Lobo Buenaventura y los tres chanchitos (SM, 2014), e numerosi altri titoli. La raccolta Los lugares donde dormimos è del 2020. Ha pubblicato anche narrativa per adulti: Mockba (Entropía, 2007), Las esferas invisibles (ivi, 2015). Doscientos canguros è di prossima pubblicazione.
