
Maternale
a mia madre
I.
C’è un’ostinazione negli uccelli che migrano
vanno lontano, vanno a tentare il mare.
Volano, sino a morire o quasi.
E’ la tua stessa tristezza, nella domenica ottusa di vapori.
Ami la tua immobilità, ti consegni al bianco
come un amante si dà – tutta nel sorriso.
II.
Era tuo l’annuncio, da sempre,
quel tuo addio,
promesso dentro la casa,
un presagio ripetuto ogni inverno, ogni estate.
L’ostinazione ha la forza del naufragio
– una radice si ficca dentro e cresce
foglia, si fa albero.
III.
Resisti seduta, immobile sguardo
in un tempo fuggito, dentro la tua carne,
in quelle gambe che non ti ubbidiscono più,
dentro gli occhi di chi ti vede
e finge che sei qui, che sei, ancora…
IV.
Resta il tuo lodevole nel quaderno,
poca cosa a dirla così.
Poca cosa e tu la ripeti
ogni volta che cade il cielo, ogni ora che inizia
il giorno e non sai dove finisce.

La casa vuota
Dove cresce l’erba mala
i dubbi fanno le radici,
le paure crescono mute
come una madre.
La casa è ferma adesso,
la stanza che la teneva
e la cullava di angoli e promesse
– vuota, ancora solo
le porte a difesa.
Il silenzio è unghie,
un alfabeto di fatica
e solo le fiabe per la notte.
La memoria sale svelta, sale lassù
sino al soffitto.
Sale, corre veloce e inventa
un altro suono alle parole,
la legge muta
per costruire le stanze,
scovare ancora i campi da seminare
e il suo giardino di fate, là fuori.

Lineare
Disegnare un cerchio
senza il diametro esatto,
senza lo spazio da occupare
– sarebbe possibile,
trovare le parole
per chi non c’è più e inventare
intera la vita.
Fare arcate e ponti, una città
senza strettoie e crepe
dentro le ombre
– sarebbe possibile,
alzare case con le finestre grandi
e porte in verticale
a disegnare
un perimetro magnifico.
Invece noi seguiamo
la punta dell’indice,
una direzione assegnata,
proseguiamo in avanti,
nonostante il limite
e tutto il resto.

In fondo al mondo
Tutto è slittato via,
proprio come finisce una vita,
tra vestiti smessi,
carte di cioccolatini e
quel bigliettino appeso al frigo,
la tua faccia sgranata
in una foto del ‘56.
Il vaso rotto nel bordo,
salvato senza un motivo,
la tua sedia con quei ferri da lavoro
e le tue monete antiche.
Un piccolo bottino per il dopo.
Tutto è qui, non domande
e neppure una risposta.
Lo so, tutto riposa, prima o poi,
tutto s’incastra laggiù,
proprio in fondo al mondo
dove ancora io non lo vedo.

Memento
Quando tutto sgretola, slitta via
il perimetro e ogni geometria,
la vita oscilla avanti e indietro,
senza sosta.
Resta la voce che ci fa
timidi e terribili,
una forma antica che ci tiene
con i piedi infilati nella storia
e ci fa eroi
dentro la pietà che ci rimane.
Dentro il bianco, i nomi.

Geometria elementare
Torna la salvezza non saputa,
una geometria di angoli,
un conto esatto.
Tornano i gesti e si fa enorme
il tempo imparato
nella fuga.
Tornano le sere
nella precisione minerale
nel sempre di un nome assegnato
e le mattine a capofitto.
Torna il sorriso,
annunciato dentro una fiaba.

Cari morti che ci siete
Sono qui e cerco di parlare
coi miei morti, quelli che facevano
della vacanza al mare una festa,
come fosse andare in capo all’Everest,
ma resto ferma tra le linee del quadro
che conservo ancora.
Tengo stretta la loro voce dentro la testa,
un catalogo di echi che si gonfia la sera
e sparisce ad occhi aperti.
Sembra una scena assurda, eppure
ci tento e ci riesco, sempre meno,
sempre meno.
Il mondo sta morendo intanto,
non vedo le api, neppure
i sorrisi di un tempo,
sembrano tutti vivi, forse sono
già in un aldilà che non saprei.
Invece ho fame, mi vesto,
guardo la TV, tutte cose da vivi
e ci sto bene, ma il tempo
non lascia tregua,
si incunea tra i capelli, li fa sottili,
sembrano in volo
e invece invecchio, come era ieri
per loro, i miei cari morti che adesso
mi guardano dai bordi
e la foto gliela faccio io adesso,
nel mio personale archivio,
senza un ordine, senza pretese,
ma anche stasera
ci proverò.

L’assenza
È sempre l’assenza che ci parla,
un incontro di ombre,
echi dei sospiri avuti o sognati.
Come un cieco vado a tentoni,
cerco il confine tra qui
e cento anni fa,
mi parlano i muri delle voci
perdute, i passi andati lontano,
oltre l’esercizio del camminare.
Su, in alto, alla cima del monte
intravedo ciò che era e resta
dentro le spalle, un carico
di frammenti a comporre
la gioia e sentirla ancora
solo nel profumo.
Il gallo canta ora l’ultimo spiraglio
prima del giorno, prima del taglio,
esatta la piega tra le palpebre
e il mondo, fuori.

Un sogno strano
Impressionante credere ancora
alle parole e vedere
le finestre che si aprono,
i ponti saltati alle spalle
mentre si teme il gancio che lega
suoni e disegni lontani,
dentro un luogo abitato da figure
sottili, a volte, o grandi angoli
saliti sin lassù.
Nella città scatterà
la punizione,
qualcuno saprà di sicuro
il canto silenzioso della pagina,
qualcuno non potrà dimenticare
lei che voleva sposare
l’infinito al muro di casa.
Mentre mi sveglio
scopro che ho verniciato
tutti i muri d’inchiostro,
file di parole prima che gli echi
mi morissero in gola.

Gabriela Fantato
Nella povertà
È perduto il perimetro del mondo,
angoli senza un conto possibile
il cuore è pietra fredda,
un diamante che brucia se stesso.
È caduta la casa, i muri sgretolati,
spezzate le radici
e il tetto, dove ti nascondevi
anni a sognare, dove
hai acceso il fuoco per la notte a venire.
Vaghiamo nudi sulla strada, senza
carte di viaggio, senza una lingua
– dove vado?
Resta solo il silenzio che scricchiola
sotto i piedi e il vuoto nelle ossa.
Avere sete, senza la bocca per bere,
una fame di parole come ponti,
per alzare mondi e non sapere
dove mettere fondamenta e muri.
Nella povertà custodisco
la gioia dei sopravvissuti,
la gentilezza degli esiliati,
quelli che seminano
grano per il dopo.



bravissima Gabri che piacere leggerti o rileggerti. Sei tornata, sei quella che sei sempre stata! Ne sono felice, ciao, un grande abbraccio lucetta
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