da Elegie duinesi
da leggere ad alta voce
traduzione di Giuliano Corti
Prefazione di Angelo Lumelli
Edizioni Mille Gru, Milano, 2022



Nona Elegia
Perché, se si tratta di passare il tempo della vita,
come alloro, solo un po’ più scuro
di tutto l’altro verde, con piccole onde sul margine di ogni
foglia (come sorriso di vento) – perché mai
dover essere umani – e, fuggendo il destino
desiderare il destino?…
Oh, non perché la felicità esiste,
questo prematuro profitto di una prossima perdita.
Non per curiosità, o esercizio del cuore,
che anche nell’alloro sarebbe…
Ma perché essere qui è molto, e perché ci sembra
che qui tutto abbia bisogno di noi, che questa fugacità
stranamente ci riguardi. Noi i più fugaci. Ogni cosa
una volta, solo una volta. E mai più. Ma questo
esser stati una volta, anche soltanto una volta,
essere stati terreni, sembra irrevocabile.
Così insistiamo e lo vogliamo compiere,
lo vogliamo contenere nelle nostre mani semplici,
nello sguardo traboccante e nel cuore senza parole.
Vogliamo diventarlo. Ma a chi darlo? Meglio trattenere tutto
per sempre…ma ahimé, cosa portare di là,
dall’altra parte? Non lo sguardo
imparato lentamente e nessun fatto. Nulla.
Quindi i dolori. Quindi soprattutto le difficoltà,
quindi la lunga esperienza dell’amore, – quindi
il puro indicibile. Ma poi,
tra le stelle, a che serve: loro sono ben più indicibili.
Il viandante dal pendio del monte non porta a valle
un pugno di terra, per tutti indicibile, ma
una parola afferrata, pura, la genziana
gialla e blu. Forse noi siamo qui per dire casa,
ponte, fonte, porta, brocca, albero da frutto, finestra, –
al più, colonna, torre… ma per dire capisci,
per dire così, come neppure le cose stesse
pensavano nell’intimo d’essere. Non è forse l’astuzia segreta
di questa silenziosa terra, che invita gli amanti,
a esaltare il loro sentire in ogni cosa?
Soglia: cos’è mai per due
amanti, consumare un po’ la soglia logora
della casa, anche loro, dopo I tanti di prima
e prima di quelli che verranno…, semplice.
Qui è il tempo del dicibile, qui la sua casa.
Parla e confessa. Più che mai
le cose, quelle vissute, passano e,
ciò che le sostituisce è un fare senza immagine.
Un fare sotto la crosta, pronta ad andare in pezzi non appena
da dentro monta l’azione e in altri modi si limita.
Il nostro cuore resiste
fra i martelli, come la lingua
tra I denti, che però, nonostante tutto
è pronta a intonare un canto.
All’angelo canta le lodi del mondo, non l’indicibile con lui
non puoi vantare le meraviglie del sentimento: nell’universo,
dove egli sente con maggiore sensibilità, tu sei un principiante,
mostragli ciò che è semplice, plasmato di generazione in generazione,
ciò che vive come nostro vicino alla mano e allo sguardo.
Digli le cose. Ne sarà sorpreso; come lo fosti tu
davanti al cordaio a Roma, o davanti al vasaio sul Nilo.
Mostragli quanto può essere felice, innocente e nostra, una cosa,
come anche il pianto di dolore prende una forma pura,
serve come una cosa, o muore come cosa -, e beato
sfugge al suono dei violini. E queste dose
che vivono morendo capiscono che tu ne canti le lodi; effimere
affidano la salvezza a noi, i più effimeri di tutti.
Vogliono che noi, nel nostro invisibile cuore, le trasformiamo
-all’infinito- dentro di noi! Chiunque alla fine noi siamo.
Terra non è questo ciò che vuoi: invisibile
rinascere in noi? – Non è forse questo il tuo sogno
essere invisibile un giorno? – Terra! Invisibile!
Qual è, se non trasformare, il tuo urgente compito?
Terra, cara, io voglio. Oh, credimi, non ci sarebbe bisogno
delle tue primavere per conquistarmi, una,
ah!” una sola per il sangue è già troppo.
Senza nome, da lontano, ho scelto te.
Eri sempre nel giusto e il tuo pensiero più sacro
è la confidente morte.
Vedi, io vivo. Di cosa? Né infanzia né futuro
vengono meno…un’esistenza traboccante
scaturisce dal mio cuore.
**
Da La voce, scena di un linguaggio poetico
di Angelo Lumelli
[…] Questa traduzione delle Elegie sembra avere sciolto le difficoltà del cammino, senza tuttavia scavalcarlo, percorrendolo con passi leggeri, accompagnandosi con una voce persuasiva, chiara e fiduciosa, dialogante e non succube, come chi vuole capire fino in fondo Questa traduzione sembra fatta per capire – sta di fronte al testo e non esita a interrogarlo: come premio riceve la capacità di emozionare, mi sembra […] Forse questo esige la traduzione, una incompiutezza che sembra castità, non per essere, in virtù di un comandamento, fedeli, bensì per trasformare una presenza in una risposta – ad alta voce, per sentire anche noi stessi…
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Da Nota del traduttore
di Giuliano Corti, 19 ottobre 2021
[…]
Per parte mia, nella traduzione, mi sono sempre affidato alla maggiore intelligibilità possibile e alla scorrevolezza del testo italiano: risultato di un’attenta restituzione delle immagini di cui è costellato il testo poetico. Nessuna concessione dunque all’imitazione delle rime, nessuna indulgenza al “bel verso” o allo stile elegante che perseguita il poeta, ma al contrario una tenace ricerca di aderenza al senso. Si dirà che la poesia non è solo senso ma anche suono, risonanza, mistero della lingua. Vero, verissimo, ma la scelta di tradurre il testo in funzione dell’ascolto è stata dirimente. In teatro la voce vola e dilegua; l’orecchio, a differenza dell’occhio, non può tornare sui propri passi per ascoltare meglio, per sostare su un’immagine, su un termine…Vale dunque precisare innanzitutto che la traduzione delle Elegie che qui propongo è nata in parte allo scrittoio e in parte in scena. La qualità principale di questa traduzione, se mai ce ne fosse una, è dunque la fedeltà della parola affidata dal poeta alla pagina scritta e insieme l’amore per la sua gemella, la parola detta ad alta voce…
