I MISFATTI DELLA FINZIONE. Angelo Lumelli

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Marco, ti credo sulla parola! – per quanto finga, una finzione denuncia i propri misfatti, le meraviglie – ma il mondo è qui, pesantemente… giorno e notte. Hai presente le notizie? – cosa succede tra una notizia e l’altra? – e tu fidati!

I miei amici di ieri si sentono, intimamente, con riguardo, anche amici tuoi. Sono contento di ciò – potremmo anche fare un piccolo raduno, una volta, magari al tempo delle ciliegie…

Ma è delle poesie di Lucetta che vorrei parlarti – quelle pubblicate sul tuo blog. Mi sono fermato soprattutto su Clitemnestra, Agamennone (da: La lezione degli dei) Non ci vedo un’interpretazione del mito, ma una poetica – del fuoco e dell’acqua ferma – della lingua che produce un atto (= l’ardente colpo d’essere) e quella che produce una perenne ritrattazione (= la ritrosia molle dell’esistere).

La poesia s’avvia con lo splendore, temibile, di un’azione: C’è chi sa incenerire un amore / per un delitto senza rimorsi – è con questi versi che comincia la poetica del fuoco. Il fuoco è definito “puro” in quanto non tollera mediazioni: la sua natura è di “appiccarsi” a qualcosa, un contatto irrimediabile, fintanto che non rimanga cenere.

Muore di fuoco chi è onesto lotta e perde | diventa quell’aria fine che gli dei respirano – con questi versi Lucetta Frisa ci dice che il fuoco non prevede vincitori: con la morte della propria vittima, anch’esso muore – rifiutando la figura dell’esecutore. Soltanto gli uomini perversi – aggiungo io – l’hanno usato nei roghi, come a Campo dei Fiori, dove oggi si bevono aperitivi, con tanto ghiaccio.

Dunque il fuoco – pur temibile, per noi, creature dell’umidità, dell’ombra e dell’opaco – è una manifestazione che unisce agente ed agito, un simbolo di ciò che noi abbiamo evitato con ogni cura ed astuzia: accadere subito! Poi ci sono le immagini dell’acqua: Ma l’acqua calma sta nel ventre della madre | deve morirci dentro chi non riesce a nascere | ad avere un nome, morirci chi è sleale e con dolcezza | tradisce chi lo ha amato, guardandolo negli occhi.

Parole durissime sono riservate a costui, sleale, il finto nato, che mai s’immolerà con il proprio antagonista, diventando cenere e soffio, una definitiva comunione: …illuso | di essere tornato nel grembo | inerme pulito sazio prediletto e torpido | nei giochi oziosi e orizzontali come al principio della vita.

Vorrei sottolineare un’immagine sintomatica: giochi oziosi e orizzontali – nella quale immagine il termine orizzontale sembra significare, sottilmente, la scelta estensiva del vivere, la contiguità impropria e, forse, qualunque, evitando la salita che esige sempre un abbandono, gradino dopo gradino, la pratica di un esercizio di rinuncia, per incontrare, ogni volta, l’essere innocente. Questa predilezione per la creatura onesta ed intemerata, tragica e senza margini, che muore di fuoco, contagia i versi “ardenti” di Lucetta Frisa, i quali sembrano consumare il loro senso mentre lo dicono (bruciandolo) – tragicamente solidali, lasciando cenere e un’ultima vibrazione nell’aria, cara agli dei.

Quindi si tratta di una poetica: aspirando a una poesia con pochi residui, frontale, che non si ritrae dal rischio, sbiancando, come nei compiti in classe dei bambini, gli aloni che denunciano vecchie malizie, tenute di riserva. A riprova di ciò, di come la poesia sia un atto, simile all’atto del vivere – e vorrei dire: che cambia la vita – possiamo leggere Nausicaa, Ulisse: Ascoltavo come non avevo mai ascoltato prima | … | Al termine del racconto più nulla e nessuno esisteva. | Nausicaa figlia di Alcinoo, principessa di un’isola felice | non c’era più…| …| Sarebbe stata una donna che si feriva le mani.

Questo colpo di scena, magnifico, che esalta i sortilegi della parola, non è, tuttavia, la proclamazione, ingenua, dei poteri positivi della poesia: la conversione di Nausicaa è, semplicemente, un caso riuscito di stregoneria, intorno alla quale non si pronuncia giudizio.

Un giudizio, invece, sui poteri, sulla necessità, sull’umanità e sul “malinteso” del linguaggio, lo troviamo nella poesia Se un animale soffre (dalla raccolta Se fossimo immortali): la parola – scusatemi, tu e Lucetta, se lo dico così brutalmente, ingenuamente – deve chiedere perdono per non poter uguagliare il silenzio (estremo custode della vita). Ecco i versi da ricordare: Il dolore del bambino è il primo strappo | lui deve crescere | verso il dicibile e il suo malinteso | bussare ai muri | truccati da cielo.

Io aderisco. Angelo.

*I versi citati sono tratti da: La lezione degli dèi, New Press Edizioni, collana il cappellaio matto diretta da Vincenzo Guarracino, Como, 2023.

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Angelo Lumelli

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