Ogni chiodo una sillaba. Lettera ad Ettore Guatelli.
Ettore, ti scrivo perché questa finzione mi aiuta, con il passato ancora caldo, come la cuccia dell’animale che se n’e appena andato. Potrei cominciare dalla teoria che ti riguarda, per esempio di come un senso, per esistere, abbia bisogno di qualcuno che lo veda.
Per cogliere il senso in movimento bisogna essere svelti – in realtà lo vedi con la coda dell’occhio, mentre passa. Forse più in là è già cambiato, sotto altri occhi. Da una parte il movimento lo fa crescere – almeno sembra – dall’altra gli dà i minuti contati. Da fermo il senso non finisce più, tanto che non è più lui – come te, quando sei morto – incredibile. Ogni senso si prepara per essere visto? – ha bisogno di una scena? Ah i piccoli pettini nel taschino della giacca, fino agli anni cinquanta! – la scena dei bei capelli, dei preparativi…
Come fare un museo? – sei nella “camera della zia”, al secondo piano del podere Bella Foglia? Procurati barattoli grandi da caramelle, riempili: in uno metti gomitoli da lana colorata, in un altro bottoni grossi con quattro fori, poi rocchetti di filo di refe, pennelli da barba, vecchie chiavi, biglie di vetro, rotelle per agnolotti, tappi di gassose, matite da muratore. Hai riempito un barattolo da caramelle con i piccoli pettini da taschino? – fallo! Quando ne hai riempiti cento, prendi assi da muratore, fai scaffali rudimentali e la “camera della zia” è pronta per i visitatori.
La roba di un museo la fanno gli altri, gli innocenti. Te l’ho detto, una volta: appena guardi, succede. Il senso passa da qui a lì, di lì ad altrove – in alcuni casi si dilegua. Ti ho anche detto: il senso ha bisogno di stress. Il meglio lo dà quando è stralunato, quando abbaia alla luna.
Vuoi saperlo? – nel 2001, quando tutto era finito, sono partito senza dire niente a nessuno e sono venuto al museo. Sono entrato nel cortile, ho guardato verso la porta dalla quale t’ho sempre visto uscire, ma non sei comparso – allora ho girato la macchina e sono andato via. In realtà tutte le cose vogliono parlare. Ti ricordi mia madre Santina? – hai schiacciato il tasto del registratore e l’hai fatta raccontare per due ore, tanto che io sono uscito, insieme a Giorgio Cusatelli, per lasciarvi soli. Sai che il professor Cusatelli l’ho messo nel romanzo La sposa vestita?
Gli ho fatto dire che i coppi del tetto sono un ottimo territorio desertico. – questo a uno che voleva andare nei deserti del Perù a studiare le piante grasse.
Sei andato via dalla casa dei miei con cose da poveri: due denti di un vecchio erpice, una martellina per le falci da fieno, una verga per battere i ceci, i racconti misteriosi di mia madre. Dimenticavo: la marmellata di mele renette. Ormai siamo in pochi a saperlo sulla faccia della terra – le generazioni esistono, una, due, nel Novecento – noi la terza, nel momento della svolta… Noi siamo gli ultimi antichi – ossessionati dalla memoria – perfino dalle lucerne che facevano chiaro sui quaderni di scuola – o perché hai messo nel museo i nidi di rondine?
Il tempo ha fatto un salto? – andava a piedi, accompagnando gli uomini, poi è subito dappertutto, da nessuna parte…
Siamo noi gli stralunati? – la generazione ambigua, per eccesso di senso?
Tutti i paesi hanno un museo patetico…le pro loco raccolgono le foto in bianco e nero…
Tu non sei stato patetico, tu sei stato feroce. Chi, se non un amore feroce, può cercare tutte le cose smarrite e radunarle in un posto solo?
Cosa fanno cento zappe? cento marapicche? cento pestarole – per umiliarle, per spingerle alla disperazione, alla rivolta? Spingere le cose verso il senso non significa spingerle fuori di sé? Estranee a se stesse, vaneggiano? – non limitate dall’uso, impazzite dal troppo essere? Mi sembra d’avertelo detto: le tue schede degli oggetti sono storie meravigliose e introvabili, ma quei racconti sono sul punto di trasformarsi, lanceranno un grido…
Ogni poema è un grido, rallentato.
Ti ho detto che la festa, in gran segreto, è la morte fatta felice?
Ah la preparazione del viso, rasato, le camicie bianche, le vestizioni… la cipria per le donne… gatta ci cova…
Quella volta sono arrivato da te in un momento cruciale… Stavi “perpetrando” qualcosa, come si dice di un crimine, di un gesto senza ritorno… Piantavi chiodi sulla parete in fondo al granaio, quell’enorme magazzino di m.13 x 12, al primo piano, seguendo la traccia di un cerchio, di un ovale… Era cominciato il poema… le cose si stavano sollevando da terra, dalle cataste arrugginite, abbandonavano il loro stato e volavano su quella parete a fare festa, a morire al culmine di un senso misterioso…
Ho visto morire e gioire anche te, anch’io, in quel volo di martelli, di sgorbie, di falcetti… Con loro, con noi, volavano, redente, le creature che avevano usato tutto ciò, che avevano mietuto il grano e ora sollevavano la schiena – si vedevano gli occhi, tutti ci guardavamo…
Il miracolo era fatto.
maggio 2023, Angelo Lumelli
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IL MUSEO DEL QUOTIDIANO
Ai contadini, come ai ragazzi, fa caso ogni cosa. Abituati da sempre a farsi tutto da soli, san ricavare attrezzi fantasiosi da cose e da frammenti che “possono sempre venire buoni”. Ed io, venuto tardivamente a scuola in città verso il ’37, sui 16 anni ho cominciato a scoprire gli straccivendoli e i rottamai, e a frugarli da contadino, cercando gli oggetti buttati, anche guasti e “che non venivano niente”: dalle pinze mai avute e sempre sognate, perché viste tanto “furbe” in mano al meccanico, ai simulacri di tenaglie, pur sempre migliori di quelle di casa, fino a un martello senza bava, sbeccato, ma non bombato come il nostro piccolo con cui non si riuscivano a piantare i chiodi, anche se più maneggevole di quello buono, ma grosso, che lo zio ex geniere aveva portato a casa da militare. Tutte quelle cose che il contadino, per mentalità, per timore del costo più che per il prezzo, non azzardava a comprare nuove. (E. G.)
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Notizia
ll Museo Guatelli si trova nel podere Bella Foglia, a Ozzano Taro, sulle colline parmensi, ed è il frutto di una storia che con la poesia ha molto a che fare. Nato a Collecchio nel 1921, Ettore deve fare i conti fin da piccolo con una malattia che lo tiene lontano dai lavori di campagna. Negli anni Quaranta, mentre è in ospedale, conosce il poeta Attilio Bertolucci e i due fanno un patto: Guatelli scrive a macchina i testi di Bertolucci, che in cambio lo aiuta a superare l’esame per diventare maestro elementare. Qualche tempo dopo, ascoltando le storie di vita dei suoi piccoli alunni e i racconti di lavoro di contadini e artigiani incontrati in sanatorio, nel giovane insegnante nasce l’idea di raccogliere gli oggetti che documentano “le condizioni e l’ingegno della gente di Appennino” (parole sue). Così, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando in campagna si butta via tutto ciò che sa di antiquato per stare al passo della modernità, Guatelli diventa famoso tra i robivecchi come “il tizio che prende su tutto” (dove “prendere su” sta per “raccogliere”). “Tutti sono capaci di fare un museo con le cose belle, più difficile è crearne uno bello con le cose umili come le mie”: dirà così, il maestro-raccoglitore, quando la sua casa diventa un piccolo “Louvre contadino” che attira visionari e conoscitori come Werner Herzog e Federico Zeri.
Il museo è qui” avverte ancora oggi un cartello sulla vecchia porta di legno e, una volta entrati, la vertigine del tempo ti cattura, dallo scalone tappezzato di contenitori in legno alla grande sala affrescata di pinze, martelli, chiavi e altri utensili, fino alle singole stanze dedicate alla magia povera delle scatole in latta, delle scarpe, dei vetri, degli orologi, dei giocattoli… Non ci sono teche, in questo museo, ogni cosa è a portata di mano e chiede di essere presa, toccata, soppesata, messa alla prova. Compreso l’ingegnoso trattorino “Frankenstein” che, dopo la gioia dei piccoli per cui fu costruito, ha fatto la felicità di chi l’ha raccolto e salvato dalla discarica. Perché negli occhi dei bambini intenti al gioco si può specchiare il sogno del collezionista, e persino quello del poeta: liberare le cose, insieme alle parole, dalla schiavitù di essere utili.
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Ettore Guatelli (Collecchio, 1921 – Ozzano Taro, 2000) maestro elementare, dagli anni ’50 iniziò a raccogliere e salvare attrezzi e mobili che provenivano dalle case contadine e dalle botteghe artigiane. Allargando le sue collezioni giungerà a più di 60.000 pezzi, cui affiancava schede di osservazione. Allestì il suo «museo del quotidiano» fra la propria casa e il granaio, dedicando una decina di ambienti agli attrezzi, alle scatole di latta, agli orologi, ai giochi, alle scarpe, agli strumenti musicali, etc. Gli oggetti furono disposti scenograficamente, con diversi riallestimenti, dando vita a una grande installazione artistica e museografica. In vari spazi intorno al museo sono accumulati altri pezzi raccolti o donati al museo in mezzo secolo.
Fra i diversi scritti di Guatelli si possono ricordare: Museo e discarica, «Ossimori», 5, 1994; Il Museo come opera mai finita, in Franca Di Valerio (a cura di), Contesto e identità: gli oggetti fuori e dentro i musei, Clueb 1999 e La coda della gatta. Scritti di Ettore Guatelli: il suo museo, i suoi racconti (1948-2004), a cura di Vittorio Ferorelli e Flavio Niccoli, Istituto per i beni artistici culturali e naturali della regione Emilia-Romagna 2005. La ricerca di Guatelli ha attirato molti studiosi e artisti, la bibliografia è particolarmente ricca: puntuali riferimenti si trovano nella bibliografia del sito del Museo. Si rimanda fra gli altri ai differenti interventi di Pietro Clemente e Mario Turci (attuale direttore del museo), specie su «La ricerca folklorica» e «AM – Antropologia Museale», oltre che a numerosi cataloghi illustrati, come Pietro Clementi e Ettore Guatelli (a cura di), Il bosco delle cose, Guanda 1996; Catia Magni e Mario Turci (a cura di), Il Museo è qui. La natura umana delle cose. Il Museo Guatelli di Ozzano Taro, Skira 2005, Cristina Calicelli e Gabriele Mina, La raccolta dello stupore: il Museo Guatelli. Conversazione con Mario Turci, in Gabriele Mina (a cura di), Costruttori di Babele. Sulle tracce di architetture fantastiche e universi irregolari in Italia, elèuthera 2011. Le mostre ideate negli anni dal museo (ad esempio sul «Design spontaneo») sono testimoniate in cataloghi e documenti multimediali. Pietro Medioli ha realizzato il documentario Il mondo che abbiamo perduto – Ettore Guatelli e il suo Museo (Komedì, 2000, 52’).