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Rivolta, (2019), olio su tavola laccata

L’ombra e la grazia (trittico, 2017-2020), olio sui tavola laccata

Il dono, (2019), olio su tavola laccata

Attrazione celeste (2017-2021), olio su tavola laccata

Nella notte, terra nera (dittico, 2020), olio su tavola laccata

Lo splendore del nero, (2020), olio su tavola laccata

I desideranti, (2020), olio su tavola laccatai

I desideranti (2022), olio su tavola laccata

Luminosa (2021), olio su tavola laccata

Verso la gioia (polittico, 2013-2021), olio su tavola laccata
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La pittura come preghiera. Una testimonianza
Prima di essere una cosa mentale, un modo di organizzare la forma, di con-figurarla, la pittura è stata per me un percorso di trasformazione, di presa di coscienza, che ha posto e pone al suo centro la questione della responsabilità e, prima ancora, il sentimento che si prova dinanzi al mistero insondabile della vita.
È un pensiero poetico, del cuore soprattutto, quello della pittura, che permea di sé tutta la vita: il rapporto che si ha con il mondo e con gli altri, con la morte e con il senso ultimo delle cose.
La pittura è da sempre legata al mistero dell’esistenza, allo stupore ontologico e, come l’arte in generale, diventa concreta testimonianza dell’essere al mondo: un modo di interpretarlo e tradurlo.
Essa si accosta al segreto delle cose – così come a quello dell’esistenza in quanto tale – e il pittore, a mio avviso, è chiamato ad abitare e custodire questo mistero, non solo per sé ma anche per gli altri.
La mia pratica pittorica, intima e mai del tutto rappacificata, non vuole essere mera rappresentazione o frutto di un saper fare tecnico, ma si alimenta e cresce accanto a quella che è la sorgente originaria che nutre tutto il mio percorso umano, ovvero il sentimento religioso che sento per la vita, nel suo manifestarsi, anche attraverso l’opera pittorica.
Insomma non siamo di fronte ad un oggetto puramente estetico, bensì ad una cosa che quando diviene vera arte giunge, come magistralmente ci dice Andrej Tarkovskij, ad agire sull’anima dell’uomo, formando la sua struttura spirituale, a risuonare con la parte più intima di noi stessi essendo tutt’uno con il mistero della nostra profonda identità.
Posso dunque, in sintesi e senza esitazione alcuna, nominare e avvicinare questo mio esercizio, questa disciplina, ad una forma particolare di preghiera. Laica, certo, silenziosa e corporea, che si accosta all’immanente, alle cose del quotidiano, con atteggiamento apofatico e contemplativo, senza mai essere fuga dalla realtà o formale gioco estetico e disimpegnato.
Un atteggiamento, quello del pittore, che si approssima attraverso il suo particolare sguardo al volto mistico del mondo, divenuto così, nella sua interezza, ierofania.
Ebbene, la pittura, tramite il visibile, è allora in grado di accostarsi all’infigurabile e far emergere l’indecifrabile, per invitarci ad un’ulteriore sguardo. Perché è porta socchiusa sul mistero, da sempre aperta e nella possibilità di fare emergere quella ferita, che è appunto apertura verso l’alterità irriducibile del trascendente, verso quella spiritualità da sempre compenetrata e coalescente alla nostra materialità.
Come posso allora suggerire questa mescolanza nel visibile, di materiale e spirituale? Quale entità rende il sensibile trasparente e apre e illumina questa ferita, questo essere sempre aperto all’oltre? Nella mia esperienza pittorica questa modalità rivelatrice è affidata certamente alla luce.
È tramite la rappresentazione della luce che sulla tavola dipinta tento di evocare la presenza di un interregno, una soglia di confine socchiusa tra immanente e trascendente, dove è proprio la materia-colore stessa ad essere mediatrice tra queste.
La luce consacra così il reale, spiritualizza la materia e al contempo offre la possibilità di materializzare lo spirituale, trasfigurando pertanto la realtà visibile. (E.F.)
(estratto da Quale arte sacra oggi? Àncora editrice, 2023, Milano)
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Note sulla mia tecnica pittorica implicata alla poetica
Per parlare dell’organicità tra forma e contenuto, a cui aspira l’opera, devo fornire alcune informazioni sulla tecnica che, da venticinque anni, salvo eccezioni, utilizzo nella mia ricerca pittorica. Io dipingo su una superficie melaminica, bianca e impermeabile, con un solo colore ad olio: il nero d’avorio.
Attraverso velature, parziale sottrazione o asportazione del nero, ottengo tutta la gamma dei toni intermedi. E solo con l’assenza totale del pigmento posso ottenere il bianco più intenso.
La luce presente nelle opere, è pertanto, il fondo della tavola che riemerge, e che permea – da dentro – tutte le cose; volti, paesaggi, oggetti, in una minore o maggiore prevalenza di luce/fondo o materia/nero. Il colore sulla tavola si presenta senza grumi e spessori risultando quasi pulviscolare, per la sua impalpabile consistenza si mostra a volte come smaterializzato.
La costruzione del dipinto non conosce propriamente un disegno ma è più una giustapposizione di toni chiari e scuri che conferiscono il senso di un contorno.
Il nero è steso a volte per velature, altre per tamponature, quasi a divenire polvere sedimentata sulla tavola. Il risultato finale, è una velatura ridotta ad uno spessore sottilissimo che, in alcuni dipinti, raggiunge quasi l’inesistenza.
La superficie dell’opera si attesta pertanto come qualcosa al limite della consistenza, eppure con una forte presenza data dall’illusione della rappresentazione.
Mi sembra che questa condizione di illusione e fragile presenza, sia la metafora stessa della nostra esistenza, del nostro approssimarci alla morte. L’immagine, ontologicamente, si oppone a questo apparire-mostrarsi-svanire e, con la pittura, da sempre tenta di affermarsi come una presenza contro assenza.
Un desiderio del tutto umano di afferrare e fissare ciò che non è possibile trattenere. È la pittura che celebra l’enigma stesso della visibilità.
All’interno di questa visione, con la pittura, tento di cogliere la stessa drammaticità della vita, composta di luce, tenebra e infinite sfumature intermedie, dove l’una trapassa nell’altra senza soluzione di continuità, mostrando quanto tutto sia parte di una danza di luce e ombra.
Il fondo bianco della tavola – che io provo a modellare quasi fosse una sostanza plasmabile – diviene allora luminoso solo grazie alla pittura e all’inscindibile materia del nero.
Io non miro a simulare la luce: la trovo all’interno della tavola stessa.
Di plotiniana memoria è la suggestione che proveniamo dalla luce e ad essa ritorniamo.
Questi dipinti ci suggeriscono, pertanto, che noi siamo luce, la materia stessa è luce. Tutto è luce.
Ma senza l’ombra, il nero, la notte, non sarebbe assolutamente possibile, per noi, farne esperienza. (E.F.)
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La pittura di Ettore Frani si compie attraverso pazienti e diafane stratificazioni di pigmento ed olio, che velano e rivelano una dimensione altra. Attraverso tele simulate, sudari saturi di umori, membrane velate che sottraggono alla vista, figure anadiomene e paesaggi desolati -quali luoghi interiori strappati alla pelle stessa della pittura-, l’artista tenta, sotto la cifra della perdita e della mancanza, di trascendere il visibile per tentare l’inesprimibile, di cogliere con un gesto l’indicibile di ogni rappresentazione. Nella sua opera l’assenza diviene presenza, e viceversa, quale icona dell’irriproducibile. Nell’ossessivo girare intorno al vuoto, un ‘quieto altare del nulla’, la pittura tenta e ‘fallisce’ ripetutamente. Non resta allora che la poesia di questo infinito intrattenersi sulla soglia, in attesa… Come l’artista stesso rivela, la sua pittura è ‘necessità di deserto entro il quale sia ancora possibile domandare con voce di silenzio’. [2010, Paola Feraiorni]
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Ettore Frani (1978, Termoli, CB). Vive e lavora a Lido di Ostia Roma. Nel suo percorso artistico ha esposto in numerosi spazi istituzionali e gallerie private tra cui Galleria San Fedele a Milano, Galleria d’Arte Moderna “Raccolta Lercaro” a Bologna, PAN di Napoli, Palazzo della Permanente a Milano (16° Premio Cairo), Casa Natale di Raffaello ad Urbino, MAR di Ravenna. Ha inoltre partecipato alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ed ha vinto il Premio Artivisive San Fedele “Il segreto dello sguardo” (2009-2010). Le sue opere figurano in importanti collezioni pubbliche e private tra le quali Museo San Fedele, MAR di Ravenna, Museo Michetti, Patrimonio d’Arte Unipol, Fondazione Cassa Risparmio di Jesi, Musei Civici e Collezioni Diocesane di Camerino, Fondazione Giacomo Lercaro/Raccolta Lercaro, Fondazione Casa della Divina Bellezza e Collezione AMC Coppola.
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Ettore Frani
