
Angela da Foligno
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Foligno, 5 giugno 1284
Al cardinale Giacomo Colonna
Una volta fu innalzata l’anima e vedevo Dio con tale chiarezza e in tale pienezza come non l’avevo mai visto così in modo tanto pieno. Lì non vedevo amore. E anch’io persi l’amore che avevo dentro di me: fui fatta non-amore. Poi lo vidi in una tenebra – dico in tenebra, perché lui è il maggior bene che si possa pensare e capire. In quel bene che si vede nella tenebra io mi rannicchiai tutta quanta. Sono diventata così sicura di Dio, che mai potrei dubitare di lui o di non possederlo sicuramente. In quel bene tanto efficace che appare dentro la tenebra sta ora la mia speranza, tutta concentrata e sicura.
Così la fedele cristiana Angela da Foligno a me, frate trascrittore. Ecco le sue prime parole, che traduco come posso nell’arido latino della Chiesa, fedele al compito che mi avete affidato. Voi sapete chi è Angela, Monsignore, perché mi avete comandato di riferirmi il suo messaggio; ma nessuno ve l’avrà descritta, neppure sommariamente, perché nessuno lo potrebbe. Vi accennerò qualcosa io.
Dicono che Angela sia di carnagione molto scura, che non abbia decoro né grazia; si sa di certo che ignora il latino e il volgare; vive chiusa nella sua cella, acquattata nel buio, invisibile agli sguardi, in attesa che l’estasi le cambi la voce. Strana voce la sua, cavernosa, un po’ sorda. Mi sono abituato a udirla nei miei lunghi giorni di trascrittore, l’orecchio appoggiato alle grate della cella, le ginocchia indolenzite, il foglio fra le dita. A Foligno, lo sapete, è diventata più famosa della più famosa delle sante; ed è per i suoni che la sua bocca fa scaturire dal buio quando è posseduta che io, povero frate, sono stato chiamato da Voi a farle domande sulla creazione del mondo e degli uomini, sulla Verità di Dio e sulla Santità della Chiesa.
Ma in effetti, Monsignore, io stesso non sono sicuro di quello che la mia mano ha trascritto e sottoposto al Vostro giudizio. Mi sembra di essere stato stupido, lacunoso, infedele. E se mi sforzo di ricordare, ricordo meno di nulla: solo alcune parole tronche, bisbigliate in una lingua molto simile al dialetto umbro. Io traduco come posso. Ma nel dialetto di Angela ci sono consonanti aspre, che non formano sillabe, vocali cupe, a cui non so dare un senso, suoni che si mescolano nel buio come colpi sordi.
A me sembra che Angela abbia detto quello che ho riportato qui sopra, all’inizio della lettera, ma c’è anche il rischio che noi – io, come umile servitore, e Voi, come rappresentante della Chiesa – stiamo trattando non con una donna ispirata da Dio, con una santa analfabeta e innocente, ma – oso appena dirlo – con una strega posseduta da una lingua eretica e nuova, che ci parla di un nulla sconosciuto. È il problema che sottopongo alla Vostra attenzione. Io credo di non poter più capire. Io non voglio più capire. So che, comunque, continuando a trascrivere queste visioni, io tradisco chi quelle visioni soffre nell’anima e nel corpo, e non voglio più che questo accada.
Io vi chiedo, Eminenza, di esonerarmi dal mio penosissimo compito, che malamente cerco di assolvere. Preferisco non fare più nulla, essere rimosso dall’incarico, espulso dalla stessa Chiesa se sarà necessario. Se volete sapere qualcosa di più, se le mie parole Vi sembrano quelle di un malato o di un folle, venite in questa cella, dove Angela parla la lingua tronca e tenebrosa di cui Vi mando relazioni, e appoggiate l’orecchio, come faccio io da giorni, a queste grate, calde della sua voce. Allora saprete in quali mari io navigo da solo, e quanto la mia navigazione abbia qualcosa di simile a un annaspare che mai verrà a capo di nulla.
Venite e cercate di capire. Io ho smesso di farlo oggi.Angela è corpo troppo straordinariamente invaso dalla lingua delle sue visioni perché possa tradire con la mia voce la sua insostituibile estasi. Le povere parole che Vi mando oggi con diffidenza – eco della sua lingua notturna – non sono lodi o preghiere. Angela espone il nulla che abita sotto l’immagine rassicurante di Dio: niente ci assicura che un Essere supremo e assoluto le detti quanto noi trascriviamo, a onore della fede cristiana – ma quanto ci detta è certo segno di un inferno che non si sa quanto appartenga al corpo e quanto allo spirito. Ciò che mi pare le crocefigga la carne e le innalzi l’anima è solo un buio ostinato, da vegliare in tutta la sua fierissima tenebra, dentro il quale stare e tacere, e casualmente emettere suoni, singulti, lacrime di parole.
Perciò, prima di perdere la mia fede, prima di vergognarmi della mia impotenza a trattare con un fuoco che non comprendo, che mi occupa le orecchie come voce diabolica, io resto muto.
Vostro frate A.
Lo scrittore Georges Bataille, su un treno affollato di soldati in partenza per la seconda guerra mondiale, legge in traduzione francese Le livre des visions di Angela da Foligno e ne resta conquistato: riporterà notizia di quest’incontro folgorante nel capitolo «La nuit» di Somme athéologique. Alla visionaria di Foligno, vissuta alla fine del XIII secolo, si attribuiscono scritti di diversa natura, oggi conservati nella Biblioteca Comunale di Assisi con il nome di Libro Lelle. Nessuno dei testi è scritto da lei: le sue visioni, dettate in dialetto umbro, sono trascritte in latino ecclesiastico. Diversi i trascrittori e i redattori: dell’ultimo non si conosce nulla, mentre il primo sarebbe un frate minore, celato sotto la sigla A. Riascoltando le proprie parole fissate nella scrittura dei frati, Angela le avrebbe definite da un lato verità e dall’altro truffa e bestemmia.
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*I testi sono tratti da: Lucetta Frisa, Marco Ercolani, Furto d’anima. 40 lettere reali e immaginarie tra uomini e donne nella storia e nell’arte, Greco & Greco, Milano, 2018.

