LE METAMORFOSI DI UN CERCHIO. Dario Capello

(Intorno a L’età della ferita, Medusa, 2022, di Marco Ercolani)

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Marco Ercolani, ovvero “degli astratti furori”. Dentro alla sua mitologia personale, tra le sue ossessioni: l’apocrifo, l’epistolario, le vite immaginate, la voce dei folli, l’aria il volo e la leggerezza, la caduta, la salvezza di una forma (che è la scrittura) da opporre alle furie. Qui, ne L’età della ferita, il controcanto struggente, ricco di pathos, con la figura di Kafka (così come emerge per schegge dai “Diari”) configura un gioco di specchi. Quasi sempre specchi ustori. Si viene a formare una sorta di eco tra le due scritture. Un’eco arricchita da tutto il tragitto percorso e dalla distanza. Un suono di ritorno con un aria da ultimatum. Il gioco di specchi si arricchisce poi con l’espediente narrativo di una terza figura, un io che parla con la voce di Ercolani. Un filtro di sapore letterario che sarebbe piaciuto a un Borges o a un Pessoa. Ma che voce è questa? Potrebbe essere la voce di tutti, una parola personalissima ma anche vagante, continua, successiva, nella quale ciascuno di noi capta o proietta la parte destinata.

E’ questo un libro attraversato da un vento secco, dove prevale la lingua concisa, scandita e nervosa, tutta densità. Densità di un pensiero interrogante, di natura intransitiva, che da sempre è il segno, la cifra della scrittura di Marco Ercolani Si sentono forze che premono… Un panorama di sbalzi, di improvvisi precipizi appena richiusi all’ultimo. Ma la nota di fondo, il basso continuo che sostiene il tutto, nonostante il carattere frammentario, rapsodico dell’insieme, è nell’inquietudine e in un certo sentimento del tragico che accomuna Kafka e Ercolani e li dispone a specchio. E c’è qualcosa (più di qualcosa) nel mondo pieno di fermenti creativi di Marco Ercolani che può avvicinarlo, per via di fascinazione, a suon di richiami, alla figura di Kafka, fino a colmarne almeno in parte le distanze,

Ad esempio il ricorso per entrambi alla “sproporzione”, allo scarto, fino al paradosso (“Lui vuole solo comunicare ciò che non si comunica”) per disarticolare nel contrasto estremo tutto ciò che di automatico, di meccanico, entra a far parte della consuetudine, D’altra parte, tutta la copiosa produzione di Ercolani andrebbe letta tenendo sempre a mente le parole di un suo titolo: “lezioni di eresia”, che sono altra cosa dalle lezioni “di tenebra”.

O ancora, il senso di “estraneità”. L’esilio dello straniero al mondo. Il nomadismo. “Mi illumino da me. Mi scrivo da me. (…) Non ho mai avuto altra vita che questa, ora, dove non sono,” Naturalmente anche la fuga nel mondo e dal mondo è illusoria: “uscire (…) è andare via per sempre, via nella nave che finalmente scioglie gli ormeggi e lascia la terra. Ma quale terra?”

Leggendo Marco Ercolani, qui come altrove, si è in prima battuta catturati dalla profondità del suo coté notturno. L’enigma, l’incompiuto, l’indicibile, una certa idea di verità nomade, il regno del sogno, “occorre sognare sempre”.

Il privilegio del non-sapere, ad esempio. Che non esclude la validità del sapere. “Non capire spalanca strade…” Nessuna “nube” misticheggiante o estatica in questo non-sapere di Ercolani, piuttosto un capovolgimento all’ultimo gradino, un “fuori-scala”, una conquista della mente.

Appartiene al registro notturno anche il topos del volo, presente qui come altrove, dove è anche più insistito. E’ un’ala senza angelismo. Un Icaro pieno di perplessità. L’ala e il volo diventano in Ercolani il segno di una diversa, possibile esperienza, che comprende anche la caduta, tanto da poterne registrare i ritardi: Il ritardo della caduta, così suona uno dei suoi titoli precedenti. Naturale corollario del volo e della caduta diventa la vertigine, altra parola chiave, ricorrente nell’immaginario di Ercolani. Ancora un suo titolo: Vertigine e misura.

Già…la misura. A ben vedere, è ugualmente attivo in tutto Ercolani un potente esprit de géométrie, che ne sostiene il regime diurno, il registro chiaro. Una coscienza lucida, anche nei confronti della propria maschera. Uno strumento affilato, rasoio o grimaldello, finisce per minare dall’interno anche le certezze della ragione che lo ha costituito. Così il cerchio non si chiude mai su se stesso.

Quel che resta ancora da sottolineare è il fascino, qui, ne L’età della ferita, di certe note narrative, o se si vuole, poetiche, dove la parola nitida, scandita, cristallina segue e insegue tutte le onde dello smarrimento, tutte le parabole della caduta. Una parola pur sempre mossa e turbata ma che sceglie un suo livello linguistico sobrio, a tratti anche neutro. La stessa parola che deve “parlare per tutti noi”, poiché in qualche modo ci ha già scritti.

Come esempio di una fantasia felice, di un’immagine di gusto preromantico, ma virata su registri linguistici di media temperatura e quindi spogliata di enfasi, penso alla pagina 79, dove un cavallo bianco, investito dal sole si slancia fra le nuvole “senza alcun diritto” e galoppa felice… Nostalgia di una vita prima della vita. E nostalgia del selvatico. Il galoppo del cavallo (simbolo ctonio e solare insieme) secondo un’indicazione di G. Durand è isomorfo sia del ruggito del leone che del mugghiare del mare.

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Paul Klee

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