LA FEBBRE ANALOGICA. Per Ilaria Seclì

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Poeta visionario e barocco, Ilaria Seclì: i suoi versi appartengono al mondo dei poeti “scorticati”, dei “senza-pelle”, dove la sensibilità si accende e si infuoca prima che la ragione possa esercitare il suo naturale controllo. Ma questo non basterebbe a spiegare il trasalire dell’emozione che la sua voce poetica trasfonde al lettore. Forse, in lei, la poesia non è parlata solo dalla potenza delle sue immagini ma è lei stessa la natura tragica del poiein. Scrive Holderlin: «Perché questo è il tragico in noi, che abbandoniamo in completo silenzio, impacchettati in qualche contenitore, il regno dei viventi, non che, divorati dalle fiamme, scontiamo le fiamme che non siamo riusciti a domare». Quelle fiamme, il poeta le sconta attraverso l’esperienza del vuoto:

«se è possibile un vuoto di fantasma

io lo sento,

l’arnia colma, l’aria d’oro,

il taglio netto del momento spense

per i tempi innominati ogni fame»

Le regole vanno sovvertite se erompe la vita: non c’è un finale “verosimile” e “obbligato” a nessuna storia. Il fluire delle sensazioni inventa da sé le sue strade. Come accade in questi versi, che prospettano la visione di una “parola ripudiata”:

«le chiavi seguono le tappe di desideri morti

infilate a toppe di meccanica sopravvivenza

resta la parola ripudiata dai vocabolari

ora postuma nella panchina del giorno

data in eccesso e sconosciuta ai calendari»

La parola è parola affabulante, vivente, da toccare, da assaporare, da cullare:

«la forma che alla nuvola manca all’acqua alla vita

è tutta qui in carne e ossa, passi respiri insonnia»

Domina, nei versi di Ilaria, una febbre analogica, una “tempesta emotiva”, un’eruzione che vuole sciogliere il peso delle comuni parole: è, la sua, una poesia sempre sul punto di disintegrarsi, tra furore e dolcezza, che trattiene a stento nella lingua dell’alfabeto la sua violenza di genesi. «Se la profondità non ha letto per l’acqua / resta richiamo d’inferno e pietre, occhi di bambino / prestati a voglie adulte, il gioco è strada secca / coi morti che arrivano…»; «stava inerme e niente è nuovo, ma quel rumore morso / lo schianto lento appena sopra l’ombelico / cosa dice cosa dice cosa dice». Ilaria è posseduta da un daimon che cerca nuovi segreti, convergente e divergente, fedele alle parole di Char quando definisce la poesia “come un canto di uccello che sta sottoterra e cerca di risorgere, che è risorto da uno spazio troppo bianco”. Non è di quello spazio “troppo bianco” che si occupa il poeta ma del turbinoso accavallarsi di immagini che cancellano quel biancore per colmarlo di immagini. (M.E.)

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*La fotografia è di Ilaria Seclì.

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