Ricordo che, a quattordici anni, mia madre descriveva le minime scene di ogni film con una calligrafia minuta, a matita, senza tracce di correzione, in quadernetti quadrettati. Rileggerli è inquietante, anche perché i caratteri delle sue parole, più di settant’anni dopo, sono diventati così deboli da essere quasi illeggibili, e perché le trame di quei film sembrano oggi complicate e assurde. Ma sono i ricordi esatti di un’adolescente che non voleva perdere un solo fotogramma delle storie che aveva appena visto. Di un’adolescente a cui il mondo faceva paura, ma che non esitava a vedere film che rappresentassero proprio quella paura.
Nel mio amore personale per il cinema ho sentito il bisogno prepotente che esistessero delle storie che non sono mai esistite. Storie ipotetiche, che prolungavano le ombre degli attori e dei registi come un controcanto, un contrappunto segreto. Orson Welles, Robert Bresson, Greta Garbo non avevano scritto quelle lettere e quei taccuini che avrei voluto avessero scritto. Sedotto dalla loro assenza, me li sono inventati. Ho costruito le prove, le tracce delle mie fantasie, come l’ispettore Quinlan fabbricava prove false per incastrare criminali veri. Goloso di scritture e di sogni, come mia madre, ho sentito la necessità che certe fantasie fossero vere. E, poiché la storia non mi forniva dati reali, li ho fabbricati io, nel desiderio di stimolare non l’erudita curiosità del cinéphile ma l’attenzione affettuosa del lettore per dettagli anomali e perturbanti di vite, pensieri, destini.
“Turbare” il passato, ridando voce ad autori che sono realmente esistiti, potrebbe essere giudicato un atto di presuntuoso voyeurismo, aggressivo e onnipotente. Io credo il contrario. Restituendo la parola a chi non può più parlare, ma che in quel momento, attraverso un artificio dell’immaginazione, può farlo, ho l’illusione di riparare a un antico sopruso e simultaneamente di esprimermi proprio attraverso questa «parola segreta» e indiretta, quel cortocircuito anomalo, collaterale. Scrive Italo Calvino: “L’autore è autore in quanto entra in una parte, come un attore, e s’identifica con quella proiezione di se stesso nel momento in cui scrive». Lo scrittore “apocrifo” vuole esistere attraverso altri destini. Ma, in una visione fantastica dell’arte, sono forse i destini degli altri a trovare in lui l’interprete esemplare, la maschera più trasparente”.
L’universo del cinema, l’arte più giovane dello scorso millennio, è un universo ipnotico che, all’interno di un tempo definito, stimola l’immaginazione a creare, ricreare, montare e smontare nuovi e antichi sogni. Intorno alle diverse anime del cinema questo libro intreccia un caleidoscopio immaginario di poetiche, appunti, lettere, interviste, confessioni, che registi, attori, produttori, direttori della fotografia, dagli anni del muto fino ai nostri giorni, potrebbero avere scritto o pensato. Il lettore di A schermo nero deve, per il tempo della lettura, essere simile a uno spettatore e, come lo spettatore, separarsi dal mondo esterno, sprofondare nel buio della sala, identificarsi nelle finzioni che sprigionano dallo schermo: suoni, luci, ombre, emozioni.
A schermo nero, come suggerisce il titolo, viene dall’oscurità di una visione interiore che riflette le sue tenebre per illuminarle. In Io sono un evaso, un’amica chiede a Paul Muni, ex galeotto, vittima di soprusi e ingiustizie: «Come vivi?». Pochi secondi dopo lo schermo si fa nero e la voce dell’attore sibila, pianissimo, la risposta: «Rubo». Il mio augurio è che il cinema contemporaneo, estroflesso in visioni troppo visibili, non dimentichi il misterioso silenzio, la zona d’ombra iniziale da cui ha preso origine, e da lì ricavi la linfa vitale e consapevole di un futuro sempre e ancora da inventare. «Questo è il cinema: la realtà dell’irrealtà. Grazie a Dio, noi lavoriamo per creare un’irrealtà che sembrerà reale a milioni di persone (Joseph Mankiewicz)». (M.E., 2010)
**

