IL MAGICO ERRORE DI MARCO ERCOLANI. Caterina Galizia

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Marco Ercolani è uno psichiatra e uno scrittore.

Scrivere” dice “ è un atto di violenza, un magico errore, una gioia non nominabile”. La sua produzione è sterminata; spazia dalla narrativa (dove eccelle negli apocrifi) alla saggistica, alla poesia, agli aforismi. Con Lucetta Frisa è redattore della rivista online “La foce e la sorgente” per “La dimora del tempo perduto” e con lei ha pubblicato numerosi testi.

Il libro di cui voglio parlare è Sentinella (Edizioni “L’ arcolaio”, 2022) una raccolta di aforismi, frammenti, appunti, dove chiedersi se si tratti di scrittura che riflette su sé stessa o di pensiero filosofico, di poesia o saggistica, di ricerca sul proprio o sull’altrui sé, non ha senso. Ogni domanda di questo tipo, semplicemente, non va posta perché è esattamente dal paradosso-crocevia di questa complessità che l’opera trae la sua forza. Ercolani è sempre attento a coltivare lo stupore (proprio o altrui) perché “Disimpari lo stupore e cominci a morire”. Infatti per sopravvivere occorre “disorientare il presente”. E quando è il presente che ci travolge con la sua inconsistenza? “Certi giorni, dice Ercolani, trascorrono senza di me”. Il giorno, infatti è pericoloso. È lo spazio mentale che subisce l’intrusione del mondo. “Lo sogno, lo modello, lo scrivo, il mondo, ma è come volessi persuadere lui a farsi riassorbire da me, non il contrario”. Così la vita: “Vivo diecimila vite. Ma questa, che subisco, ha un nome?.” E ancora: “Qualsiasi cosa io viva di reale, da uomo, da medico, da scrittore, c’è, nella mia testa, un’unica apocalisse, una sola polverizzazione del mondo, un bianco totale. Il solo paesaggio possibile”. Sono infiniti, invece, e benedetti dalla libertà della creazione, i paesaggi illuminati dal buio della notte. Qui potremmo dire, ribaltando Emil Cioran “L’insonnia è una vertiginosa lucidità che può trasformare un luogo di tortura in paradiso”. Perché le notti, con la veglia che coltiva i propri sogni, sono le ancelle della scrittura e la scrittura è “Il fuoco che arde e insorge senza incenerire”. Quindi: “Scrivere per conservare quella violenza”, “Non vivere neppure un attimo senza le potenzialità della parola”. Lo scrittore dice di sé: “Se metto dei segni sul muro, comincio a credere al muro” e soprattutto “Io, se scrivo, non posso avere rimpianti”. Un amore, quindi, a qualsiasi condizione. Ma si è mai visto un amore senza spine? A questo punto ci si imbatte in uno dei temi più affascinanti di quest’opera: lo choc del linguaggio che si scontra con il suo limite: “La parola è indicibile. Ma occorre scrivere per saperlo”. “Il foglio bianco./ Due penne sul tavolo/ Una è spezzata”.Quale parola può definirsi giusta per descrivere un evento perturbante?”. Ciò vale soprattutto per la poesia: “Il poeta non trattiene per sé ciò che scopre. Non appena lo trascrive lo perde subito nelle parole”. ”Il poeta scrive da quel punto di sé dove sarebbe logico tacere”. Se il poeta è Ercolani non ha scelta: “La-cifra del tappeto- di tutta la mia opera” dice “è la necessità di vivere nonostante” rimanendo in bilico sull’abisso, talvolta arrivando addirittura a sorvolarlo: “La bellezza estetica è quella sospensione della vita che ci rende occasionalmente immortali”. L’abisso va esorcizzato con la testimonianza: “Disegno sul muro, con temperini spuntati, città inutili e favolose, composte di nuvole e di foglie. Di quelle città, dove sono sveglio e dove dormo, sono io la sentinella”.

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Il testo è tratto dal mensile Leggere tutti. Mensile del libro e della lettura, anno 18, n. 169, agosto-settembre 2023.

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