La follia è la tessitura arcaica e arcana (dunque, carica di stupefazione) delle “celesti finzioni” di cui parlava Lautréamont nei suoi Canti, credo proprio nel Canto Sesto. La finzione è destinata come la parte che tocca in teatro a un attore, la stessa parte, per anni, per sempre. La follia è appiccicaticcia, untuosa. A un certo punto la maschera cadde dal volto mio e da quello di Hölderlin. Capimmo che si trattava di una maschera di cera promessa alla scomparsa. Se la follia scompare all’io, quasi sempre succede di ritirarsi. Si passa dal boato psicotico al silenzio ascetico. Si capovolge la moneta e se da un lato c’era la maschera dall’altro si affaccia una specie di volto, ma sicuramente una prossimità, un avvicinamento alla unità o, spiritualmente parlando, alla comunione. È come se la moneta venisse improvvisamente convertita. Dalla foiba alla pianura.
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