« ogni volo/è un pazzo in fiamme ». una nota per « Non è mai notte non è mai giorno » di Francesca Serragnoli
inizio dalla fine, dall’ « ospedale dei guardati », « gli intubati di Dio ». « Lavare la bocca e uscire con in mano la sacchetta. Il carrello di notte. La pausa. Le ruote. Il neon. Li vedi sbirciando dai corridoi, alzare il collo come oche ». chi guarda e chi vede : chi spoglia cercando e chi riveste e non si cura di alcun ottenimento, scrive Isabella Bignozzi nell’introduzione. una torcia che affonda gentile nella vita che non si guarda. e succede che un miracolo per svista sia lasciato lì, a irrompere per inopportunità, nella grazia ruvida che accende i corridoi di linoleum e dissipa gli afrori fossili di cloroformio. ché un malato è un matto per scavo di incomunicazione. meglio il sonno. Francesca Serragnoli non conta ma scrive presente e tutto presente, creaturale. tutto esposto, « campanellini, conchigliette, bicchieri », un’epifania di soli nascosti che lei riconosce Dio. così onora il terriccio che orla le scarpe, chiamato a un incarico di eternità non ancora annunciato. così scorge i rivoli di lana che annodano gli aneliti sommessi da una bocca all’altra. Maria Lai l’avrebbe chiamata Tu, sorella, invitandola al desco del pane inciso d’oro dei poveri. al trono dei guardati Francesca Serragnoli arriva abbigliata dello sguardo da basso, dopo aver spurgato un amore suo in altre stanze di malattia, che è sempre per parola differita, parlando al Dio che pone « l’astro in terra » e fa carne del suo mistero. e alle pendici del salto restano i diamanti negletti, quel montarozzo di bene rovesciato ai piedi di chi non può contenerlo : « non essere niente/e del niente/essere il tronco cavo/del tuo splendore ». lo scialo regale di Cristina Campo. diluirsi, alla fine, nel « calice dell’aria »e dire « Io non so mai cosa dire. Scriverò questo sul muro del bagno », vicina a quell’Angela da Foligno che dice « Allora l’anima mia non poté capire se stessa ». le braccia ingombrate del nulla dell’amore increato, che non trova senso in un destinatario terrestre, che non opera azione situata, ma, nell’arsura sua, vive in opera, inattiva. « ogni volo/è un pazzo in fiamme/è la corsa nuda di una donna/inseguita dal fuoco ». la fiamma d’amor viva di Giovanni della Croce che chiede di rompere la trama mortale per compiere la divina unione. in sé, la radice sanscrita ‘div’, lo splendore, la stessa di ‘dio’. l’ineffabile martello. e allora, in tanto eccesso, da basso si incarica qualcuno : un amato, una madre, sconosciuti figli, mentre le acque del dono di chiarore sono già rotte. da qui, il passaggio all’amore degli umani è ineluttabilmente un monologo che investe il suo oggetto di un ruolo insostenibile, e più la parola scorre, più l’oggetto d’amore scompare, ucciso a giorno nel bianco di un habitus pacato di senzienza. al termine di una inesauribile onninominanza. in questa continua cucitura delle piaghe al cielo Francesca Serragnoli è guardiana della soglia. una mano racchiude le dita screpolate degli ultimi, l’altra, lei ultima, tesa verso quella lente concava di Dio in cui corpo e anima si baciano senza ombra.
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Cristiana Panella (Roma, 1968) è senior researcher in antropologia sociale e culturale. Vive e lavora in Belgio. Dopo gli studi universitari a Roma e a Parigi ha conseguito un dottorato in Scienze Sociali all’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Ha effettuato lunghi soggiorni di ricerca in Mali. Parallelamente alla ricerca scientifica ha collaborato per alcuni anni come editor e lettrice con la casa editrice di Bruxelles maelstrÖm ReEvolution. Suoi testi di poesia e prosa, note e traduzioni di poesia inedita francofona contemporanea figurano in diverse riviste italiane on-line. Già finalista al Premio di poesia e prosa Lorenzo Montano nelle edizioni 2019 e 2021, ha vinto l’edizione 2022 per la sezione « prosa inedita » con un testo ispirato e dedicato a Dino Campana, « dalle segrete, canto », pubblicato per Anterem Edizioni (Piccola Biblioteca Anterem 2023).
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La poesia per sua natura “espone”, ma è necessario un equilibrio tra intensità del portato e grado di esposizione nella parola. Nei versi di Francesca Serragnoli c’è quel pudore che è sintomo di vera libertà morale di fronte agli spaventi del vivere. Che sia sortilegio erotico o arida sua mancanza, che sia il vetro del corpo che soffre in una corsia d’ospedale, tutto è immenso e puntiforme, acuminato di presenza. Modello di statura, di toccante umana semplicità, la parola di Francesca osa una bontà insolente, avventata nello splendore: con dura disciplina della gioia, la poetessa percorre la Fede sorridendo al temporale, e si staglia fragile d’immensità, libera di smisurata dolcezza.
(Dalla prefazione di Isabella Bignozzi)
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NON E’ MAI NOTTE NON E’ MAI GIORNO
Camera 1
Quegli occhi giustiziati prima di morire, occhi di Gioconda sola, esposta a nessuno, in bagno, dopo il dipinto, guarda l’assolata fronte accartocciare una lamiera.
L’angelo nano le fa le boccacce al petto, arriva lì, batte le mani, fa giravolte. Ma nel petto la bomba afferra la bambina nuda, scioglie la corsa. Essa è sale.
Pietà di Santa Maria della Vita. Si guardano: riposano l’una sulla schiena dell’altra.
Bocche aperte nei letti. Un nido vuoto, rumore di bacchetti. Dio mio. L’aria posa sui petti una zia argentata.
Consolami, consolami, allunga le braccia l’unico clochard che è la parola.
Le gambe tremano. Ho paura. Vorrei essere figlia di me, figlia. Avere intorno le manovre della culla, le manovre della fiaba. Occhi ridenti e fuggitivi.
Le gambe scendono dal letto, fingono di correre sui prati.
Camera 2
Nella stanza il tempo è quello dei disegni dei bambini, tutto è a matita.
L’aria è quella degli oggetti depositati su un foglio, quelli. Si parla di poco, i capelli lavati, le calze elastiche, a che ora si è digiunato, qualcuno apre e chiude sportelli semivuoti. Il tempo solitamente sosta in melanconici ragionamenti. Ora è radunato in piazza, come domenica mattina, come le mosche, in campagna, alle due. È un cantiere, non riesce a guardarlo fischiando.
Nello pesa 60 kg, a volte 62. Viene portato con ruote nuove di zecca, oliate. Il peso è tutto lì, nella cesta. Con il pedale bloccano il letto. Non sa dov’è. Corridoio 1, corridoio 2. Un fagotto, il camice, nudo.
Si aprono perfettamente le porte di ogni ascensore, si vergogna. Mi guardano. Nessuno saluta. Buongiorno come va? Non è un paese.
In un fiocco di silenzio entra nella prima stanza, fermato contro il muro. La gola è il nido dove tiene la vita. Di tutta la cucciolata, è rimasta solo lei.
L’uomo di fianco ha i baffi, lo sguardo rintanato, una larva opaca. Il chiacchiericcio, si ferma, gli zoccoli sembrano battere nella stessa mattonella, battono pentole, ma non è una cucina. Si guarda i piedi, la coperta, tiene le mani sotto la testa, poi le enormi lampade di gelido bianco. Il braccio spalancato, guardano la vena.
La preghiera è la carezza a un cane. Non capisce più dove stia la coda o la testa
