LA CURA DEL SOFFIO. Alfonso Guida

Giovanbattista Piranesi, Carceri

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Non è un caso che si sia chiamato Libro dell’esperienza il libro di una donna, Angela da Foligno, che ha vissuto per tutta la sua vita in cella. Un memoriale tremendo che con i libri di viaggio non ha niente in comune perché il viaggio avviene tra le mura costrette a mutare continuamente in specchi per dare alimento alla mente, alla sua capacità immaginativa di saziare l’esigenza tutta terrena di un amore comune fatto di spasmi e di carne. Un amore che nasce e finisce nel cerchio di pochi metri quadri. L’esperienza del corpo assoggettato all’anima, capricciosa e desiderante; il corpo, rigido, quasi plasmabile, come il giorno della creazione, una carcassa d’argilla. Perciò ben venga la cura del soffio.

Io non distinguo tanto tra realtà e realismo e ritengo che il realismo sia tutto ciò che mi commuove come l’emozione. Amo Rembrandt accanto a Van Gogh e credo che l’oscuro sia solo un falso storico perché ogni oscuro è un fenomeno, un’apparizione che si interpone. Dico questo perché per me Rosselli e Celan, i due falsamente oscuri della storia poetica europea, sono oscuro solo perché il limite imposto all’uomo cioè al critico lo ha deciso. Ma io, nei dieci anni di malattia, ne ho varcato e penetrato l’opera come muri di fumo. Era la mia lingua, una lingua, sì, piena di angiporti e di vicoli ciechi, più uscita fuori da una fiaba dei Grimm o da una mente piranesiana che da una lineare opera letteraria, di quelle che trovi all’autogrill o che partecipano ai premi letterari risaputi. Amelia è dedalo, Celan è buio. Ma ci vuole tempo. Perché si possa imparare a orientarsi nel dedalo e a trovare un faro nel buio. Vai avanti e arrivi lontano. Perciò stamattina chiudevo quel racconto breve dicendo che sono uguale a quei bambini che vengono alla luce in mezzo ai naufragi. Nei monasteri certosini il monaco amanuense, addetto alla trascrizione meticolosa e fedelissima delle opere antiche, sui termini oscuri, che non pervenivano al limite della loro sapienza, ci facevano un segno nero che era un uncino capovolto e lo chiamavano “crifie” (dal latino medioevale cryphia, derivato dal greco κρύϕιος «oscuro, nascosto»). Io sono un laboratorio di esperimenti. Avviene quasi tutto in silenzio. Dovevo imparare questo dal manicomio: num silenzio vero, cioè ordinato, dove niente scodinzola e niente sbuffa. Avrò visto questa calma in sogno molto tempo fa quando. prima di addormentarmi, guardavo le rose di Santa Teresa e aspettavo il pifferaio magico.

(Settembre 2023)

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