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Un libro di versi, diviso in due sezioni, “Visioni” e “Corpi in fuga”, che turba per la straziata semplicità del dettato. Una poesia espressionista e dolente, un “viaggio di sola andata e senza ritorno”, dove l’autore inizia il suo personale calvario, segnato dall’angoscia e da “quel poco più di niente” che è la speranza: “e sono seme / che metto radice / al buio privo di luce”. I versi, classici, hanno talvolta una nitidezza sbarbariana e sembrano scritti in un tempo inattuale e tragico, che ci appartiene da sempre. L’asprezza del torno ricorda certe canzoni “disperate” di Simone Serdini, poeta senese, fra cui questa del 1404: “O mille e mille, o divulgata schiera, / che di lassù vedete il nostro oblio/ , e il vario tempo e rio / di questa nostra desolata etate /, ecco al nostro fallir l’ira di Dio!” (M.E.)
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andavo via, il capo ciondolante
dall’angolo degli occhi,
dietro le spalle,
il vento imbizzarriva il mare,
un urlo troppo forte,
difficile capire
se mi chiedeva di tornare.
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sentivi l’urlo del silenzio
il tuono prendere il sopravvento
cosciente nel presente
non ci sarà domani.
La nebbia cade sugli occhi
s’impasta al vapore che sale
sorridi, è l’ultima stazione,
afferri la lametta
tranci carne e vene
col dito scrivi, sul bordo della vasca,
di rosso sangue la parola fine.
*
dalla tua mano
lascia ch’io cada come una piuma,
è una carezza l’aria,
impatto sulla terra
e sono seme
metto radice
al buio privo di luce
poi torno a respirare
e sono fiore
e poi di nuovo seme
dalla tua mano
continuerò a cadere.
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Marco Masciovecchio (Roma, 1967) è impiegato in una multinazionale con sede a Roma. Poco più di niente (Ensemble, Roma 2023) è il suo primo libro di versi
