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Nottario è la vita capovolta, in un certo senso mondata dai rifiuti diurni. È’ una risonanza a cielo aperto che va a indagare in interstizi rimasti al buio, e il buio omeopatico si nutre di altro buio per illuminarli. Non è un viaggio al termine della notte perché da quelle parti già albeggia, ma dentro la notte dove le viscere dell’anima, sconosciute e quindi notturne, vengono scomposte e rimescolate in un organico disorganico. È un’operazione chirurgica incompleta su di un’anima lasciata libera di scappare dal corpo poetico per inseminarsi qua e là col tepore gelido della notturnità. La scrittura è il suo reparto di terapia intensiva: l’autore la mantiene viva con una respirazione bocca a bocca, cioè cura se stesso e si salva, bulimico e anoressico, in double face.
Spargere frammenti spettrali, coriandoli di un tragico carnevale, è il metodo preilluministico di questa alchimia che riesce, appunto magicamente, ad allineare profondità e leggerezza.
Che piacere addirittura fisiologico, Marco, leggere Nottario! Con che trasparenza enigmatica hai scritto pensieri profondi e labirintici, talvolta indecifrabili eppure domestici, angosce ancestrali di noi terrestri, o semplici astrazioni come nuvole verniciate, che senso di condivisione hai creato là dove per diritto potevano (e sono) cose esclusivamente tue, personali. Ci hai illusi di appartenere ad esse, sei il titolare di un circo onirico, ci hai fatto sedere ai bordi della pista e hai inscenato i numeri dell’inconscio senza rete di protezione per eventuali cadute! Sei bravo in questa mistura di formule segrete dove hai mescolato rantoli trattenuti e beatitudini oppiacee dosando in grammi il nostro povero destino! Fossimo tutti bravi così, invece di scrivere pesando sempre tonnellate! Nottario è un’orzata estiva anche se esce da un inverno interiore.
