Il testo è tratto da: Michelangelo Coviello, La musica della poesia, in “L’arto fantasma (a cura di Nanni Cagnone)”, Marsilio editori, Milano, 1979.

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La musicalità del verso, l’allitterazione, la rima, l’assonanza, la melodia del linguaggio, il cantato quotidiano, l’accento sdrucciolo, quello tronco, l’endecasillabo piano, l’ottava e il verso libero, rimandano ad altro: al ritmo, la sua forma. È come il tempo, lo spazio. Sappiamo di cosa si tratta ma se invitati a definirlo a parole ne siamo incapaci, al meglio ci si contraddice. La metrica ci racconta invece la storia della poesia, dei suoi rapporti con la musica. Alla fine tutto è chiaro, i rapporti sono formali: convivenze connivenze.
Tutti sappiamo che la parola è un suono ma anche la musica è suono; sì però il suono della parola significando suona mentre quello della musica, è banale dirlo, suonando significa. La musica delle parole non è una suonata di parole è invece la sommatoria formale dei punti d’intersezione di ogni singola parola. È la capacità di ciascuna di evocare, associare, immaginare ed alludere prolungando o rompendo i rapporti significativi tra quella che la precede e la seguente.
Una poesia non è una composizione musicale. La sua musica è il suo ritmo. Il suo ritmo è il suo senso. Vorremmo insistere su questo punto: in poesia, nel linguaggio comune e, francamente, in ogni singola parola non si può dividere il suono dal significato che gli è proprio, altrimenti la musica sarebbe solo una catena di significanti e la poesia di significati. Il problema non semplice ma ma se pensiamo al ritmo come senso allora possiamo individuare, e non solo per la poesia, una sintassi ritmica, e cioè una specie di linguaggio non costituito da significati ma nemmeno da suoni. Si presenta come forma e da’ il senso della poesia (anche l’informale, qualsiasi cosa…)
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Una delle caratteristiche della poesia è quella di proporsi come musica. Quando Dante sostiene che la poesia non è altro che musica messa in parole, certamente non allude a un certo tipo di musica storicamente e culturalmente definita, casomai ci suggerisce la qualità auditiva della poesia, la sua essenza musicale. È l’ampiezza della voce che ci coinvolge, è l’invenzione ritmica che condiziona nuovi e irripetibili significati delle parole, è, infine, l’esigenza totalizzante della forma che controbatte che frolla strombettando la comune logica del linguaggio. Il pensiero si forma in bocca, certo, ma si sente con l’orecchio.

Michelangelo Coviello
