appunti di memoria e altro

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Il mio primo ricordo di bambina – avevo circa tre anni, credo – è una coperta bianca, tessuta a nido d’ape: me la trovavo davanti ogni volta che mi mettevano a dormire dopo colazione, nel mio lettino vicino a quello dei nonni. In quello stato di meraviglioso torpore prima del sonno e subito dopo, sulla soglia del risveglio, i miei occhi la percorrevano tutta. Piano piano quel grande spazio bianco cominciava a tremare e a sfumarsi, il disegno a nido d’ape acquistava profondità, le sue piccole cavità si animavano di colori, si trasformavano in botteghe, bottegucce affollate e rumorose, e infine nella fittissima rete di un bazar. A volte la coperta era la superficie luccicante di un’unica cupola, il bianco si tingeva d’oro, l’oro si sparpagliava in altre cupole, tetti, terrazzi, torri, palazzi, minareti, un‘intera città che dipanandosi da strade e piazze e dagli interni di botteghe e appartamenti, esponeva all’esterno le sue grandi e maestose architetture; poi, la prospettiva cambiava: cominciavo lentamente a sollevarmi come sul magico tappeto e dall’alto, ecco la sintesi colta nel giro circolare dello sguardo: la silenziosa mappa della città le cui linee, sempre più ampie e ondulate, si sperdevano non si sa dove, cancellando i contorni. Forse entravo e uscivo dal sogno. Il mio occhio come volo di uccello o sipario? Dopo tornavo davanti al bianco, quel bianco che aveva vibrato dischiudendo paesaggi fantastici ritornava coperta, una semplice coperta a nido d’api, immobile, stesa sopra il letto dei nonni.
Posso spiegarmi solo così la gioia insensata, il senso di paura e piacere, di trasgressione e sperdimento che mi procurava la lettura delle Mille e una notte, libro che mi fu regalato – in versione adattata per bambini – all’età di otto anni. Ne guardavo e riguardavo la copertina: aprirlo era un rito, qualcosa di sacro e forse proibito. Poi cominciava la lettura, ma tra le parole, tra il bianco delle righe, si affacciavano quei paesaggi visti in sogno, che si aggiungevano ad altri pensieri ed emozioni La lettura diventava faticosa, un viaggio complicato. Da una frase letta nasceva un’altra frase immaginata, da un episodio una serie di possibili episodi contigui, paralleli, con finali a rovescio o inizi che sembravano ripetersi. Tutto si attorcigliava. Quante volte lo lessi? Non ricordo. Era come tornare a casa tutte le volte, una casa segreta che conoscevo solo io, libro scritto solo per me e che nessuno, all’infuori di me, aveva il permesso o il diritto di conoscere. Lo nascondevo dove neppure mia madre poteva scoprirlo.
Quante volte mi sono chiesta perché la coperta dei nonni si trasformasse proprio in una città araba. Che ne sapevo io – a tre anni – delle città delle Mille e una notte? Quante volte, uscita dall’infanzia, vedendo un’immagine di Sa’ana o di Fez, ho esclamato «Ecco la città della coperta!».
(1999)
