I testi virgolettati sono tratti da: Carlotta Cicci, Grado Zero, MC edizioni, 2023.

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“Non si guarisce dall’io” scrive Emil Cioran, ma lo si frammenta, lo si dissemina, lo si espone: “nel mio grado zero ho posato l’umanità”.
Cosa cerca il poeta? “Furore e mistero”, come ci indica Char? Carlotta Cicci, qui al suo secondo libro, fa emergere una voce severa, visionaria, che lotta contro il ‘mondo offeso’ per trovare nuova salvezza nei suoi dèi ulteriori: “in questo smarrimento terrestre / mi tieni il fianco con atti di pietà. / resta delicato il nostro lungo risveglio”.
I versi sono brevi sequenze di una salmodia frammentaria, opposta agli orrori endemici della vita quotidiana. Epifanie di immagini, scorie di riflessioni, lampi introspettivi, sono il pre-pensiero di questa poesia fulminea e passionale, incisa con tagli glaciali di parole, che Pasquale di Palmo, nel risvolto di copertina, definisce da street photographer. Non è solo un caso che Carlotta, con Stefano Massari, curi da alcuni anni un progetto di videopoesia, “Zona disforme”, che ha come suo ideale la libertà espressiva della poesia come valore assoluto.
Il lettore spesso è impreparato ad accogliere un dettato rapido, un accordo secco, un feroce passo animale, che lo lascia interdetto, senza che lo sorregga la consolazione di un logos poetico. Grado Zero è un libro “inconsolato”, non placato.
Sonnambuli i poeti, a guardare insieme il tetto d’oro, compilando i quaderni di ciò che non esiste. Non c’è più nulla da realizzare: quindi, da ora, si comincia a scrivere: “non avrà pietà la mia piccola voce. / non ti lascerò solo senza leggi. / ti solleverò sul margine / della tua salvezza”. L’arte della compassione non ha, come oggetto, solo gli esseri umani. Si tratta, come scrive Nanni Cagnone, di “pensare il percepire”.
È evidente, nella sintassi di questi versi, l’assenza delle virgole e la presenza perentoria dei punti, a sottolineare che ogni frase conclude se stessa e si avvicina all’altra non tanto per costruire un dialogo quanto per mostrare, complici, un contrasto, una visione, un dramma.
Il corpo è un palinsesto di ordini imposti, di veti incrociati. Nasce così come ha potuto, informe, oscurato, difficile. Poi arriva la ferita, come se dall’esterno qualcuno forasse il velo. E, da sotto la ferita, come un breve urlo, esplode la parola: “c’è grandezza. La stanza è irrequieta. / è il taglio alto della luce. Là dove taccio / mi vedi e non chiedi tutte quelle cose / vere. E la tua bocca sembra una parola”.
Non corteggiare l’inutile ma conquistarlo, farne il proprio racconto, la propria arte reale. Così come Herzog trasforma il pianoforte issato sopra le montagne in Fitzcarraldo, non in segno di follia ma in estasi possibile, dove si compie l’impossibile: “credo di dare un nome al pianto. / dimentico la pace di noi. Tutti morti. / abito dove il silenzio sarebbe un dono”.
Il corpo è lupa, spasimo, turbamento ininterrotto. In toni da inno sacro questa poesia concentra un tormento umano e un eros da belva: “ti trattengo sulla pelle. Ti trattengo / tra le cosce. Tra le pieghe del lenzuolo / ti confesso il sangue”.
In Carlotta Cicci abita l’eternità dell’impulso d’amore ma è roccia, fermezza, tempo sacro: “tutto è mio se mi fermo nel nostro / silenzio. Come una vittoria si avvicina / il temporale. gli stormi sembrano polmoni. / e il fiume è sempre lì.
Il poeta che abita questo libro è vagabondo dell’ordine che sta minando. La sua opera, violenta, non ha l’irrespirabile segreto della natura morta ma l’oscura potenza dell’organismo vivente. Dimentica di modellare la forma e la inchioda: così si libera dallo spirito solare delle frasi e trova un verso, di diamante o di fumo, nel quale intonare la voce.
Scrive René Char: “Imita il meno possibile gli uomini, nella loro enigmatica abilità di stringere nodi”. In questa poesia i nodi non vengono stretti ma mostrati, come un abisso spalancato: “ho salutato tutti i miei morti. sfiorandoli / di improvvisa gioia”. (M.E.)
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Antologia
conservo tra le gambe la luce
della tana come una radice.
come una croce capovolta
sorveglio il mio giorno.
e un lupo con il buio
nella pupilla è rimasto
come un preludio.
*
ospite di segni e gesti entro nelle case.
mi sovrappongo alla grazia dell’agguato
come una lupa senza fare rumore.
*
volteggiano i corvi nella stanza.
Mi proclamano orfana nelle stagioni
dove i vivi non capiscono i morti.
*
femmina storta vado in silenzio
nell’intervallo dei garofani. con la pelle
avvelenata tra le tracce dei serpenti.
tra volti senza protezione e i cani
di Marte. lecco i peccati. le cose sole.
*
splendo in un’accurata trasparenza.
come specchio fra il bacino e le gambe.
Voglio raggiungere la terra restituita.
dove i morti non sono mai esistiti.
*
siamo discesi in zone liete
in anni di pace in pomeriggi interi
quando le bocche fuori ringhiano
guardami con il dio delle piccole cose.
come bottoni smarriti. come respiri
sui vetri. come passi di danza.
come chiavi e orecchini. come gesti
e cenni. come un’aria psichica.
come il fantasma di una bambina.
come il posto nascosto della meraviglia.
*
la pianura è ignara e inquieta. Il silenzio
mette in ordine. qui non c’è un regno.
ci sei solo tu e questo mio corpo
di cristallo. mentre mi nasci dentro
ad ogni sonno. e ti cresco. e credo
sarò come madre.
*
mi risveglio nel tuo bacio sulla fronte.
le sembianze dell’aria sono intatte.
trema tutto. cellule. minuscole vene.
piccoli grandi uccelli, giorni come selve.
la pace delle cose selvatiche.
la promessa cade dalle mie mani
alle tue.
in questo pi non saper niente
non tutto deve morire
gennaio è la conferma
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Carlotta Cicci (Roma, 1984). Poeta, videomaker, fotografa. Vive e lavora a Bologna. Nel 2022 pubblica la sua prima opera in versi, Sul banco dei pesci (Edizioni L’Arcolaio). Dal 2016 realizza documentari e video per web e tv. Con Stefano Massari inventa, nel 2022, il format di videopoesia zona|disforme.


Carlotta Cicci
