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L’universo in periferia. S-Oggetti sparsi intorno alla Poesia è un libro prismatico, un polifonico strumento di osservazione e di indagine sull’atto poetico, che ne reinterpreta le radici nel passato e nel presente (Dal risvolto di copertina)
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Nondimeno, anche se qualcuno già da tempo ne ha celebrato le esequie o l’ha relegata in uno sgabuzzino come un vecchio arnese fuori uso, la poesia da quella postazione periferica arriva perfino più intensa e corrosiva, ma deve mettersi in movimento, partire certo dalla quotidianità, dagli oggetti e dagli accadimenti della vita quotidiana, non solo per circoscriverli ma anche per attraversarli, evocarli, trascenderli. Solo così, giocando sul confine, mediante questo insondabile slittamento verso l’altrove, verso un altro «quando» e un altro «dove», essa diventa rivelazione, conoscenza. Solo caricandosi di potenza e di senso, e non chiudendosi in un’impenetrabile sfera di suggestioni private o torcendosi dove l’oscuro diventa astruso, essa può smuovere il lettore (refrattarietà, riluttanza, indifferenza sono i rischi e i lasciti di tanta insignificanza nella produzione in versi contemporanea), farlo avanzare anche soltanto di un passo, spingerlo ai margini del linguaggio ampliandone l’apprensione del mondo. Così la parola poetica vive con noi, si irradia concretamente nel tempo presente, forza l’invisibile, sfiora l’immemorabile e lo ridesta.
Altre volte la Poesia, con la sua carica di ribellione e di resistenza, sembra davvero destinarsi oltre, oltre il proprio spazio e il proprio tempo, e restare lì, in attesa di un ascolto, di un compimento. Se poi la sua origine è divina, anche il suo destino avrà a che vedere con gli dèi e collimerà con il destino di Orfeo, il cantore che sa incantare demoni e animali, attraversare il mondo dei vivi e quello dei morti, il cui nome di incerta etimologia potrebbe incrociare il greco con il latino, l’orphanòs (ὀρϕανός) con l’orbus, la solitudine con la perdita, termini che hanno connessioni sia con la condizione di poeta sia con il mondo degli inferi in cui Orfeo discende solo, «orfano», «orbato» della sua Euridice. Ma, di là dalla katàbasis che egli compie per riportare in vita la donna amata, è la sua morte, avvenuta per sbranamento, a intrecciarsi con la condizione della poesia. Orfeo, fatto a pezzi dalle Baccanti per aver respinto le loro profferte amorose, secondo una delle tante versioni del mito, non cesserà mai di cantare. La sua testa staccata dal corpo non muore ma, trasportata sulla lira che la sorregge dalla corrente di un fiume della Tracia, il fiume Ebro, giunge fino al mare. La poesia, dunque, è sempre in movimento, non si può imbrigliare e fa sentire la sua voce insopprimibile e irrevocabile. Da un lato il miracolo di una testa divisa dal corpo, sospesa sulle corde di uno strumento musicale, che naviga in un mare senza approdi e senza confini e rivendica col canto, con la potenza sciamanica del canto, l’eternità della poesia come unione indissolubile di parola e musica (in ebraico uno stesso termine, «shir», designa sia la poesia sia il canto); dall’altro l’orrore di un corpo straziato che ci mette in guardia contro il degrado, la disgregazione, l’abbruttimento in cui incorre ogni civiltà quando si allontana da sapienza, bellezza, conoscenza e ne recide i legami.
Se questo è il significato del mito e la sua valenza simbolica, la scommessa non riguarda tanto il destino della poesia e la sua sopravvivenza, quanto piuttosto la possibilità di ritrovare un corpo capace di accoglierla, di trasformare l’io in noi, stabilendo un contatto, una circolarità che riqualifichi la poesia come dono d’amore che poggia sulla memoria primordiale di un dono. «Specchio limpido e terso che riunisce e riflette in viva luce tutto ciò che è essenziale e importante», diceva Schopenhauer; «arte di caricare ogni parola del suo massimo significato», diceva Pound; tinnulo squillo di fanciullo in grado ancora di stupirsi, di rovesciare l’ordine del mondo rimpicciolendo ciò che è grande e ingrandendo ciò che è piccolo, diceva Pascoli (il nome Orfeo, peraltro, recherebbe con sé la radice sanscrita arbh- che significa, appunto, «fanciullo»); voce divina che invocata sostiene il cantore, diceva Omero; segreto dettato d’Amore, diceva Dante, che d’altra parte fondava il proprio poiéin sulla memoria, sulla «mente che non erra»: «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro vo significando».
(Da Memoria d’amore, 2021-2023)
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Paragrafi vecchi e nuovi
La poesia nessuno può asserire di possederla, tanto meno il poeta, transfuga inarrestabile nel suo solitario stupore, che non consola ma è consolato, non possiede ma è posseduto.
Un cieco che brancola su tombe vuote, così Foscolo di Omero: il poeta non ha che il nulla davanti a sé, tutto è maceria dietro di lui; non vedente ma veggente sente voci che lo mettono in cammino, ha visioni che «dettano dentro». La poesia nasce dal ricordo di queste visioni, di queste voci.
Ogni cosa rinasce nella memorabilità di un verso… È tutto un rifluire rasoterra, dallo zero, dalla cenere che il fuoco ha lasciato… tutto un ricostruire decostruendo.
È figlia della memoria, la poesia, come le Muse che della poesia sono la voce. Incipit vita nova: non vita contraria, esiliata in sé stessa, dice Dante, ma una vita nuova, via di salvezza, comincia dal «libro della memoria». E Memoria (Mnemosine) è figlia del Cielo e della Terra (Urano e Gaia), figlia di ciò di cui possiamo avere esperienza, dei confini celesti e terrestri della nostra esistenza.
Voci, visioni… Concrezioni stratificate nella memoria, costruzioni che si dispongono in altre forme, nell’offrirsi disappropriate a una nuova vita.
[…]
Capita che chi scrive versi dimentichi di esercitare lo stesso mestiere di Dante o di Shakespeare, di comporre nella lingua di Montale, di Rilke, di Eliot… Capita a molti di recidere e dimenticare, ma capita soprattutto a coloro che, confondendo plauso con ossequio, si pavoneggiano davanti a uno dei tanti specchi disseminati da Narciso.
L’oscurità si è rintanata in soffitta e la falsificazione, assumendone le sembianze, ne ha occupato abusivamente la casa.
Quel gergo senza senso che suona come una moneta falsa… Pochissimi hanno il dono, la parola che sorprende.
Nel tempo della dismisura inglobante distonie e asfittiche cadenze seriali, la misura nasce da una pulsazione che la precede: un battere e un levare su cui si allineano le immagini, i suoni, le sequenze frastiche, gli inserti affabulatori.
Potenza, respiro, verità… I giovani cercano consapevolmente ciò che possono trovare inconsapevolmente nella poesia. Ma le luci della ribalta sono spesso ingannevoli: accecano celando l’insignificanza, l’inautenticità.
Se la scuola è il luogo dell’umanità in fieri, è terreno di semina e di crescita: in-segnare non è solo lasciare un segno, ma è aprire un solco consegnandosi al saper distinguere, al krìnein, coltivandolo, esercitandolo, rinvigorendolo.
Attingere dal profondo, con parole rinnovate, la precisione che insiste sui dettagli è una delle vie segrete che porta le cose piccole a sconfinare nelle grandi.
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Snodi di passione
L’universo in periferia. S-oggetti sparsi intorno alla poesia è un complesso saggio critico, un polifonico strumento di osservazione e di indagine sull’atto poetico, che ne reinterpreta le radici nel passato e nel presente. Come sottolinea l’autore: «Estromessa dal mondo odierno, relegata in periferia, la Poesia fa i conti con il presente, ha radici profonde nel passato e antenne protese al futuro, antenne buone a guidare i nostri passi. Basterebbe soltanto riconoscerla, interpretarla, metterla al centro della propria esistenza unita alle altre arti come cosa viva. In questo sovvertimento, che comporta necessariamente uno scambio di posizioni, ciò che sta al centro finisce ai margini, confinato in periferia da un’idea rivoluzionaria il cui fascino sta proprio nel pensare possibile l’impossibile». Per chi si accinga a interpretare un’opera saggistica è opportuno trovare una via che maturi all’interno della rotta percorsa dal libro. Nel caso de L’universo in periferia. S-oggetti sparsi intorno alla poesia, la mia traiettoria è individuare gli «snodi di passione» che lo innervano, da Dante a Leopardi, da Caproni a Pittaluga. In questi «snodi» prende sostanza un libro prismatico che, oltre la veste tradizionale della saggistica letteraria, ambisce a essere una riflessione attenta e vibrante sul poiéin contemporaneo. «E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza ed armonia» (Dante, Convivio, I, 7, 14)». Questa volontà di non infrangere la dolcezza e l’armonia del testo, chiarissima in Dante, è chiara anche all’autore, nel saggio dedicato a Giorgio Caproni dove la partitura linguistica del Conte di Kevenhüller è vista come uno spartito musicale da interpretare nota per nota: «Si consideri poi che la poesia di Caproni è musica fatta non solo di suoni, ma anche di silenzi, che hanno una durata negli spazi bianchi che talvolta occupano quasi per intero la pagina, nei «versi bianchi», o nelle pause più brevi dei versi spezzati. È una costruzione poetica che utilizza, proprio come un linguaggio su pentagramma, valori addizionali, come la lineetta, la parentesi o altri elementi grafematici per intervenire sulla dinamica, sul timbro, imponendo di volta in volta funzioni espressive diverse, colorature, rubati, legature, risonanze armoniche…»- In Paragrafi vecchi e nuovi leggiamo dichiarazioni di «poetica» di limpida esattezza. «La poesia nasce dal ricordo di queste visioni, di queste voci». Il «non vedente ma veggente», ha le giuste visioni, sente le giuste voci, e quindi può tentare quell’«esperienza dell’impossibile» che è la poesia. Il «ricostruire decostruendo» appartiene alla natura di «transfuga» del poeta, che è «persona concava», capace di ricevere e di elaborare con la propria sintassi la complessità del mondo, e non «persona convessa», chiusa in una autoreferenziale visione del mondo. La magia è cercare la parola poetica come lingua altra che sia, al contempo, nido in cui accogliere il «diverso», scudo magico per proteggersi dall’«estraneo», ma che rimandi, proprio nel suo essere nido e scudo, la possibilità di un altrove della parola che sospende i codici dell’esistente sul precipizio dell’impossibile. Il poeta, se è tale, sorprende il lettore non per un futile gioco letterario ma perché cambia le maschere in gioco rischiando la propria stessa lingua. La parola è quella di chi sta per ammutolire ma non vuole consegnare il suo silenzio a nessuno e articola il suo linguaggio come lo scoprisse per la prima volta, insolente e nuovo, cristallino e imperfetto. Ogni autentico poeta è portatore di una visione del mondo che non coincide con nessun’altra prima. La percezione sovverte le percezioni altrui, passate e future, per riaccoglierle dopo. Ogni poesia vera presuppone lo stupore del lettore e la vertigine dell’autore. Sentirsi inadeguati davanti a qualcosa di eccezionale e di intenso che ci chiama e che vorremmo descrivere dentro di noi, senza riuscire a farlo, questo è il punto: un sentimento di scacco, ma non di rinuncia, che genera un «dire poetico», fiero e disincantato, dove ci possiamo avvicinare, con la nostra posizione nel mondo, all’utopia desiderata […]
L’invito è leggere, in questo libro caleidoscopico e ardente, le più intime considerazioni intorno alla «cosa» poetica, considerazioni non troppo diverse, nella profonda sostanza del discorso, da quelle espresse da Rainer Maria Rilke, all’inizio del secolo scorso, nelle sue Lettere a un giovane poeta: «Voi siete così giovane e io vi vorrei pregare per quanto posso, caro signore, di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore, e tentare di aver care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. E di questo, si tratta, di vivere tutto. Vivete ora le domande. Forse vi insinuate così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere in un giorno lontano la risposta».
(Dalla prefazione di Marco Ercolani)
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Francesco Macciò è saggista, scrittore, poeta. Sotto lo pseudonimo di Giacomo di Witzel pubblica il romanzo Come dentro la notte. Cura il volume di studi su Giorgio Caproni, Queste nostre zone montane. I libri di poesia: Sotto notti altissime di stelle, L’ombra che intorno riunisce le cose, Abitare l’attesa, L’oscuro di ogni sostanza.

Francesco Macciò
