Marco Ercolani, Nottario, i Quaderni del Bardo edizioni, Sannicola (LE), 2023.

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La scrittura è un’oasi nel deserto. In queste pagine larghe, la scrittura è circuita dal vuoto. È circondata e senza confini. Il filo conduttore è spezzato in tanti fili. In questo Voyage au bout de la nuit non si arriva, si passa attraverso gli enigmi, si circumnaviga tra dilemmi rapinosi, come Odisseo tra Scilla e Cariddi, e si penetra in un labirinto che non ha un centro. Nottario vs Diario. Luce nella notte e notte della luce, ombra. Il luogo forato dai venti, un luogo clandestino. Il reale. Se c’è nulla da dire, bisogna dirlo. Scriverlo con la mano sinistra, la mano del diavolo, dell’eresia. La destra è impegnata altrove, con altre cose, con le necessità del viaggio: il timone, le vele, il vento. Bisogna anche essere pronti a difendersi. Si sentono grida, sospiri, richiami lontani. Le sirene? Ci nascondiamo? Ci tappiamo le orecchie? No, occorre legarci alle righe delle pagine, con le corde della scrittura. È il Minotauro da cui siamo inseguiti che inseguiamo. Quando ci raggiungerà? Quando lo raggiungeremo. A volte lo intravediamo o è lui che ci intravede? Teniamo la spada sguainata, ma non serve. Il Minotauro non appare, è sfuggente, è dentro di noi. È fuori. È il filo d’Arianna che abbiamo perduto e che Marco Ercolani ci aiuta a reperire in noi, a prendere in mano, a smarrire di nuovo. È un reperto fossile, appena ritrovato, ora. Secoli e secoli dopo. È scrittura. Sinestesia, metafora. La scrittura dell’uomo. È lei in lui. E lui in lei. Le immagini, le parole. I sogni. Poiché occorre perdere sé e gli altri per ritrovarsi e perdersi di nuovo. E allora, fermiamoci un momento. Guardiamo il palmo delle nostre mani. Cerchiamo lì una mappa: «Il sentiero da trovare è sempre una via sommersa.» (p.26), «Quel pino arso, laggiù. Di quante grida fu testimone?» (p.27), «Incubo ricorrente: opporsi a un nemico ignoto.» (p.28), «Scrivi frasi che ritornano, anni dopo, pronunciate da altri.» (p.30), «Nervature di ali, voli sospesi: la scrittura.» (p.31), «Guardano fogli bianchi, ma fitti di incubi oscuri, non ancora disegnati.» (p.32), «Scrivere come se lo schermo dove scrivi riassorbisse le tue parole, e ricominciare.» (p.33), «Il lavoro poetico: rigorosa dilapidazione.» (p.35), «Il vento, quando si colma di voci, si trasforma in silenzio.» (p.36), «L’aria sembra celeste, ma io ne percepisco il buio.» (p.37), «Ieri erano uccelli scolpiti. Oggi, appena sono guardati, iniziano il volo.» (p.38), «Creare un cielo è semplice. Impossibile imitare le nuvole» (p.40), «Sognarsi pietra che potrebbe volare.» (p.41), «Non ho più nulla da dire. Comincerò a scrivere.» (p.46), «Scrivere per uscire da sé, prima che lo prescriva la vita.» (p.47), «La forma arcaica del sapere è un soffio di vento.» (p.54), «Un ordine esatto non esiste, come non esiste un disordine completo.» (p.55), «Aderisco con attenzione all’orrore vissuto da testimoni precedenti.» (p.65), «Si potrà imparare a essere positivamente folli?» (p.67), «Siamo da sempre costruttori dei nostri incubi.» (75), «Le cose sono fulmini, poi tornano cose.» (p.78), «La pioggia non smetteva, nonostante tutto, di cadere. O era polvere?» (p.82), «Non leggere: che siano i libri a leggere te. Guardato da loro, arriverai sempre nel luogo giusto.» (p.83) e così via, di pagina in pagina, di aforisma in aforisma, di paradosso in paradosso. Ogni pagina un sogno, un incubo, un incantesimo, una metamorfosi, una sorpresa. Un ragionamento sragionato, una ragione smarrita, ritrovata. Lenzuolo dopo lenzuolo. Giorno dopo giorno. Tra un giorno e l’altro. La notte. Nottario.
