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“All’ingresso del cunicolo che porta all’antro della Sibilla Cumana la fila dei fedeli avanza lentamente. Ognuno attende di avere il responso dal Dio. Tutti sanno che si tratterà di parole magiche, vitali ma che costringeranno a dibattersi nelle panie delle interpretazioni. Fuori, nel sole dell’estate flegrea, un venditore di frutta invita all’acquisto. Colpisce la differenza tra il linguaggio dell’oracolo e il linguaggio dell’ambulante. Per i pellegrini sono entrambi necessari. Quello del venditore di frutta mira alla condivisione e quindi tende a semplificare. E vuole una risposta in azioni. L’altro, quello per cui tutti sono in attesa, mira alla massima condensazione, alla sublimazione, alla polisemia e al mistero. In quanto alle azioni credo che, in questo caso, siano previste solo come incidenti di percorso. È chiaro che dal suo piccolo banco colorato il fruttivendolo cerca di sbirciare nell’antro dell’oracolo perché la magia fa gola a tutti, ma sa che il suo compito (alleviare la sete) non è meno importante ”. Era l’inizio di un racconto che avevo scritto dopo un incontro ravvicinato con un testo che Angelo Lumelli mi aveva mandato, particolarmente complesso e proprio (ma non solo) per questo, affascinante.
Mentre leggevo queste lettere (in Marco Ercolani, Angelo Lumelli, Cento lettere. 2023, I Libri dell’Arca, Joker) mi continuava a girare nella testa un ritornello: “Ehi, piccola venditrice di frutta, non oserai, spero, commentare il vaticinio della Sibilla (che poi qui sono addirittura due), la sua magia, il miracolo delle parole la cui “luce giunge molteplice?” Per una volta, stai al posto tuo! Ma non ho resistito, anche perché procedendo nella lettura ho trovato un passaggio che mi forniva un alibi (poi chiarirò) niente male.
Cento lettere è un libro straordinario perché fornisce un’occasione unica: seguire, nella vita e nella ricerca sulla poesia per un periodo di alcuni mesi, due scrittori in “presa diretta”. Lettere, come dice la quarta di copertina, “improvvise, urgenti ed istintive, ombre del corpo sul foglio, come una letteratura fantasma, in ore tarde”. Nello spedirmi il testo, Angelo mi aveva consigliato di “piluccare, come fanno gli uccellini, un po’ qui, un po’ là.” Non ci sono riuscita e secondo me è meglio, perché anche se alla fine quello che più mi ha colpito, e che cercherò indegnamente di descrivere, è solo uno dei mille filoni che si intrecciano in questo lavoro, la cosa più interessante è il disegno sottile della storia che giorno dopo giorno le lettere sono andate costruendo.
Il gigantesco tema iniziale viene dall’amato Hölderlin (La veduta): “Abita la vita ed è lontana / lontano splende tempo di vendemmia”.
Poesia e vita, dunque.
Ercolani la declina in poesia-follia: “Tessono e disfano, i poeti, rapsodi inebriati dal pensiero laterale. L’esistenza demoniaca e irrefrenabile, il varcare sé stessi, sopraffatti dal terrore o inebriati dall’estasi, non è psicosi. Ma ci corre vicino, come sull’orlo di una fiamma”.
Lumelli vede la poesia nel suo confronto con Seyn: “il vivente, l’irrimediabile,” “colui che porta alla morte, la quale è interamente”. ”Hai presente”, dice, “l’eucarestia? È un caso sconcertante dei poteri del verbo essere manutengolo di un potere occulto. Hai presente che cosa fa il verbo essere quando è applicato tra due termini che nemmeno se lo sognavano? Quando questi termini vengono indotti ad una identità che li lascia interdetti…giuridicamente impediti ad essere sé stessi… dovendo essere ben altro per dogma?”.
La poesia “tenta di assomigliare all’eucarestia (hoc est corpus meum) per alcune pretese, alcuni colpi di mano, primo tra tutti quel suo tentare vari tipi di estasi, di eclissi – come sottraendosi al linguaggio… un linguaggio che diventa essere?…Per quanto riguarda il sacramento, alla fine, i più ragionevoli (tra i quali anche S. Ambrogio), costretti a fare i salti mortali, hanno attribuito ad “est” il valore di “significat“ vale a dire: “non scalmanatevi, miei fedeli, non fatemi dire una cosa per un’altra- non fatemi fare di queste figure!”. Ma la poesia non gode di questi privilegi. Per lei nessun santo spezzerà una lancia a favore del suo riallinearsi al linguaggio. Perché, secondo Lumelli è proprio la poesia che guarda a Seyn come “al più temibile amore, quello che, se si voltasse, la ridurrebbe in cenere”. È la poesia che “non voleva parlare, voleva soltanto accadere”…Perché soltanto?…Perchè “l’accadere è basic, senza optional, senza duplicazioni, senza eco, senza ritorno”. La poesia è protetta dalla “cintura del non dire (dell’indicibile); attraversarla significa perdere il linguaggio… Là tace, coperto dalle parole, il lamento del non detto”.
Questa prima parte, davvero travolgente, ha richiesto parecchie riletture. Mi colpiva soprattutto la visione di entrambi di una poesia sempre in bilico su di un abisso. Per Ercolani il rischio è quello di smettere di correre sull’orlo della fiamma e di partecipare al “crollo estatico della mente” (eventualità non così improbabile come purtroppo ci ha insegnato la storia della letteratura). Per Lumelli il rischio è quello di cedere alle lusinghe dell’accadere, il che ad un certo punto gli suggerisce addirittura l’ipotesi di un patto tra poesia e linguaggio, un accordo per una “morte d’amore, la grande eutanasia.”… Su questo punto però si apre un nuovo scenario. Il tema del dubbio mi sembra lo introduca Marco anche se tutti gli interventi di Angelo, con la presenza di molte forme interrogative, potrebbero sottintenderlo come una costante: forse vita e poesia possono dar luogo ad un amore felice. Dice Ercolani: “Il poeta deve proporre non versi nuovi ma un mondo nuovo… perché è lui che crea il suo tempo” e lo crea proprio grazie all’indeterminatezza che contraddistingue la poesia consentendole un’identità non sovrapponibile al linguaggio. Per questo le parole vanno riconiate ad una ad una con la coscienza che “il troppo preciso cancella la vaga letteratura” (Mallarmé). Impressionante come questo coincida con una serie di conclusioni sul linguaggio cui sono arrivati nel tempo i mistici – Lao Tzu parlando della realtà ultima dice: “Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao”; i fisici come Einstein: “Nella misura in cui le proposizioni matematiche si riferiscono alla realtà esse non sono certe. Nella misura in cui sono certe non si riferiscono alla realtà” – e anche i filosofi – Korzybski: “Il linguaggio ordinario è una mappa che, grazie alla sua imprecisione, ha la flessibilità necessaria per adattarsi alla curvatura del territorio. Più diventa preciso il linguaggio più la flessibilità scompare”.
Approdiamo quindi tutti ad una visione in cui sia la poesia sia la vita si assestano su uno stile di lenta accettazione dell’imperfezione, della fragilità di parole e cose, della loro caducità, passando per la presa di coscienza della “salvaguardia dal dolore dell’altro” (“i corpi possono trasmettersi meraviglie e indecenze ma mai trasmetteranno il dolore”), della solitudine costitutiva dell’individuo, del dramma che si svolge nelle forme chiuse (corpo, casa, poesia). Non siamo ancora all’arte di fare delle nostre imperfezioni – tutte, compresa la più difficile da accettare, la morte -, i veicoli per una crescita interiore che renda ognuno di noi “fragile come un uomo, tranquillo come un Dio” (wabi sabi) ma siamo sulla via.
“Può accadere in poeti raffinati” dice Angelo, “che l’ombra si allunghi dentro la frase… Là vengono spinte le ultime, penultime frasi, là si illuminano per un istante, come fosse il segnale della resa, dopo tanto contendere, come se l’ombra fosse finalmente sorella della luce, un rivolgersi comune all’inesistere, conquistando a stento, tra dolori, nel grande grembo, l’ultima culla.” In un altro punto racconta due sue visioni che risentono dell’incertezza in cui lo pone il proprio stato di salute.
“Oggi ho avuto un presentimento, felice e non tanto: …ho dedicato la domenica ai lavori agricoli…con il mio amico Florin, che mi aiuta. Abbiamo ripulito a festa due grandi cerri e ho avuto due visioni: nella prima i cerri continuavano una splendida vita, in mia assenza, nel cielo ventoso e scintillante di fine inverno. Io ho pensato, orgogliosamente, che dedicavo loro il mio sentimento di pura perdita, per ciò stesso gloriosa, senza bisogno di risarcimenti. La seconda visione mi venne appena dopo, come se il cielo si fosse tirato un velo sulla testa: ero tornato alla viscosità del mio esistere… ho immaginato il futuro senza di me, e allora anche il presente mi è mancato”.
Da parte sua Ercolani conferma: “Pochi minuti fa, scrivendoti, le parole della mia lettera sono andate cancellandosi, dal basso verso l’alto, proprio come se il turbine volesse cancellare il nostro carteggio. Ho chiuso velocemente il computer e fermato il processo, come se il tuo volto mi sparisse dalle dita. È la seconda volta che succede: nulla di magico, ovviamente, intrighi digitali. Ma intanto la mente riflette e capisce che tutto scorre via, si dispone alla fine. Anche il nostro scriverci è, fin dall’inizio, un combattimento contro l’infermità, contro la morte”.
La lettera seguente segna una svolta epocale.
Lumelli: “Avevo deciso, un istante fa, di scriverti soltanto le seguenti righe, in caratteri gridati, da urlo: le parole mi spaventano…vediamoci o queste parole mi tirano a fondo, interrompiamole con un pranzo all’Osteria delle Grazie o anche con un cartoccio di pesciolini fritti a Caricamento. Ecco cosa vorrei fare quando mi spavento, quando il corpo rimane l’unico.
Ercolani: “Credo tu abbia ragione. Vediamoci e che la grotta delle parole torni silenziosa. Non una sparizione. Ma una “corona,” come in musica…ascoltarsi, corpo e mente, non separati”.
Davvero non me lo aspettavo. Sono felice. Allora la poesia non è condannata a tremare in bilico sull’abisso della follia o dell’essere, allora, dopo aver corteggiato così a lungo la morte può risalire e comparire allegramente, occhieggiando dal fondo di un piatto di troffie al pesto. Anche qui, ora, abbiamo la prova che la poesia non saccheggia la vita, la fa fiorire. Angelo dice: “ti rendi conto? Ci siamo visti, a me sembra, quattro o cinque volte…Ci siamo mai fatti una confidenza? Ci siamo mai raccontati qualcosa di noi? Di soldi, di ragazze di una volta, di fatti memorabili di cui adornare la memoria? No! Solo parole per capire altre parole! Segno di quanto ci siamo affidati al linguaggio, a quella speranza…” E Marco risponde: “Ricordi bene. Quattro volte. Le nostre lettere sono nate per passione di parole che interrogano altre parole, senza che conoscessimo le nostre vite”.
E qui, finalmente, ci permette di accedere alla sua grande ferita, quella che avevo già incontrato in Sentinella. (Ricordate? “Vivo diecimila vite. Ma questa, che subisco, ha un nome?.” “Alla fine, avendo prodotto fantasmi, diventarlo.” “Non è testimone di niente, dice. Dovrebbe avere un corpo, per esserlo, ma lui non possiede niente di tutto questo”). La lettera trentacinque infatti continua così: “Ma ti anticipo un breve dettaglio: io non ho una vita da raccontare.” Mi si era già aperto un buco nello stomaco per questo ai tempi di Sentinella e si è riaperto anche ora solo un poco mitigato dall’ultima frase: “Oggi il mio fisioterapista mi ha detto che potrò essere quasi normale, cioè senza stampella, tra quattro settimane”. Questa volta mi sembra di avere un pochino capito che cosa vuol dire “la mente deve sanguinare di salvezza”.
Non so quanti giorni siano passati tra la decisione di incontrarsi e l’incontro realmente avvenuto, ma dovrebbero essere un bel numero: (lettera 83 “è stata una giornata molto bella – lettera 32 “vediamoci!” = lettera 51, e non passa certo un giorno solo tra una e l’altra). Comunque la vita non ha aspettato il “corpo e mente, non separati” e ha fatto capolino persino dalle parole di Marco. Rimane indimenticabile il racconto della sua prima esperienza di ricovero coatto: la madre che lancia dalla finestra sassi invece di parole contaminando irrimediabilmente il figlio quindicenne che due anni dopo Ercolani rivedrà in preda al delirio ma che sarà Lorenzo Pittaluga, il poeta. Si intensificano anche le apparizioni di Lucetta che sono lì a testimoniare che la vita c’è stata e “con tutte le foglie”.
Che bello! Pensavo, anche tra Angelo e Marco il gioco dell’attesa: “Riceverai una lettera” il mio piccolo libro di una vita! E poi ci siamo anche noi. Marco nella lettera 41 si chiede: “Io scrivo per te? Tu scrivi per me? Chi ci leggerà?”.
“Eccoci, noi vi leggeremo, anzi vi abbiamo già letto. So che questo ti farà piacere perché “questo” come gli altri tuoi libri “avrà come autore chi lo legge e non lo fa morire (sempre citando Sentinella)”. E Angelo risponde: “Tu ti domandi: Io scrivo per te? Tu scrivi per me? Chi ci leggerà? Non mi pongo il problema. In questo caso io scrivo, felicemente, per te. Alle tue spalle c’è l’umanità in attesa delle mie parole? Delle tue? Ci mancherebbe questa carnevalata! – con una folla che spia da dietro che allunga il collo per carpire una parola!”.
Ecco. Fine della festa. Il lettore guardone. Ci sono dentro anch’io. Però questa è la frase che, come dicevo, mi fornisce un buon motivo per un intervento: devo convincerti che io non volevo spiare, io guardavo incantata come altri (ne conosco almeno una ventina) che pendono dalle vostre penne e in questo caso considereranno la salmodia antifonica che avete messo in pista una magia destinata anche a loro e ne saranno fieri. Beh…prima o poi ci spiegherai perché tanta diffidenza nei confronti del lettore. Marco dice che “sei un mistero teorico”. “Non ti comprendo del tutto”, dice, “ma viaggio intorno alla tua galassia”. Malgrado il tuo pessimismo, siamo in molti a viaggiare intorno alla tua galassia, ancora una volta e malgrado tutto, “con più stelle che buio”.
La decisione dell’incontro ha coltivato, saggiamente, l’attesa. Le ultime lettere prima del giorno fatidico sono brevi e commosse. Eccone qualche stralcio.
Ercolani: “A cosa penso? Al prossimo giorno. Spero nel sole e nel vento, a Genova. Letteralmente: vita”. Lumelli: “Non temere per domani: sono troppo contento di vedervi, il mio tempo l’ho mandato un vacanza, sentirò “la luce mossa dall’aria. Il presente farà il bravo”.
L’incontro c’è stato e non è il momento conclusivo del libro. La fine di una lettera di Marco dice: “La parola non porta solo vaghezza ma limpidezza, come i fiori di ciliegio alla Ramata, nati da un tuo gesto (Angelo), piantare le radici dell’albero desiderato da Lucetta”. Un libro, un ciliegio e cinque ulivi, dunque. Ecco cosa è nato dal furore poetico che ci aveva trascinato nella prima parte di questo splendido dialogo, qualcosa che rimarrà nel mondo a testimoniare che poesia e vita possono fiorire una dall’altra, parole – foglie di uno stesso albero.
