Il padre Arsenij, poeta, scrive al figlio Andrej Tarkovsky (1932-1986), regista, una lettera in cui esprime la sua diffidenza per la staticità della bellezza, che confessa di avere colto nei dettagli di certi suoi film. La lettera termina con una poesia provocatoria dell’anziano padre che si chiede: «Perché, dietro le poesie, non ci sono più uomini?».


Arsenij e Andrej
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10 aprile 1984.
Caro Andrej,
da parecchio non ti scrivo. Lo confesso, non ho visto i tuoi ultimi film, sono vecchio, gli occhi mi fanno male. Ma voglio dedicarti una delle mie ultime poesie. Hai parlato, non so dove, di «scolpire il tempo». Mi sembri poco umile dicendo questo, neppure il buon Dio lo avrebbe detto, neppure l’asceta Grigorij Skovoroda. Ti ripeterò, con Puskin: «Ma perché m’inquieti? Cosa conti tu?». Non conti nulla, caro, come me. «Cos’è una parola per un altro, attraverso gli anni e i secoli?». Niente. La vita fa chiacchiere, il destino le intreccia. Non siamo padroni neppure dei nostri libri sgualciti: la prossima notte, magari sale uno scoiattolo dal bosco e si mette a rosicchiare indifferente le pagine di un tuo copione, poi sguscia via.
Forse non ricordi, ora che ti acclamano grande e poetico regista della tua generazione, quando ti tenevo abbracciato nel giardino e con te parlavo del mio disamore per la bellezza, ti dicevo che mi piacevano di più i temporali improvvisi di certi paesaggi stupendi. Da ragazzo volevi sempre fotografarmi ma io scappavo, ricordi? Non volevo nessuna immagine fissa di me. Volevo che tu sentissi il «tempo al lavoro». Non scolpire il tempo ma esserne scolpiti, svuotati, invecchiati. Allora tu fotografavi certi luoghi nebbiosi, dove tutto avrebbe potuto essere diverso da quello che era, il bosco un paradiso, la scala un abisso, le finestre un lago. Il piacere della metamorfosi è un dono della giovinezza. Ma la gioia di non cambiare, adesso, è tutta mia. Ha una grazia, la vecchiaia, che a voi giovani è negata: la consapevolezza del declino ti fa sentire come il tempo si raddoppia e certe ore siano più lunghe e più belle e le cose più semplici, dai bicchieri ai tovaglioli, dalle mattonelle alle matite, diventano incantesimi. Forse è questa la piccola eternità che ti auguro con tutto il cuore.
Per te, Andrej, la vita si è distesa sul palmo della mano come una foglia a cinque lobi. Le tue immagini sono specchi aperti dove arrivano le nuvole e lavorano le ombre vive, non quelle morte. Ma stai attento alla bellezza: è sempre in agguato. Ti seduce, ti impietrisce. L’occhio morto dell’animale – ricordi i miei versi? – è «una nera, rigida mela, senza riflessi». Meglio una mela sbocconcellata, caduta dalla bocca di un bambino rissoso, cattivo. Tu sei stato cattivo, Andrej? Non ricordo. Però i ragazzi troppo buoni non muovono il mondo. Sprofondano nella dolcezza dei ricordi, smettono di vivere. Sono come certe mele, splendide e fredde, dimenticate nella terra di un cimitero. Nessuno le raccoglierà, nessuno le addenterà. In fondo, le nostre esistenze sono sommarie, imperfette, insalvabili. Io, ad esempio, se torno indietro nel mio passato, lo faccio da sonnambulo, in segreto, come se qualche criminale, in piena notte, mi mettesse il rasoio alla gola e mi costringesse a scrivere i miei ricordi…
Ma sono un vecchio che divaga, Andrej. Perdonami, ora smetto.
Ecco la poesia che ti ho promesso. Un abbraccio.
Guarda la casa, parlaci dentro
con lingua oscura, versaci immagini,
e poi resti bianco, come fu prima di te,
lo specchio in fondo alla sala.
Quanti si sono congedati guardandolo!
Noi, fra gli altri, rami minori della quercia di Russia.
C’è un nuovo bosco laggiù, ma sono esclusi i fantasmi.
Occorre smontare il rompicapo, essere
vivi. Perché, dietro le poesie,
non ci sono più uomini?
La memoria di certi bambini, come un cuneo di legno,
scava visioni…
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Il esto è tratto da. Marco Ercolani, A schermo nero, QuiEdit 2010.
