I testi sono tratti da: V. I. Ivanov, M.O. Geršenzon, Corrispondenza da un angolo all’altro, a cura di Nilo Pucci, Aktis editrice, Livorno 1991.

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Dal 17 giugno al 19 luglio 1920, in una camera di Sanatorio per lavoratori dell’intelletto debilitati, al numero tre del vicolo Neopalimovskij, a Mosca, si svolse una delle più celebri corrispondenze del nostro secolo: due intellettuali, un famoso poeta e uno storico della letteratura, si scambiarono, sulla diagonale della medesima stanza, da un angolo all’altro, dodici lettere.
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I
A M.O. Geršenzon
So, caro amico e vicino d’angolo della nostra comune camera, che dubitate dell’immortalità e dell’esistenza di un Dio individuo. Non parrebbe stesse a me far valere dinanzi a voi il diritto della persona alla propria identità metafisica ed alla propria esaltazione perché, per la verità, non avverto nulla in me che possa pretendere alla vita eterna, nulla eccetto ciò che in ogni caso non sia già io, all’infuori di ciò che di universale e di generale c’’è in me e che, come un ospite luminoso, lega la mia esigua inesistenza, inesorabilmente finita, con l’intero complesso della sua natura bizzarra e fortuita, e le da’ un senso spirituale. Mi sembra però che la visita di quest’ospite e il suo rifugio presso di me non siano stati inutili. Il suo scopo credo, è stato quello di ricambiare l‘accoglienza con un’immortalità incomprensibile alla mia ragione. Il mio io è immortale non per ciò che ormai è, ma per la sua vocazione ad esistere; e come ogni vocazione, come la mia nascita in questo mondo, essa è ai miei occhi un autentico miracolo. Vedo chiaramente che non troverei nel mio io fittizio, né nelle sue polimorfe manifestazioni, neanche un atomo simile almeno all’embrione dell’essere originale, vero (cioè eterno). Io sono un seme, morto nella terra; ma la morte del seme è la condizione del suo ritorno. Dio mi resusciterà perché è con me. Lo sento in me come un oscuro grembo generatore, come qualcosa di eternamente più alto, che sormonta ciò che di meglio e di più sacro c’è in me, come un vivente principio dell’essere, più ricco di me e quindi comprensivo, nel novero delle altre mie forze e attributi, anche di quello della mia personale coscienza, a me inerente. Da Lui affiora, e in me Egli sta. E se non mi abbandonerà creerà a che le forme del mio ulteriore soggiorno presso di me: il mio io. Non solo Dio mi ha creato, ma mi crea incessantemente, e mi creerà ancora, come L’ho creato fino ad oggi. Non può esserci discesa senza assenso; entrambe le azioni, in certo modo, si equivalgono e chi accoglie acquista pari dignità di chi discende. Dio non può abbandonarmi se io non Lo abbandono. Così, l’intima legge d’amore, scritta dentro di noi (le cui invisibili tavole facilmente leggiamo), ci conferma che era nel giusto il salmista quando, nell’Antico Testamento, diceva a Dio: – non abbandonerai la mia anima all’inferno e non permetterai che il Santo tuo veda la corruzione -.
Ecco, caro vicino, cosa medito nel mio angolo, dato che volevate saperlo. Cosa mi risponderete dall’altro angolo dello stesso quadrato?
V.I.
17 giugno 1920
II
No, V.I., non dubito dell’immortalità e come voi so che l’io è il ricettacolo dell’autentica realtà, ma credo anche che attorno a questi argomenti non si debba parlare, né pensare. Noi, caro amico, ci troviamo su di una diagonale, non solo rispetto alla camera, ma anche rispetto allo spirito. Non amo innalzarmi col pensiero alle altezze della metafisica, sebbene vi ammiri mentre vi librate immobile su di esse. Queste speculazioni trascendenti, che immancabilmente si organizzano in sistema secondo le leggi della logica, questa architettura sopra le nuvole, a cui con tanto zelo si dedicano molti del nostro ambito, lo riconosco, mi sembrano un’occupazione inutile o disperata. Oltre a ciò mi pesa tutta questa astrattezza, e non essa soltanto; in questi ultimi tempi mi opprimono come un peso molesto, troppo gravoso, come una veste soffocante, tutte le conquiste intellettuali dell’umanità, il coacervo secolare e la ricchezza consolidata delle concezioni, delle conoscenze e dei valori.
Già da tempo ebbi a provare questa nausea spirituale, momentaneamente, ma ora è divenuta costante. Quale felicità mi pare, sarebbe tuffarsi nel Lete per lavar via dall’anima ogni traccia di religioni o di sistemi filosofici, di ogni conoscenza, arte, poesia, e tornare a riva nudo, come un Adamo, lieve e radioso e drizzare liberamente in alto, verso il cielo, le palme nude, senz’altro ricordo del passato che il peso soffocante di quelle vesti. Come lievi ci si sentirebbe senza di esse! Come questa nausea si sia accresciuta in me non so; forse, finché quelle sontuose pianete erano intatte nel loro splendore e ci vestivamo perfettamente non ne avvertivamo il peso, ma quando, come nel corso di questi anni, si sono lacerate e ridotte a brandelli, vorrei strappale del tutto e gettarle via.
M.G.
