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…Artaud rende la sua poesia intraducibile, innominabile, indistinguibile da qualunque altro groviglio lessicale. Esaspera ogni possibilità interpretativa fino a un punto di non ritorno, dove “si caga la morte”. Sono spesso sequenze di sillabe inventate e talora preverbali, come se appartenessero al corpo e ai suoi ultimi movimenti pulsionali. Prevale l’aspetto fonico-ritmico in una lingua non più articolabile, strozzata, un totem murato, cacciato dentro una bara. Dopo il lungo internamento, il poeta sopravvive con i suoi dolori incisi nella pelle e il suo “sapere” psichiatrico attraverso l’utopia di una lingua sbalorditiva che non appartiene al grembo della madre naturale. Fuoruscito da quel ventre, Artaud ha disconosciuto quella nascita per raccontare un destino fuori dal suo tempo e annettersi, in un certo senso, alla generazione di Isidore Ducasse, Rimbaud, de Nerval, Baudelaire, Nietzsche, Van Gogh, artisti che guardano avanti senza voltarsi indietro, consapevoli dei pericoli in agguato e di poter sprofondare. Sono costoro gli autori estremi che la società del conformismo e della paura respinge. Sono figure telluriche che leggono nella catastrofe la riscossa del mondo e la risalita di un nuovo verbo che non necessariamente fa risalire l’uomo, talvolta rispedito in una nuova vertigine e smarrimento… (Carmelo Claudio Pistillo)
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*Il testo è tratto da: Antonin Artaud, Il Pesa-Nervi. Frammenti di un diario infernale. Saggio introduttivo, lettera ad Artaud e traduzione di Carmelo Claudio Pistillo, testo francese a fronte, La Vita Felice, Milano, 2023.
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Antologia da “Il Pesa-Nervi. Frammenti di un diario infernale” (1927)
Un attore è visto come traspare dai cristalli.
L’ispirazione procede per gradi.
Non bisogna trascurare troppo la letteratura.
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Rinvenirsi in uno stato di estrema agitazione, rischiarata d’irrealtà, avendo pezzi di realtà in un cantuccio di sé.
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Sapete cos’è la sensibilità sospesa, questa sorta di vitalità terribile e sdoppiata, questo punto di coesione necessaria oltre il quale l’essere non riesce ad elevarsi, questo luogo che minaccia, questo luogo che annienta.
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Ecco uno nel cui spirito nessun posto diventa duro, e che non avverte subito la sua anima a sinistra, dove sa il cuore. Ecco uno che identifica la vita con un punto, e per il quale l’anima non è frazionata, né lo spirito ha inizio.
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Se solo si potesse sentire il sapore del proprio nulla, se si potesse coricasi nel proprio nulla, e quel nulla non fosse che un modo di essere né la fine di tutto. È faticoso non esistere più, non essere più in qualcosa. Il vero dolore è sentire dentro di sé lo spostamento del pensiero. Tuttavia il pensiero come un punto non è certo una sofferenza. Sono nel punto in cui la vita è assente, sebbene avverta in me tutti i desideri e le tentazioni dell’essere. L’unico impegno che mi resta è rifarmi una vita.
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Sono uomo per le mie mani e i miei piedi, il mio ventre, il mio cuore di carnaccia, il mio stomaco i cui nodi si congiungono alla vita in putrefazione.
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Mi parlano di parole, ma non si tratta di parole, si tratta della durata dello spirito. In questo scollamento della crosta di parole, non bisogna immaginare che l’anima non sia coinvolta. Accanto allo spirito c’è la vita, c’è l’essere umano al cui interno gira questo spirito, tenuto insieme da una moltitudine di fili…
