I POETI DEL LICEO, 1. Angelo Lumelli

1.

e zo ch’eo dico è nente

Jacopo da Lentini l’ho incontrato in prima liceo. Alla sua difficile scuola ho imparato che l’affermazione è monotona, come un sì prolungato, un lungo fischio senza dettagli, mentre la negazione è come un soffio che ravviva le braci, insita nell’alternanza del respiro, in tutti i movimenti caduchi, nei segni che non ritornano.

Nel passaggio della negazione l’amore brilla al massimo grado, mentre s’infiamma come stella cadente. L’amore galleggia sulla negazione, per quanto gli amanti non ne vogliano sapere né ascoltino, nel più grande acclamare, la nave che cambia in silenzio le vele – scivolando in una deriva lontana. In ogni caso, in quanto atto affermativo ad oltranza, l’amore non fa che risvegliare la negazione, la quale dorme con un occhio solo.

Bisognava ricercare, in quegli anni di gioventù e in merito a quel tema, una strada attraverso il negativo, luogo improvvisamente fraterno e soccorrevole, nel quale le parole mostravano le loro incredibili viscere, pulsanti di dolore come un linguaggio mutilato, ma che improvvisamente, quali corazze lucenti di uno scarabeo, parevano insorgere con una bellezza senza conforto e senza bisogni, girando gloriosamente sui suoi tacchi verso altrove.

La scena, piuttosto che diminuire la serietà della situazione, la rendeva perfettamente teatrale, con ciò trasformando la filosofia in scenografia, risorsa che non andrebbe sottovalutata. Quando con deliziosa impudenza Jacopo da Lentini ci illustra la vera natura dell’immagine interiore – un prurito inestinguibile (mentre non po’ toccar lo suo sentore) – egli ci consegna anche un antidoto potente, un metodo per scalare il negativo, vetta di tutti i capogiri – arte primordiale dell’anestesia, un linguaggio che stordisce.

2.

Oi lasso lo mio core, |…| che vive quando more

Si può stare a lungo nel recinto di un nome? – si può abitarlo come una casa? Ciò può accadere all’amante abbandonato, il quale pur sapendo, dai suoi studi giovanili, che le parole rilasciano il loro significato quando stanno per andarsene – nel cammino della frase, nel loro veloce addio – non si decide a lasciare il nome fatale, dove rimane il sentore dell’amata, e cosa succede? – che egli prende il posto del significato, riempie interamente lo spazio cavo di quel nome, entra e si siede nella grande chiesa dell’abbandono.

Parliamone, dicono talvolta gli amanti, nel più grande imbarazzo – avvilendo anche il linguaggio, reso secondario, zio scapolo, in una famiglia prolifica. Si può parlare interamente? No – si parla dalla metà del campo, sperando in un gioco veloce. Una parvenza di intero sembra illudere l’infanzia: parole e lacrime, moccio dal naso, fino all’orlo delle labbra, quando per le ultime volte si abbracciarono, essere e dire, da bambini.

Nell’arcano del vivere ognuno ricorda il proprio grande singulto. Ci salvò la nostra mancata interezza? – l’umile malizia, la riservata menzogna? Nel grande tempio dell’abbandono la mente ridacchia dietro le quinte? – in chiesa? dove vi va per provare, ancora una volta, l’assenza?

Per sfuggire al presente dell’abbandono bisogna imparare la brevità. Fu allora che, a lungo, meditai su come essere breve. L’abbandono mi spinse lontano, mi fece rotolare nell’universo, dove tutto è abbandono e tutto è vicinanza.

Mi aiutò Gugliemo IX d’Aquitania.

Farai un vers de dreit nien:| non er de mi ni d’autra gen,| non er d’amor ni de joven,| ni de rena au,| qu’enans fo trobatz en doormen |sus un chivau.

(Farò una canzone sul niente. Non parlerò di me| né d’altra gente. Non saranno parole d’amore| né di giovinezza, né d’altro. Sono parole trovate| mentre dormivo sul mio cavallo.)

Bisogna imparare ad essere assenti, poi aprire gli occhi – e tutto il cielo applaudì.

3.

similmente eo getto | a voi, bella, li miei sospiri e pianti

Il corpo, che si vanta dei propri confini, intangibili, per legge, non fa altro che infrangerli, da dentro, come per rimediare a un disegno avventato, con abbracci timorosi, con penetrazioni accompagnate da parole gementi, perfino alte grida.

Il confine di un corpo è un altro corpo – è il tatto che testimonia l’urto definitivo, altre volte gli occhi, in incontri luminosi.

Un corpo inevitabilmente diventa figura negli altri corpi che lo guardano, interessati – per cui grande è il viavai nelle menti, grandissimo il traffico delle immagini, come dimostra, ancora una volta, Jacopo da Lentini – Così per gli occhi mi pass’a lo core | no la persona, ma la sua figura (sonetto XII).

Esiste, nel corso del vivere, la pura attesa – lo slancio della mancanza – prima della piegatura del foglio– la mente che diventa interna, mente ripiegata, di ritorno? Un sospetto, insidioso, s’insinuò nelle mie letture – le poesie non soltanto non aspettavano risposta, non la volevano. La risposta era già in esse, definitiva, statica, ornata di gemme, lapislazzuli. Guai ad abbandonare il glorioso problema per la sua soluzione accomodante!

Dunque chi era Madonna? Se fosse stata la poesia in persona, la madre inconsolabile, vedova, sospettosa d’ogni amante? Finalmente mi sembrò di trovare la prova che cercavo a favore di una conversione della mente ripiegata, attraverso un gesto impaziente, verso fuori – come la nave, nel colmo della tempesta, getta a mare la zavorra, lui Jacopo getterà i suoi versi:

similmente eo getto | a voi, bella, li miei sospiri e pianti.

Da quel momento Jacopo da Lentini fa di tutto per correggere il verbo “gettare” – con “eo getto” voleva dire “io offro” – a Voi, Madonna, le mie parole, onde alleggerirmi il cuore…Troppo tardi: “eo getto” non perde la propria natura, la traccia del gesto scappato di mano. La perfetta poesia è un’asse perduta in mezzo al mare, con ancora dipinta, in bei colori, la parola Madonna?

4.

[…], sì formato, come

diaffan da lume, d’una scuritate

Cosa c’è sotto l’endecasillabo? – sembra anche a me una domanda strana, ma non più se penso a Donna me prega.

Ormai in fuga da quella pagina, sconfitto, avevo infine provato a leggere veloce, superando le tacche interne, come i giunti sui binari del treno. Erano endecasillabi, fluenti, dotati di quell’abbrivio loro proprio, in attesa della rima, consolatrice – ma appena rallentavo, le rime interne, da lieve increspatura, s’ergevano una di fronte all’altra, come un’oscura discordia, vincolate in un abbraccio immaginario, irredente.

Così, davanti a questa canzone, antimelodica, nella quale l’aridità diventava euforia, prosciugato ogni umore, fiammeggiando gli universali, senza i diminutivi, le parole sbigottite che m’avevano fatto innamorare, io cercavo d’essere tra quelli “ch’ànno intendimento” – se mai Guido Cavalcanti m’avesse guardato, con un sorriso stretto, come immaginavo.

Allora io gli avrei detto che come le rime interne s’urtavano, confliggendo, così egli, Guido Cavalcanti, aveva trovato un paragone geniale e inquieto, fondato sul disaccordo: come la trasparenza (diaffan) deriva da una luce, l’amore deriva da una “scuritate”.

Accalorandomi, per dimostrare che avevo capito, continuavo dicendogli di conoscere la strategia della luce e della trasparenza, che avevo letto, non tutto, Riccardo da San Vittore, il suo cammino per diventare luminosi, fino a quella “alienatio mentis” che era, secondo me – e qui non so se fosse il caso – la lussuria della trasparenza (excessus mentis).

Con ciò chiedevo, praticamente, di essere ammesso tra coloro che difendevano non soltanto il corpo opaco, ma la sua onestà terrena, la nostra superficie impenetrabile, la scura preghiera del sesso, l’incarnazione del nostro dire. Chiedevo di non essere abbandonato dal linguaggio, anch’esso oscurità, rischiarato dalla fioca luce del corpo? Così ho incontrato Guido Cavalcanti.

5.

li mie’ foll’occhi, che ‘n prima sguardaro

Lo sguardo, incessantemente, cerca l’unione con il lontano – non visto, in solitudine, esso passa e ripassa sul visibile, facendosi carico di un contatto cruciale, non essendo certa la risposta di quanto è guardato – se esso ricambierà lo sguardo, se dal vedere nascerà qualcosa.

Gli occhi che guardano altri occhi sono un caso particolare di sguardo – glorioso e impaurito, strana frase di palpebre. Guardare, per alcuni, è un atto religioso, il riconoscimento continuo dell’esistente, pur senza un dio da ringraziare. Guardare per rendere grazie, per riconoscere e congratularsi, può portare alla follia, una devozione in perdita secca – per cui il santo, da quel momento, guarderà una parete bianca, molestato da immagini.

La maggior parte del guardare va perso – immagini volatili escono dalla memoria, altre rimangono indelebili, come l’attaccatura dei capelli di una compagna di scuola, nel banco davanti.

La teoria dello sguardo di Guido Cavalcanti non poteva che entusiasmare. Lo sguardo avviene in presenza della luce, ma se produce amore, esso viene oscurato dalla vicinanza esagerata, anche solo mentale, con il corpo amato. Andrea Cappellano l’aveva scritto: “Al sorgere dell’amore non basta il semplice pensiero, ma occorre che esso sia smisurato”.

In Donna me prega Guido Cavalcanti parladel cammino di amore verso la profondità dei corpi, la disperante superficie, la gioia immatura della pelle lucente. Io volevo stare dalla sua parte – non volevo l’ascesi che accecava il contatto, il coito segreto, generando altrettanta tenebra, dove l’animale era furtivo. Volevo soffrire con lui – che i miei occhi abbellissero ogni particolare, che ogni bellezza mi ferisse più a lungo – intatto il buio, intatta la luce, una mortale contentezza del vivere.

Così era la poesia di quegli anni.

Lascia un commento