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Mi siedo davanti a un tavolo, di appena qualche palmo, che mi prende il petto all’altezza del cuore. È un arredo rozzo al quale mi aggrappo in questo dolce esilio campestre, come a un legno di salvataggio. Si dice che per curare i matti i medici consigliano di lasciar nelle loro mani un ferro del loro antico mestiere, che è l’unico modo di tenerli calmi. Le dita industriose dell’uomo trovano requie se intrigate a sciogliere un nodo fittizio, anche un nodo d’aria. Quante volte la nostra vita si è risolta in un vano farnetico di ghirigori, di enigmi, di segni vuoti di senso, di chimere deposte sul foglio di carta?
(…)
Mi siedo davanti a un tavolo di appena qualche palmo che mi preme sul petto all’altezza del cuore. Scrivo i miei compiti di scuola così. Dovevo assolutamente far corpo col mio banco, sentirlo attaccato al torace, stabilire una carena chiusa di cui non ho mai capito se la sorgente potesse essere il calamaio, il foglio o i miei pensieri. Certo non ho mai potuto scrivere a lapis, né a macchina, né servirmi del dettato. E dico che mi è rimasto sul petto un solco orizzontale, simile a quelle barre che sulle lapidi delle città fluviali indicano il livello massimo delle inondazioni. Rispetto a quella linea, rimasta fissa sul corpo, io sono cresciuto cogli anni in alto e in basso: si sono sviluppati i miei attributi di angelo e di bestia.
“Da La linea del cuore, in: Leonardo Sinisgalli, Furor mathematicus, Silva Editore, 1967, Milano.
