Écritures en errance (Scritture erranti) è il titolo di una mostra allestita alla galleria della Manufacture d’Aix-en-Provence dal 19 gennaio al 16 marzo 2024. Ospita le opere di 52 artisti, da Damiano Albeni a Carlo Zinelli, da Giovanni Bosco a David Parsons, da Pascal Leyder a Yosi Ibrahim, senza escludere figure che appartengono ormai alla storia dell’arte, come William Hogarth, Jacques Caillot o Johann-Michael Püchler. L’esposizione fa parte di un progetto di ricerca dedicato a indagare gli aspetti plastici della scrittura nel mondo dell’arte iniziato da Gustavo Giacosa nel 2010; si tratta di una indagine condotta con l’ausilio del compositore Fausto Ferraiuolo e che ha già dato vita a diverse esposizioni: Noi quelli della parola che sempre cammina a Genova nel 2010, Paroles en marche a Tolone nel 2016 e Parole in cammino a Roma nel 2022. Quali, possiamo chiederci, le ragioni che sostengono il progetto?
Occorre partire da una constatazione quasi ovvia. La comunicazione linguistica si fonda su vincoli grafici, grammaticali, logici. Si tratta di aspetti che nella vita quotidiana, all’atto della stesura di un testo, diamo per scontati, che accettiamo: anzi, a quelle regole ci guardiamo bene dal contravvenire. Le nostre scritture non si sottraggono nemmeno al rigore geometrico del supporto: le linee ortogonali che delimitano una pagina, il perimetro rettangolare dello schermo di un computer. Siamo confinati entro un foglio di carta, prigionieri tra i pixel alla stregua, ci ricorda Michel Thévoz, di “pesci in acquario”. Date queste premesse, è chiaro che una firma oppure una scritta sul muro ci possano talvolta apparire come eventi in grado di spiazzarci, come una forma di ritorno del rimosso. Thévoz, che sull’argomento è autore di un saggio importante, Les écrits bruts. Le langage de la rupture, ci avverte che proprio qui dobbiamo ravvisare il senso che la mostra ha da offrirci: aprire una prospettiva straniante, metterci nella condizione di accettare “incidenti provvidenziali”, “fallimenti riusciti”. Ma forse non si tratta soltanto di questo. L’orizzonte che l’esposizione di queste opere dischiude si rivela molto più ampio. E ci consente di intravedere un percorso, il progetto, appunto, di un itinerario, quello di un atto di ribellione tale – sottolinea Fiorella Bassan, che nel catalogo firma un breve testo intitolato Disfare la lingua ‒ da trovare nell’Art Brut un importante punto di approdo, ma da lasciarsi d’altro canto alle spalle una storia non certo breve: dalle decorazioni dei masoreti ai calligrammi di Apollinaire, dalle parole dipinte riportate alla luce da Giovanni Pozzi ai graffiti e alle altre invenzioni sperimentali di Jean Dubuffet. Una strada che, a volerla percorrere fino in fondo, ci porterebbe fin dentro le prove della poesia visiva, fino alle soglie di un’arte totale. Siamo in presenza, insomma, di “scritture inquiete”, di scritture vuote ma non per questo meno suggestive e significative; al contrario, proprio per la loro insofferenza a regole e convenzioni, capaci di scardinare, di ribaltare ottiche usuali. Anni fa, nel 2002, una mostra a Reggio Emilia, intitolata Alfabeti in sogno, aveva fatto emergere questa dimensione onirica, una sorta di inconscio del linguaggio. Ogni lettera, quale che fosse il codice alfabetico o culturale da cui scaturiva, si faceva immagine, spazio incognito e pertanto tutto esplorabile, dimensione libera e sfuggente. Comprendiamo allora di essere al cospetto di un campo fertile per l’arte, in cui ogni singolo artista (basterebbe pensare a quanto già compiuto, per fare solo qualche nome, da Gastone Novelli, da Marc Chagall, da Anselm Kiefer) avrà modo di elaborare la sua lingua, il proprio personale alfabeto, ciò che a noi si presenta, scrive Marco Ercolani (Codici alfabetici) come un “enigma verbale”, una “scrittura asemica”, talvolta persino come una “costellazione magica”. Lo stesso Ercolani in altre pagine del catalogo s’azzarda a indicare le possibili declinazioni di questo fenomeno, il suo arco di oscillazione. Da un lato si vanno a collocare il racconto intimo, il messaggio epistolare e dunque lo spazio della confessione: qui possiamo trovare le opere di Mateo Argüello Pitt, artista argentino, con i volti che affiorano dalla fitta trama della scrittura, fino a occupare e nascondere parte delle sue “calligrafie”; possiamo lasciarci catturare dagli intrecci di parole e immagini del belga Roger Angeli, dalle linee nitide e essenziali dei suoi disegni, dall’ossessiva ricorrenza di una scrittura che mira a costruire una soggettiva mitologia; possiamo ancora leggere i testi del tedesco Johann Fischer, parole sottolineate con un righello e poste in dialogo con disegni che raffigurano, con colori spesso vivaci, animali e persone. Sono, questi e altri, tutti tentativi, ci avverte Ercolani, di scrivere la propria ‒ frammentaria, interminabile ‒ autobiografia.
Dall’altro lato, nel punto più distante da quello appena abbozzato, vediamo comporsi, sulla base di un ritmo ossessivo, di accumulo, qualcosa di simile a una “nuova mappatura del mondo”: una lista, un elenco, una cartografia immaginaria. Contribuiscono a un esito simile gli arcobaleni, le linee diagonali e colorate di Massimiliano Moroni, i nomi di quartieri, di città, di paesi che a fianco di quelle linee si assiepano, un universo geografico generato dalla memoria e dal desiderio; i cut-up visivi di Philippe Marien, artista nato a Metz, che, muovendosi tra scrittura e disegno, mescola appunti, segni, numeri, illustrazioni erotiche; i lavori della francese Christine Jean, in cui prendono forma le forze all’opera in natura, una realtà dinamica letta alla luce dei princìpi desunti dalla filosofia orientale e restituita in immagine tramite tecniche artistiche che vanno dalla pittura alla fotografia, dall’uso del carboncino al rame, all’acido, all’inchiostro.
Sono osservazioni, appunti di lettura che finiscono per ricordarci come non di rado questa instabilità, quest’ansia di libertà creativa che attraversa segni e lettere, riconosca la propria origine anche in un disagio psichico, in una fisionomia patologicamente indocile. Ce ne offrono evidente testimonianza le pagine dei quaderni della genovese Maria T., che riversa il suo sofferto profilo esistenziale in collages e in parole tracciate in maniera regolare e ininterrotta; in quei fogli Maria affronta temi di natura mistica o profetica, mescola e mette a confronto religioni diverse, sonda possibili etimologie, astratte utopie. Si può in tal caso aprire uno spazio che nella mostra è stato delimitato col titolo di Preghiere, in cui tuttavia, ci informa Ercolani, non viene meno la dimensione di “una impossibile lotta”, cioè il tentativo, che trova nell’opera di Erik Darkenne un fondamentale punto di riferimento, di trascrivere “il proprio orrore interno come una preghiera rituale, con un gesto che esorcizza e rende visibile quell’orrore”. Si tratta di una sezione della mostra alquanto ricca, che ci consente quasi di compiere un viaggio nello spazio e nel tempo. Si può partire dal Giappone del XIX secolo, dal maestro della xilografia Utagawa Kuniyoshi, la cui arte, in stile ukiyo-e, “ha influenzato la cultura contemporanea dei manga, del cinema di animazione giapponese, dei tatuaggi e della cultura pop”. Si può proseguire il viaggio con Michel Nedjar, artista contemporaneo di origine algerina ed ebraica, la cui famiglia è stata segnata dalla Shoah: le sue opere sono costituite da scritti e disegni con pastelli a cera su supporti di recupero: un telo, un foglio di carta. Ci spostiamo in Argentina per ricostruire quel poco che possiamo sapere della vita di Anibal Brizuela, scomparso qualche anno fa: egli trascorse buona parte dei suoi anni in un ospedale psichiatrico, dove disegnava, utilizzando scatole di medicinali o fogli trovati, il suo mondo di armi, croci, bare, siringhe. E possiamo tornare in Italia, tra le parole disposte in croce di Melina Riccio o la scrittura a volte leggibile, altre volte cancellata da tratti di pastello, di Giorgio Galli, un amalgama in cui si rende percepibile l’attesa, di anno in anno rinnovata, di un’esplosione nucleare, la visione, finalmente liberata, del futuro. È a questo punto, allora, che le Scritture erranti di Aix-en-Provence rivelano tutta la loro vocazione inquieta, l’intolleranza per formule fisse e sentenze. Ogni parola che ci guarda dalle opere esposte tende a non circoscrivere lo spazio quanto piuttosto ad aprirlo, ogni segno qui è una domanda, e segni e parole portano con sé, accanto a una cadenza interrogativa, l’ipnotico andamento di una litania.
Mancano però ancora all’appello, nel percorso che si è tracciato, molti artisti. Tra questi ci limitiamo a recuperare l’intensa ricerca espressiva di Laura Cingolani, che nella sua attività spazia dalla scrittura al disegno, alla perfomance. In mostra si trova un’opera del 2023, Act of Writing, un lavoro che fa ricorso a una tecnica mista su cartone raschiato e in cui forme di un codice indecifrabile sembrano muoversi con la leggerezza di fantasmi. Un’opera che ci pare riassumere molti aspetti che qui si sono ricordati e che sembra, già dal titolo, volersi interrogare sul senso, i limiti, le implicazioni del gesto di scrivere. Fissandola, non riconosciamo le lettere di un alfabeto già noto. Ma comprendiamo di essere davvero arrivati a un punto nevralgico, al momento in cui prende forma ciò che ogni frase dentro di sé nasconde, l’enigma che ogni atto creativo consegna a chi sappia prestarvi ascolto: una partitura inedita, segreta.
**







