INDIZI SU KAFKA. Piero Zino

«Tu sei destinato a un grande lunedì!» «Ben detto, ma la domenica non finisce mai.» Diari – 1921

Disegno di Franz Kafka

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Una fotografia ritrae Kafka in posa nell’Altstädter Ring: è il 1922, due anni prima della morte. L’ombra, proiettata all’indietro sul selciato di mattonelle della piazza, appare squadrata, più compatta rispetto al corpo gracile. Il cappello calato sugli occhi copre lo sguardo, ma non un elegante sorriso. Porta un cappotto scuro, i pantaloni a tubo sfiorano le scarpe di vernice. Sullo sfondo un grande caseggiato, le finestre e i balconi illuminati dal sole invernale; in basso file di portoni danno sul marciapiede.

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In luogo delle vie di Praga brulicanti di tram e di carrozze, egli a volte vedeva dalle finestre del suo ufficio «campi di canna da zucchero o cimiteri musulmani».

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I conoscitori della vita di Kafka sanno che possedeva una motocicletta; quella che compare nel volume fotografico curato da Klaus Wagenbach è un modello “Odradek”. Come non pensare, allora, che l’intreccio di tubi e catene di cui è fatto questo oggetto vetusto possa avere qualcosa in comune con il protagonista omonimo del racconto Il cruccio del padre di famiglia? Esempio di dolore in chiave meccanica.

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«Gigantesco villaggio moribondo»: così una volta egli ebbe a definire Vienna. Non molto diversa è l’opinione che se ne trae osservando le foto dei tetri edifici di Praga.

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«Io devo stare molto solo. Ciò che ho prodotto finora è tutto effetto della mia solitudine». Quest’affermazione dovrebbe fare da stella polare per tutti coloro che intraprendono la via dello scrivere; poco importa, poi, se il viaggio si riduce a un giretto nel cortile di casa.

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«Vorrei leggere ancora una breve fiaba che dura soltanto quindici minuti. Faccio cinque minuti di intervallo» ma, a questo punto, i pochi rimasti non ce la fanno più e il lettore rimane solo nella sala a fissare il vuoto.

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Kubin e Kafka affetti entrambi da stitichezza cronica. Mentre si allontana, il primo grida al secondo il nome di un purgante naturale.

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Insonnia, sogni, scrittura: intorno a questa triade si materializza il mondo kafkiano.

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Il rapporto con il sonno: un corpo a corpo furibondo.

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È curioso notare che proprio le pagine dei Diari datate 1912 – l’anno, per così dire, di svolta nella parabola letteraria dello scrittore – registrino con cadenza ossessiva frasi come queste: «Non ho scritto niente. […] Scritto quasi niente. […] Ritmo fiacco, poco sangue. […] Niente, né in ufficio, né a casa.».

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Il cavallo negli scritti di Kafka. Alcune volte si lascia condurre docilmente per la cavezza, altre corre a perdifiato lungo le praterie «ormai senza il collo e la testa».

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Aveva una grande stima dei contadini, che definiva «veri cittadini della terra».

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Quasi a voler trarre un bilancio della propria vita, la paragona ad una sorta di «viaggio a rovescio» dalla terra di Canaan al deserto.

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È la gestualità che contraddistingue i personaggi kafkiani. È come se essi si muovessero sempre sul palcoscenico di un teatro ove regnano le istanze dell’incomprensibile e del grottesco. Corpulenti individui possono agguantare, con una rapidità insospettabile per la loro mole, coloro che gli sono vicini tirandoli violentemente contro di sé, mentre altri si gettano al collo dei propri aguzzini mostrando verso di essi un’inspiegabile riconoscenza. Ma la palma del gesto più stravagante andrebbe data a quel pescatore sportivo che ripeteva ossessivamente il gesto della ferrata con il colpo secco del polso. Costui era talmente sicuro del fatto suo che le sue vittime nel vicino ruscello già non avevano più scampo prima ancora che avesse varcato l’uscio di casa.

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Per Maurice Blanchot i Diari testimoniano «il movimento stesso dell’esperienza di scrivere».

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Nei suoi scritti a volte ci si imbatte in strani personaggi sottili come una mano vista di profilo, oppure in altri che prendono forma dal velluto che riveste il palco di un teatro.

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Stanchezza. La meta, vicina o lontana che sia, finisce per diventare un approdo mitico.

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«Ho passato la mia vita a difendermi dalla voglia di porvi fine». Con l’arma a doppio taglio della letteratura, si potrebbe aggiungere.

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Il potere che afferra e stritola gli uomini si manifesta non tanto nelle azioni che dovrebbero renderlo manifesto, quanto nelle potenzialità insite al loro interno.

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La scrittura è per Kafka, in ultima analisi, il gesto di chi combatte contro quelle forze che si accaniscono per impedire anche soltanto di tracciare alcuni segni faticosi sul foglio. Il suo è dunque uno sforzo quotidiano per divincolarsi da questi assalitori, dalla cui stretta si libererà definitivamente nei giorni che precedono la morte quando, impossibilitato a parlare per la recrudescenza della malattia, affida i suoi ultimi pensieri a frasi scritte. Non a caso nei Quaderni in ottavo aveva annotato profeticamente: «Il mutismo è un attributo della perfezione».

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Kafka è insuperabile nell’inventare situazioni spiazzanti: «Un tale si stupiva della facilità con cui percorreva la via dell’eternità; in effetti la stava volando giù in discesa».

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«Ora ricevo il salario della solitudine». Misero rimborso – ne è ben conscio – dei tesori che essa gli ha sottratto.

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Gli sforzi per dare senso e pienezza alla vita, come il tentativo di arruolamento o il progetto di trasferirsi in Palestina cadono nel vuoto, si arrestano di colpo, seguendo la stessa sorte di molti suoi racconti. In ciò si può notare una singolare concordanza fra il potere esercitato sulla vita pratica e quello sulla scrittura che – fa notare Blanchot – «non è mai potere di cui si dispone».

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Quando nominò l’amico fraterno Max Brod suo esecutore testamentario probabilmente non immaginava che questi, anziché obbedire al suo desiderio di distruggere tutti gli scritti, si sarebbe comportato come chi ha il compito di alzare lo sbarramento che trattiene l’acqua all’interno della diga.

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«Conosco un uomo malato di polmoni». Si potrebbe pensare all’inizio di una delle tante parabole kafkiane e invece è una frase dell’amica Milena Jesenska. Indizio, forse, del profondo legame esistente fra i due, oppure della tentacolare presenza di Kafka insinuatasi nello stile della giovane scrittrice.

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Negli anni della malattia egli paragona la propria condizione a quella di un soldato greco il quale si trovi nell’epicentro della battaglia; le sue paure non scaturiscono tanto dall’esito di essa, quanto piuttosto dagli orrori cui dovrà assistere.

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«L’oblio di sé è il primo presupposto dell’attività di scrittura». Se ciò significa rinunciare alla vita reale, non per questo lo scrivere ne costituisce il riscatto.

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L’accorgersi che il proprio corpo si è tramutato in quello di un insetto non vuol dire affatto venir meno agli impegni che la realtà quotidiana impone ogni giorno; si può ancora prendere il treno delle sette, ma bisogna affrettarsi poichè rimane da preparare il campionario, proprio come fanno tutti i bravi commessi viaggiatori.

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Lo scopo della procedura è far sì che il condannato sia in grado di decifrare le parole della sentenza emessa contro di lui incise sul suo corpo. Tutto ciò a patto, però, che il complesso sistema di ingranaggi di cui è composto il macchinario funzioni a dovere e che la sentenza appaia infine perfettamente leggibile alla vittima; altrimenti sul suo volto non si potrà cogliere «nessun segno della promessa trasfigurazione».

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Leggendo i racconti di Kafka qualche parola, se non addirittura una frase intera, la si pronuncia ad alta voce, forse nella convinzione di avere intorno a sé una piccola cerchia di amici desiderosi di ascoltare quelle storie – belle e terribili – dalla viva voce di colui che le scrisse.

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La cavalcata nell’aria compiuta dal cavaliere del secchio: è come se il mondo festoso di Chagall fosse attraversato – per un attimo, all’improvviso – da una cometa nefasta.

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«Ho cominciato una ricerca sul pigolìo animale», confessò all’amico medico Robert Klopstock. Tale ricerca si interruppe solo quando lo scrittore, ormai privo di voce e a poche ore dalla morte, ebbe terminato di correggere le bozze di Giuseppina la cantante. Nelle ultime settimane di vita lo squittìo dei ratti era diventato, in effetti, l’alter ego della sua voce.

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Max Brod osserva che uno dei tratti peculiari della personalità di Franz era di muoversi, nella cerchia delle amicizie – lui che a buon diritto poteva considerarsi «un gigante» – propriamente «come un nano».

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Kafka ha scritto, nonostante tutto.

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Un rabbino suo amico gli riferì di un’escursione fatta nel deserto della Palestina e, a proposito del luogo, ebbe a dire che «non era proprio incoraggiante, non si veniva a sapere quasi nulla che non fosse stanchezza, sete, sudore”. È dalla deriva delle situazioni umane che nasce la magia di Kafka.

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La tana come paradigma della condizione di estremo degrado in cui viene a trovarsi il mondo dell’intérieurs borghese. Nello strato di terra che ha sostituito quelle che prima erano pareti accoglienti «come un astuccio per compassi» (Benjamin), già si rivelano le ombre che gravano minacciose sul futuro.

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Il giovane acrobata non abbandona mai il trapezio posto in cima al tendone del circo, allo stesso modo lo scrittore non abbandona la propria scrivania, anzi «vi si deve attaccare coi denti».

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Per ubbidire al prete che gli indica la posizione esatta da occupare sotto il pulpito durante la predica, Josef K. è costretto a piegare talmente la testa all’indietro da non riuscire quasi più a scorgere la figura del religioso lassù in alto. Quella strana e incomoda postura non gli consente quindi di avere una percezione chiara di ciò che gli sta davanti e, al tempo stesso, rende talmente parziale il campo visivo alle sue spalle da permettergli di coglierne soltanto una serie di frammenti isolati.

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Una immagine è quella di sé rinchiuso «con l’occorrente per scrivere e una lampada nel locale più interno d’una cantina vasta e chiusa». Il mondo esterno è rappresentato unicamente dal cibo che gli viene lasciato fuori dalla porta principale e che egli ritira «passando in veste da camera sotto le volte della cantina».

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Un giorno il dottore gli ordinò l’assunzione di un tè contenente acido silicico allo scopo di favorire la cicatrizzazione della ferita polmonare. Il paziente dal canto suo si augurava che almeno costui non avesse scovato tale rimedio sulle pagine di un giornale umoristico.

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All’amica Milena Kafka riferisce di frequenti escursioni fatte lungo il corso della Moldava. Momenti, questi, non propriamente memorabili senonché vedendolo ridiscendere la corrente disteso sul fondo della sua piccola barca si aveva l’impressione «di essere poco prima del Giudizio Universale, quando le bare saranno scoperchiate, ma i morti giaceranno ancora tranquilli».

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Gli episodi della sua vita trascorsa affiorano dall’abisso del passato e a malapena si distinguono dietro «questo enorme polverone che trentotto anni hanno sollevato e che si deposita nei polmoni».

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Il cervello avrebbe dovuto dire ai polmoni di tornare sani come prima, ma quei due non se ne vollero dare per intesi e continuarono nel loro degrado, quello che Kafka definì in una circostanza la «cucina delle streghe».

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«Un piccolo tratto di umanità» è ciò che, secondo lui, rende un po’ debole il finale del racconto Michele Kohlaas di Kleist, mentre il resto dell’opera è talmente sublime da reggere il confronto con Dio.

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La fine ebbe inizio con il duro inverno berlinese del Millenovecentoventiquattro, quello dell’inflazione alle stelle e del carbone quasi introvabile.

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Piero Zino (Novi Ligure, 1960). Aforista e scrittore. Tra i suoi libri: Note e margine (Joker, 2007)

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