ORME SU SENTIERI DI MONTAGNA. Piero Zino

Appunti per un profilo di Robert Walser

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Di Robert Walser esistono ritratti fotografici che ripercorrono varie fasi della sua vita; dall’adolescente in cerca di qualche vaga conferma nel prossimo, al vecchio che ha già di fronte a sé la morte. L’ombra della follia accompagna questi volti, ora stendendovisi sopra come un velo leggero, ora ricoprendoli con una patina più spessa e quasi minacciosa. In uno egli appare con una espressione particolarmente torva e inquietante, il sigaro pendente dalle labbra. E’ qui che, come racconta Sebald nel suo libretto dedicato alla figura di Walser (1), egli forse vuole assomigliare al Brigante protagonista dell’omonimo romanzo la cui prima stesura appare scritta a matita su dei foglietti volanti con una grafia minuta, al limite del leggibile. Di seguito si legge che quest’opera ha una caratteristica insolita fra quelle di Walser, la lunghezza (“[…] devo pur mettere insieme un libro di una certa mole, altrimenti verrò disprezzato ancor più di quanto già non lo sia” (2). Sebald insiste nel fare gli elogi di questo lavoro, che considera “l’opera più intelligente e più audace di Walser, […] un autoritratto e un’analisi di assoluta onestà” (3). Ora noi sappiamo che nell’immaginario popolare il brigante non è soltanto chi ruba e ammazza, ma è anche colui capace di attraversare a piedi i più impervi luoghi montani e che, quando scende in paese, fa “onore a parecchie trattorie”, è “galante con una chellerina del Giura” e “offre mandorle a un bambino” (4). Viene così da chiedersi se fosse quella stessa persona il viandante solitario trovato sulle pendici del monte Rosenberg il pomeriggio di Natale del 1956 da “due scolaretti […] venuti a vedere, scivolando sui loro sci, chi è che giace nella neve” (5).

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L’aspetto esteriore di uno dei personaggi più celebri creati da Walser, quello di Simon Tanner, può essere ricondotto ad una celebre foto dell’autore ormai anziano, ripreso di profilo con lo sfondo dei rilievi dell’Appenzell sfuocati dalle nubi. Il suo sguardo sembra fissare un punto indeterminato dell’orizzonte, mentre la bocca semiaperta rivela una insolita mescolanza di stupore e di tranquilla ebetudine. La giacca è logora e il colletto della camicia troppo largo perché il nodo della cravatta riesca a richiuderlo decentemente intorno ad un collo rugoso come quello di una tartaruga. L’espressione del viso è, in questo caso, bonaria; ma non dev’essere sempre stato così se, come Sebald fa notare, erano proprio i suoi lineamenti a gettare alcune volte nel panico coloro che lo conoscevano. Secondo testimonianze accreditate, era come trovarsi di fronte a uno spettro.

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Della mole eterogenea di scritti che va sotto il titolo di Paese del Lapis il testo sebaldiano (6) riproduce due fogli in stampa anastatica. Da un lato la graduale dissolvenza della scrittura sembra voler testimoniare il desiderio da parte di Walser di un ineluttabile distacco dalle vicende del mondo, dall’altro fu forse questo un modo per reagire a quella che si potrebbe definire una congiuntura sfavorevole che, nel periodo a cavallo tra la fine degli Anni Venti e i primi Anni Trenta (proprio gli anni che corrispondono alla stesura di questa singolare raccolta di poesie, prose e teatro), lo aveva condotto a essere uno scrittore ormai fuori moda. Il soffocamento della libertà ad opera delle dittature in atto in quegli anni aveva ben presto creato, negli ambienti culturali di molti Stati europei, l’atmosfera asfittica delle serre, dove poteva crescere rigogliosa soltanto una letteratura da strapaese; quella che Walser orgogliosamente disprezzava. Grafia evanescente, «microgrammi»: così si presentano quegli scritti ai lettori di oggi. E, potremmo aggiungere, anche come il risvolto palese di un profondo dramma personale. In quel periodo, infatti, ci fu la soppressione da parte dei nazisti di due riviste – il «Berliner Tagblatt» e la «Prager Presse» – alle quali lo scrittore offriva saltuari contributi. Pare che ciò avesse provocato in lui un contraccolpo talmente forte da ridurlo ad un fossile vivente.

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Il 21 novembre 1811, Heinrich von Kleist metteva fine con un colpo di pistola alla sua tormentata esistenza. A prima vista, ciò sembra avere scarsa attinenza con le vicende di Walser; eppure, a ben guardare, ciò non è propriamente vero. Egli stimava molto le opere e soprattutto la statura umana di Kleist, al quale dedicò una meravigliosa prosa, dal titolo Kleist a Thun. Proprio negli anni in cui Kleist, inviso a tutti ed emarginato persino dalla cerchia familiare, vedeva derisi i suoi lavori teatrali, un certo August von Kotzebue riscuoteva un grandissimo successo presso il pubblico con una serie di mediocri commedie. Di tendenze reazionarie, avverso a Goethe e ai romantici, pare che Walser non riuscisse proprio a sopportarlo. Ed è per questo, forse, che al termine di un breve e vivace ritratto che ne fece per conto di una rivista, non tralasciò di dire come morì Kotzebue: ad opera di uno studente, che gli cacciò una pallottola nel cranio.

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  1. W.G. Sebald, Il passeggiatore solitario, Adelphi, Milano, 2006.
  1. Ibid., p. 25
  1. Ibid., p. 42
  1. Ibid., p. 55
  1. Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adelphi, Milano, 1981, p. 189
  1. Sebald, Ibid., pp. 40-41

*Piero Zino (Novi Ligure, 1960). Aforista e scrittore. Tra i suoi libri: Note a margine (Joker, 2007)

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