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Certi libri non sembrano scritti né in prosa né in poesia. Si sporgono verso l’una o verso l’altra, tentando di cadere e di non cadere, inventandosi un loro equilibrio come oggetti apparsi all’interno di un precipizio. È il caso di L’altro dentro di noi (Piccola Biblioteca Anterem, 2024), di Marco Ercolani, dove la parole non hanno per scopo quello di dire, anche se dire è l’enigma che da sempre le parole tracciano: ma la scia qui subito sparisce, in modo che il lettore abbia la sensazione di entrare nella nebbia mentre ne sta uscendo, evocando con i suoi strumenti una certa atmosfera sonora, come in un Notturno di Bruno Maderna, eco di mille partiture che si possono udire e forse immaginare. Nella sua forma visibile, L’altro dentro di noi è una intervista a frammenti, dove sono state cancellate le domande perché restino, sospese, solo le risposte, assurde come un monologo, insolenti come una biografia.
