Daìta Martinez, nell’ora dell’aurora, peQuod, 2023

Giovanni Castiglia
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Essere nell’ora dell’aurora. Viverne lo squarcio che prepara la fine della notte e apre ad una luce che ancora non sappiamo se sarà per gli occhi carezza o cecità. E allora nell’attesa di capire, o anche di non riuscire a capire mai, ecco venirci incontro una fisicità che ci scuote, quel testacuoretesta allacciato in un saliscendi emotivo che si fa cortocircuito e si completa spaiando e invertendo l’ordine delle parole, da testacuoretesta a cuoretestacuore per tornare poi a testacuoretesta. Invertire, spaiare. Per ribaltare parzialità, per fondare, o tentare di fondare, il miracolo del ritorno, la pienezza di essere, esistere, fondendo i moti e gli affetti del cuore con associazioni di parole che possono dire o non dire, scuotere o non scuotere, deflagrare l’io o non deflagrarlo. Un cortocircuito, attenzione, così forte, così denso, da non poterlo a volte neppure sostenere, specialmente nell’ora dell’aurora, quando la coscienza nella luce a venire stenta a riconoscersi. E allora eccoci senza testacuoretesta, annichiliti e persi ma tuttavia presenti. Capaci di riconoscerci nella “tenerezza del cuore”, capaci di individuare la nostra “privatissima domanda”.
La privatissima domanda. Ecco, è da qui, da un archetipo interiore, da un elemento catalizzatore, che tutto ha inizio. Che l’aurora si moltiplica, prima terza quinta, e che in questo moltiplicarsi si fa padre e casa, e il “corpo affilato del linguaggio”. In altri termini, “la bocca del pane”, ossia l’unica bocca che nutre e sfama. E nutre e sfama perché trae il suo sostentamento dal pane in cui tutto è custodito, e in cui tutto si fa dono e destino. Ed è lì, nel pane, che conserva e ci ricrea e ricostituisce, che il dialogo e l’abbraccio di un padre e di una figlia si rifondano in totale comunione, perché è nell’acqua e nel grano di questo pane che si ripresenta ininterrottamente “la voce che si direbbe farsi arco e firmamento nel mattino eterno sul viso di mio padre”.
Nel pane, dunque, la voce e l’abbraccio, il firmamento e il viso del padre. E dalla bocca del pane – che per le sue radici che affondano nel grano, nel nutrimento, non è certo una bocca qualsiasi – il respiro, l’alito, da cui muove e ritorna la vita. Ritorna in un linguaggio distillato e sussurrato senza soluzione di continuità. E sillaba dopo sillaba, lettera dopo lettera, il linguaggio si fa prodigio, legame ancestrale con affetti cose e tempo. Un legame che sconfina in una forma di sapienza fluida e indefinita, e proprio perché indefinita, viva e sostanziale. Meglio, una forma di sapienza che nella luce instabile dell’aurora ci coglie di sorpresa e che Daìta ha saputo accogliere aderendovi con tutta se stessa, con una generosità emotiva ed una creazione linguistica di rara cura e bellezza.
un’estremità il corpo affilato
del linguaggio corto un soffio
sull’esterno nascosto al breve
salto del rosato inganno l’ode
al cielo la bocca dell’amore e
tutta la tenerezza del girasole
il profano rosone del mattino

