IL TUBO DELLA STUFA. Divagazioni cézanniane¹

È calata la sera sul mondo; la pittura se ne va, con tutto il resto.
Ben contento, allora, se mi si lascerà crepare in un angolo, come un cane.
Lasciamo la campagna intorno a Aix-en-Provence in un tardo pomeriggio d’estate a bordo di uno sgangherato trenino che ci riporta a Marsiglia, dopo aver visitato la grande mostra di Cézanne tenutasi al Museo Granet. Sorrido pensando che nemmeno i tremendi sobbalzi provocati dalle ruote potrebbero far cadere quelle sue mele, che sfidano qualsiasi legge di gravità, dalla tavola in cui compaiono dipinte. L’asprezza del paesaggio, tutto arbusti e pietraie riarse, è paragonabile alla vecchiaia del maestro inquieto e riottoso anche il giorno in cui due contadini trovarono un corpo zuppo di pioggia lungo il sentiero dei Lauves e lo riportarono a casa, ormai moribondo, sul loro carretto.
Attraversando le sale dell’esposizione ammiro i ritratti severi di parenti e amici, la montagna Sainte-Victoire avvolta da quelle infinite gradazioni di azzurro che portano sulla tela la presenza del vento, gli spazi bianchi che divorano porzioni sempre più vaste di colore all’interno dei suoi ultimi paesaggi. Sono sicuro che Goethe avrebbe definito Cézanne non un semplice talento, ma una Natura capace di gettare uno sguardo intimamente profondo e lungimirante sulle cose. A cento anni dalla morte, Cézanne è ancora presente nella luce accecante del sole pomeridiano, che schiaccia le ombre sui muri delle case di Aix.
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Consacrare tutta la propria esistenza all’arte, per non raccogliere altro che derisione e disprezzo, prima che la morte arrivi a cancellare tutto. Cos’altro può essere questo, se non un inutile dramma? Definiamolo, quindi, un suo parziale riscatto il vedere queste sale affollate di gente, che si sofferma dinnanzi alle Bagnanti. Corpi come statue di un bianco gessoso scolpiti sulla tela, portano rinchiusi in loro i tormenti dell’artista. E poi quella crepa che corre lungo la facciata della casa nella quale Cézanne aveva abitato è come una ferita impressa nella carne, è il solco doloroso ma necessario che separa il vecchio dal nuovo, l’antico dal moderno, il prima dal dopo. Dentro quella fenditura è conservata la polvere dei millenni, di tutti i templi eretti sulle rive del Mediterraneo, il segno per il quale Renoir ebbe a dire che i dipinti di Cézanne avevano “un non so che di simile alle cose di Pompei, così fruste e così meravigliose!”.
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La mostra non espone soltanto quadri e sculture, ma anche fotografie che lo ritraggono in vari momenti della sua vita. “Si aprì la porta. E vidi Cézanne! Vidi l’uovo lucido del suo cranio, dietro al quale alcune ciocche grigiastre ricadevano sul colletto logoro di una giacca piena di macchie”. Così lo descrive l’amico Francis Jourdain, e allo stesso modo egli appare nella foto scattata sull’uscio di casa, pochi mesi prima della morte. In un’altra lo ritroviamo giovane artista seduto per terra ai bordi di una strada come un mendicante. È risaputo che i monelli del paese lo schernivano e gli tiravano i sassi ogni qualvolta lo incrociavano per la strada con il cavalletto sulle spalle e la cassetta dei colori. Trattato al pari dei cani, che lui del resto odiava in quanto il loro abbaiare gli dava un fastidio terribile; paragonava spesso questo rumore così sgradevole al cianciare dei critici.
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Anche se come era solito ripetere Maurice Denis “ad Aix, c’è soprattutto Cézanne” non si può fare a meno di rimanere incantati di fronte a un piccolo autoritratto senile di Rembrandt, una gemma incastonata fra le tele (alcune imponenti ma vacue, come lo Zeus di Ingres) dei precursori del maestro nel museo Granet. Uno di quei meravigliosi pezzi di pittura dal quale si fatica a staccare lo sguardo.
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Nei suoi paesaggi i colori sono come travolti dalla luce; è la luce che dà loro vita, quella che egli cerca spasmodicamente nella vibrazione dei riflessi che balenano nell’aria. Quel giorno la luce era proprio quella che Cézanne riteneva la migliore per dipingere; non abbagliante, ma radente e opaca, sfiorava le case e le cime degli alberi. Non ce ne sarebbero state altre di giornate così, almeno per chissà quanto tempo. E per questo gli fu impossibile accompagnare la madre nel suo ultimo viaggio.
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ùA un tale che un giorno gli chiese quale fosse il metodo di lavoro più adatto da consigliare a un pittore alle prime armi, egli rispose: “copiare il tubo della stufa”. Forse non c’è modo migliore di questo per rendere omaggio alla realtà.
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¹ Questi sei frammenti testimoniano “l’incontro” con Cézanne avvenuto nel luglio 2006 ad Aix-en-Provence, in occasione dell’esposizione tenutasi al Museo Granet per il centenario della morte.

