
Henri Michaux
Me ne andrò, come l’acqua,
finito e fallito, senza saperlo,
scansando le cronache, le allusioni,
la pietà degli amici e di mia madre,
morto a caso di un male impersonale.
Voglio essere una questione di tempo.
Farmi scomparsa, poi restituzione.
La gente fata calcoli e scommesse
sull’eventualità che il mio cadavere
torni a riva, riemerga o resti sotto
le acque reflue, impigliato tra le grate
del canale di scolo.
Me ne andrò, restando, restando. Me ne andrò, fermo,
come ciò che sfugge agli occhi ed è fisso,
come ciò che solo chiudendo gli occhi
si percepisce, un chiodo, un abitudine,
la macchia di piovasco in cima al muro.
Me ne andrò, scolorito dall’attesa,
masticato dall’ansia della nebbia,
biglietto o non biglietto, non importa,
sarà necessario assumere in sé Dio,
perché chiudersi una porta alle spalle,
per sempre, è un gesto che richiede forza,
fortezza, è un gesto virtuoso, virile,
cavalleresco, come andare incontro,
nel gelo, al proprio amato o al suo fantasma
donchisciottesco, avariato da multipli
strati di sé, strati del proprio sogno.
Me ne andrò, come quando mi allontano,
volontariamente, dal mondo infetto,
mondo infetto – scrisse Dario Bellezza –
che odio e temo e a cui rinuncio uguagliando
contrarietà e opposizioni. Anche vivere
si fa sempre più identico a morire.
Babele in bocca ha verbi a più radici.
Me ne andrò , risentito, perché il trauma
della caduta mi ha fatto pensare
tre quarti della vita in ospedale.
Avrei voluto fermarmi alla genesi,
farmi feto, felicità, sonno.
Ma sono caduto e il taglio mi ha reso
feroce, come un mutilato, un barbaro,
come le vittime che sono gli esseri
più lontani dal campo del perdono.
Me ne andrò, ragionando. Non si perde
la mente più volte. Non riderete
due volte. Me ne andrò lasciando tutto
sul comodino, occhiali, portafogli,
documenti. Me ne andrò in due fendenti,
riflesso in uno specchio ottocentesco.
Mi schernirete come anacronismo.
21 marzo 2024
