CERCHI. Osvaldo Coluccino

Osvaldo Coluccino, L’abbaglio del volatile Prose e racconti (1992-1993) Collana: Universale Carabba, 2024.

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Sono doni o errori quei riverberi, che valgono un pieno altrove e sforano? Sistemati in corolla, sventolano con l’intento di far vibrare il profilo al mondo.

Avevamo proseguito fino alla sera di Tolomeo, senza alcun indugio soffiando via dalle spalle le vetuste lune del retaggio, che finalmente si sfinivano sullo spiazzo (pista per le impazienze venture delle orbite, che cominciavano a lasciarsi vezzeggiare). Avevamo soffiato poi, senza tremolare, su obsolete lanterne dell’educazione attorno. E le aureole e le corone, ch’erano state pura girandola, voluta dal culto o dalla storia, si erano, contagiate dalla tendenza, decalcificandosi, estinte da sé nel sollievo del tappeto.

Quelle morti di cerchi concimavano ideali, miti…

Alito pro liberazione che, pur a servizio, ora agognava un proprio àmbito: soffi, sì, propedeutici, ma che, rimasti a galleggiare in circolo, adesso pretendevano. Così, ohimè, da scagliar via anch’essi dalla pedana epurativa.

Quelle morti di cerchi concimavano ideali, miti…

Una piazza rotonda illimpidita (il mondo!), sgomberata da accerchiamenti d’influenze inessenziali. Ove, realizzato il piano, precipitò il dormire degli stenti e dei ripensamenti.

Ah, nido morfico così inviolato…

Oh no, di nuovo?… L’ingerenza d’altro improbo circondare (plagiare): danza estranea attorno a lisci addormentamenti, che indefessamente screpolava:

1. Pitture d’arte talentuosa sbandierata, che volteggiavano attorno, ma che, pur con tutta l’ambizione di cingere, tingevano e facevano sbalzare in scia solo i capelli e i lembi ciechi del sonno.

2. Un pentagramma ineccepibile svolazzante, descritto fedelmente da strumenti musicali: bagagli echeggianti del girotondo. Ma che pareva non riuscire a destinare che sul lobo, arrossato e sordo, l’adunata delle armonie.

3. Poesie pregevoli e racconti minuziosi in volo: solo sbuffi di parole che, sebbene attorno vaporizzassero concetti mirati, non sfioravano, anestetizzata e illitterata, l’imperturbabilità del sonno. Quei riverberi, una fittizia glassa avvolta all’animo che si defogliava, scacciati con la violenza d’impassibilità aristocratica; e, quasi sogni, eccoli scadere.

Ma quegli ideali eletti scaturiti e quei miti incantevoli, meritevoli di sussistere dopo una liberazione necessaria, improvvisi sbocciare, beh, loro sì, avrei voluto che restassero.

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«Nelle prose poetiche di Coluccino occorre, per farle agire, che ci installiamo in esse mettendo in discussione ‹l’autorità della presenza o del suo semplice contrario simmetrico, l’assenza o la mancanza› (Jacques Derrida, La différence). Dunque la scrittura ci vuole portare in qualche regione indeterminata in cui il senso dell’essere non è più affidato alla presenza o all’assenza ma a qualcosa che prescinde da entrambe, producendo un effetto di spaesamento. La Realtà, se vogliamo definire così i solidi contorni delle cose che ci circondano, si liquefa in un aggiramento metaforico che altera sia il suo lato attuale (ontico) che ontologico, ma paradossalmente, in senso opposto all’Unheimliche freudiano, accrescendone la familiarità e la prossimità piuttosto che la distanza […] La questione essenziale che Coluccino solleva, come nei suoi precedenti lavori, è ancora una volta quella del tempo. Il tempo sembra non fluire tra queste pagine, l’evento sembra prepararsi ma non accadere, e come nei Poèmes en prose di Mallarmé, ad esempio in Le nénuphar blanc, in cui il poeta, remando in solitudine sul fiume e accostandosi a un parco dove dovrebbe incontrare una Signora, avverte la presenza de “l’inconnue”, un impercettibile rumore di passi che si allontana, e su questa ‹vierge absence éparse en cette solitude› coglie ‹en mémoire d’un site, un de ces magiques nénuphars clos qui y surgissent tout à coup, envellopant de leur creuse blancheur un rien, fait de songes intacts, du bonheur qui n’aura pas lieu›, rinunciando all’incontro nel reale, così al termine della ‹drammaturgia di un campo fiorito› inscenata in Fleuri, non è accaduto nulla. ‹Nulla è successo, nulla›. L’inattualità di Coluccino, in una post-modernità fin troppo folta di presenze, di atti compiuti, cose consumate, sta in questa sospensione del tempo al di qua dell’urto con il reale, o meglio nella delimitazione di uno spazio (il poemetto) che preservi l’illusione di una bellezza inviolata. Spazio di scrittura che è anche lo specchio di una sensibilità ferita che scava intorno a sé una zona di silenzio per porre un argine alle pressioni dello spirito del tempo […] Deve essere chiaro che l’inattualità non consiste nell’essere fuori dal tempo, ma nell’esservi dentro intensamente, fino a far valere la singolarità minacciata in un nuovo accesso alla parola, all’origine. […] Perseguire, con la scrittura, quello che Slavoj Žižek definisce lo stratagemma del malinconico che consiste in questo: l’unico modo di possedere un oggetto che non abbiamo mai avuto, che è perduto fin dal principio, è di trattare un oggetto del quale abbiamo ancora pieno possesso come se fosse già da sempre perduto. Ora mi sembra questa la disposizione emotiva fondamentale della scrittura di Coluccino. Ogni immagine è passata al vaglio dello stratagemma del malinconico, senza più quella possibilità della cultura simbolista di accedere alla dimensione sovrasensibile delle forme simboliche ideali, ma conservando l’intenso desiderio metafisico di una realtà assoluta collocata al di là della realtà quotidiana» (Tiziano Salari, in “Hebenon”, Rivista Internazionale di Letteratura, anno VIII, n. 1, Mimesis, Sesto San Giovanni, Milano 2004).

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Scelgo Cerchi, fra le prose poetiche di Osvaldo Coluccino, e cito l’attenta nota critica di Tiziano Salari sull’autore, perché la realtà dislocante di un artista così appartato, scrittore e musicista, ne riceva un lieve riverbero. “Sono doni o errori quei riverberi, che valgono un pieno altrove e sforano? Sistemati in corolla, sventolano con l’intento di far vibrare il profilo al mondo”. Coluccino cerca, nella scrittura, risonanze ipnotiche simili a quelle della sua musica vigile, fantasmatica. Poiché il suono arriva prima di ogni discorso, queste prose giungono al lettore come attenzione del sonno, non consolata dalla veglia del senso. (M.E.)

OSVALDO COLUCCINO Stanze 3-4-5-10-12 – Fabrizio Ottaviucci , 28/05/17 Tempo Reale Firenze (youtube.com)

Osvaldo Coluccino (1963), poeta e compositore. È stato scoperto come poeta nel 1990 da Stefano Agosti che lo ha portato a esordire sull’Annuario di poesia 1991-92 di Crocetti editore. Ha pubblicato Strumenti d’uso comune (introduzione di Stefano Agosti, Udine 1994, ora in Prematuri umori), Quelle volte spontanee (nota critica di Giuliano Gramigna, Verona 1996), Appuntamento (postfazione di Giorgio Luzzi, Verona 2001), Gamete (postfazione di Gilberto Isella, Torino 2014), Scomparsa. Tragedie in versi (Pasturana Alessandria, 2020), Cieli d’assenzio (introduzione di Giovanni Tesio, Lanciano 2023). Ha pubblicato anche libri d’artista, costituiti da sue poesie e opere originali di artisti (Tommaso Cascella, Bruno Ceccobelli, Alfonso Filieri, Marco Gastini, Franco Guerzoni, Giulia Napoleone, Wainer Vaccari, Giulio Paolini). Come compositore è stato scoperto da Luigi Pestalozza, e la sua musica è stata pubblicata dalle edizioni RAI Trade, commissionata da Teatro La Fenice di Venezia, Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Biennale di Venezia, Milano Musica-Teatro alla Scala, Conservatorio Reale di Bruxelles, e registrata dalle maggiori etichette internazionali di musica classica contemporanea (“Kairos”, “Neos”, “Col legno”),

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