LA SCULTURA DEL SENSO. Paola Ricci

Richard Serra, 1938-2024. La scultura del senso.

Parlare di questo grande artista sarà sicuramente un’impresa titanica come quando si debba parlare dell’origine della vita umana, come cercare di catturare quel granello di conoscenza per poi far dispiegare l’evoluzione e quello che vediamo adesso nei giorni nostri. Eppure è quello che occorre fare per parlare d’arte, cercare di studiare di approfondire e “catturare” quello che è consolidato e non “gradevole” o “creativo”, parole abusate e svilite nel tempo, scovare quello che non è stato visto perché determinate di un cambiamento che è difficile da cogliere o è la perturbazione di uno sconvolgimento estetico che non sappiamo accettare.

Serra è nato nel 1938 in tempo di guerra e si è trovato nel periodo della ripresa dopo la seconda guerra mondiale quando ci si voleva lasciare alle spalle conflitti e sangue per sferzare una controffensiva estetica a un mondo che voleva in modi diversi rinascere. Un lavoro che difficilmente, vedendolo, si collega alle curvature di grandi lastre che realizzano installazioni monumentali di Serra, è un lavoro degli anni ‘60 intitolato Animal habitats live and stuffed, è una mostra dei lavori dell’artista a Roma alla Galleria La Salita, 1966. Questa è la prima personale dell’artista Richard Serra a Roma presso la Galleria La Salita del 24 maggio del 1966; sicuramente spiazzante rispetto a quello che si conosce di quest’artista. Sono rimaste le documentazioni fotografiche di questo evento.

Dopo aver studiato pittura presso l’Yale School of Art, Richard Serra parte per l’Europa con una borsa di studio che lo conduce prima a Parigi e poi, nel 1965, a Firenze, dove si trasferisce con l’allora moglie, l’artista Nancy Graves.

Perché questo allora, cosa andava a cercare o a voler rappresentare?

Egli disse che nel suo girare per l’Europa e nel visitare musei, un’opera che lo colpì e svolse una rottura nel suo pensiero fu il quadro, in Spagna, di Diego Velázquez, Las Meninas (1656). Lo spazio pittorico non era più quello che aveva “visto”, i piani non sono più separati ma dislocati e l’illusione pittorica andava rifondata con qualcosa di altro che fosse messo in evidenza, vedeva una griglia modernista da fare notare.

“È stato allora che ho deciso di fare delle gabbie – racconta al critico Hal Foster – di riempirle di materiali, di usare animali vivi, di fare qualsiasi cosa per sfuggire alla mia formazione…” (Richard Serra).

Il Gallerista Gian Tommaso Liverani lo invita nella galleria romana ed egli porta diciannove pezzi tra gabbie con animali vivi o impagliati e assemblaggi di ogni sorta.

“Era Surrealismo-assemblage-da cortile”, ricorda a posteriori. “Stavano succedendo un sacco di cose: Rauschenberg, Lucas Samaras, Ed Kienholz, e molti altri che lavoravano con l’assemblage”.  Vi era una rivoluzione nell’arte contemporanea negli anni ’60 che non certo riusciamo a ritrovare oggi; tutta ora sembra che rincorra qualcosa già visto, ma edulcorato, di quello che era difficile da digerire e l’artista non certo è in grado adesso di porre dei dubbi o delle reazioni, o ancora meno delle emozioni.

I nomi che citano Serra sono artisti che facevano dell’assemblaggio qualcosa di surreale, grottesco e pungente senza porsi nessuna reticenza moralista, essi “mostravano” quello che non si capacitava di esistere nelle menti degli artisti. Io la definirei come una sovversione del pensiero comune che stava incominciando a emergere e certamente era difficile da ingoiare.

Per questa mostra ci furono polemiche e denunce per la vendita di animali invece di opere d’arte. Liverani decise di mostrare le libertà dell’artista, “io gallerista non mi pongo come traduttore dell’opera dell’artista”, cosa che invece ora è forse più importante cosa dice quelli che sono riconosciuti come critici autorevoli dell’arte contemporanea e scrivono di essa a volte senza neanche parlare delle opere ma delle loro disquisizioni arzigogolate sull’arte in generale. Serra in questa sua prima mostra dice tutto con le opere: non serve neanche aggiungere parole di troppo.

Questa libertà che fu concessa a Roma poi lo riporta in America e sempre nel 1966 realizza le sculture in fibra di vetro e gomma e nel 1968 comprende quello che trovo dirompente: il lavoro con le gettate di piombo fuso sulle giunture di elementi architettonici tra pavimento e muro.

Le sue gabbie contenenti assemblaggi sono il passaggio perché tutto si contrae verso l’aperto e la sua possibilità di essere malleabile. Le costrizioni sono il passaggio al libero arbitrio. In questo vedo anche la sua frequentazione con altri grandi artisti newyorkesi come Carl Andre, Eva Hesse, Sol LeWitt e Robert Smithson.

La scultura per Serra diventa, dopo un lavoro surreale presentato a Roma, un progetto fenomenologico del tempo dello spazio e della gravità e sarà un modus vivendi. Questi lavori saranno esposti nella sua prima mostra personale a New York alla Galleria di Leo Castelli nel 1969 e nel 1970.

La sua scultura stava diventando quella che poi ha avuto la manifestazione gloriosa che molti conoscono; il suo spazio è diventato lo spazio monumentale in cui il fenomeno strutturale realizzato è diventato una sorta di ampolla sinestetica, per ciascuno di noi diversa, ed è l’attraversamento di percorsi ondulati e ristretti e di curvature non misurabili dagli occhi ma dal senso di ’infinita forza e precarietà che trovo siano anch’essi ancora racchiusi in quelle “gabbie” metaforiche che mostrò agli inizi a Roma nella sua prima mostra personale.

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