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Per me un poeta come Lorenzo Pittaluga è grande perché, leggendo le sue poesie, mi sembra di toccare un midollo spinale. Lui è andato in fondo alle cose visibili. Questo soprattutto mi interessa in un poeta, quell’attitudine – che non si impara leggendo, studiando, né campando cent’anni – a rifare coi suoi versi la concretezza che vede, mentre tanti poeti anche ufficialmente ritenuti grandi, si lasciano guardare dal visibile. Lo cantano, lo sfaldano, perché lo perdono di vista, non generando quindi mai concetti, ma lirica, metrica, bravura, ecc. Pittaluga rende il suo contesto esistenziale, comprensibilmente ridotto, in una fuga di spazi larghi ma ancora nella misura più concreta possibile.
Per questo tutta la sua spiritualità, la sua visionarietà, ha la continua veggenza di una razionalizzatore dello spirito. Non è mangiato dai fantasmi, lui li ingoia; sta anche in ciò la differenza con altri poeti detti degni, o che magari imparano la follia – la si può imparare, eccome!
Per questo oso dire: c’è una misura di tempo nei destini. Pittaluga ha detto tanto, in un limitatissimo numero di anni, ma di questi ha toccato poderosamente il fondo. A tal punto che non conta più cosa avrebbe o non avrebbe potuto scrivere, si entra nel regno delle ipotesi, e una qualunque previsione saggia può bruciare un talento. Ha detto quel che doveva dire nel miglior modo concesso. Non a caso, dove c’è fuoco o intensità speciale c’è velocità, rapidità, la giustizia fisica di un’autocombustione. Anche in tale modo inconsapevolmente tragico, Pittaluga ci ripropone il proprio dominio sul reale.

