MENTRE SONO ALTROVE. Luigi Cannillo

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È un atto complesso entrare in questo libro di Luigi Cannillo, Dal Lazzaretto (La Vita felice, 2024) con le chiavi giuste per esplorare il mondo dolente che il poeta ci descrive con pudore, a ciglio asciutto. Occorre restare discosti dall’ingresso principale e vedere da lì ciò che resta, in “futura memoria”. La poesia, sfuggita nelle mongolfiere o immersa nelle grotte di corallo, espone, nella metamorfosi delle scene, il dolore dei non più vivi, vicinissima all’angoscia dei superstiti. La voce di Cannillo è una linea non increspata, riservata e quasi silenziosa, che trattiene antiche voci in una misura segreta e personale, dove la nostalgia della memoria è anche costruzione di un discorso austero, malinconico ma non triste, attento a registrare le minime inflessioni dei destini nella scrittura, senza eccessi lirici. Libro intenso e compatto, Dal Lazzaretto, dove il ritmo poetico si annida in musiche sommesse; le virgole appaiono ma non i punti, perché non sembra esistere una fine, un a capo, per la voce che evoca e narra, poeticamente, una dolorosa continuità. Una lieve aura da “olocausto” getta la sua ombra su questi versi, che però si riservano sempre una nicchia di tenerezza autobiografica, legata ai luoghi prediletti. Alla fine della lettura, non si è certi di avere colto tutto lo spirito del libro ma resta la gioia di essersi accostati a un contrasto di ombre, gentile ma crudele, che qui ritrova la sua voce remota dal muto Lazzaretto.

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Anche la carta col tempo

si logora, il biglietto postale

si apre a fatica, si rilegge

il grigioverde sbiadito

fino alla data del timbro

maggio settantaquattro

Ma la volontà della madre

versata sul foglio resiste

il pollice calcato sulla penna

chiudeva ogni vocale in un sospiro

dal tavolo di marmo di cucina

Non è più solo dei corpi adesso

la distanza, non più provvisoria

Nessuna lettera che la misuri

Ci separa forse una linea di schermi

come lenzuola animate dal vento

Forse tu accarezzando un sipario

segui col dito le parole – e le ripeti

come fosse musica per il figlio

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L’ultimo atto: la polvere sulle cornici

lucidare i vetri, carezzando i profili

Ognuno i suoi caduti da celebrare

La memoria spalanca le terrazze

e le ombre si rianimano in corpi

colti all’ultimo scatto, nello slancio

di un sorriso in posa per sempre

L’origine appartiene al sapere

mentre il distacco lotta col mistero

Pietà per il destino che ci aspetta

nel ritratto che si va compiendo

La mia casa con la finestra aperta

e il vento che mi cerca

mentre sono altrove

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Dorme il Lazzaretto

trasportato da un treno

che lo fa scivolare nel tempo

Le valigie aperte, le smorfie

di chi lotta con il brutto sogno

Hanno spento le luci in corridoio

e il gomitolo di ombre

si gira lento su se stesso

Sospesi i ricordi in un convoglio

quello che conta adesso

è il panorama che ci sta aspettando

ancora sfumato al finestrino

Dormendo scorrono le stazioni

in paesaggi come lampi

mentre l’arco profondo della notte

porta a destinazione ignota

Dormono insieme nel suo labirinto

le vite perdute e le attuali

condividono racconto e itinerario

il movimento che ci sveglia e ci assopisce

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*I testi sono tratti da: Luigi Cannillo, Dal Lazzaretto (prefazione di Davide Romagnoli), La Vita felice, Milano, 2024.

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