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Questo tuo libro è bellissimo. Belli i caratteri tipografici. Leggo e mi sento confortato. È il conforto della condivisione di una condizione ad alleviarmi un po’ il male. E questo conforto viene integro dalla tua parola. Un linguaggio chiaro, semplice e colto. Non hai che te, pensavo questo. Sei adulto e, dunque, solo, solissimo, come tutti gli adulti che pensano troppo alla loro età di adulti e al divenire del fiume che non lascia scampo. È una parola medicamentosa quella che tracci in questo diario-intervista, utile per il lettore, utile come qualunque testimonianza o referto della cruda realtà. L’empatia, dici, se manca innesca la paralisi o il dramma cronico della mutilazione. A me è successo questo. Mi sono ammalato perché dentro non avevo l’amore, nessuno aveva riempito il mio vaso, nessuno di quelli a cui sarebbe toccato riempirlo da tempo, sin dalla più tenera età il vaso è rimasto vuoto…
Ho interrotto, debilitato, le letture per due giorni. Le ho riprese stamattina, a fatica. Del tuo libro, di cui ammiro la scorrevolezza e il dinamismo linguistico, la coerenza ritmica, mi viene da dire del tuo pensiero, del tuo sistema organico di pensiero. Sei tutto radicato nell’amore per la letteratura del passato. Non smetti di citare Kleist, Hölderlin, i tuoi musicisti. Una prosa foltissima, senza sbavature, senza ornamenti, senza sentimentalismi. “Sparire è pensare con coraggio la pianura dopo di noi, i suoi tramonti e le sue albe. Perché mondo e natura non sono nostre proprietà, ma soffi leggeri attraverso i quali tormentosamente avanziamo finché siamo in vita. Io capisco che troverò, anche oltre il destino di Kleist, le tessere che compongono il mio: le vertigini che mi perdono sono le architetture che ritrovo. Io sono e non sono quelle vertigini e quelle architetture”.
Devo confessartelo: te le sento leggere ad alta voce queste frasi e sorrido o rido di gusto. Ti sento affannato e ansioso e avido di letture e di mondi da conoscere, come un ragazzo innamorato dei libri più di sé. Cerchi, prendi, lasci. Misuri la temperatura dei libri. Sai regolarti. Sai ascoltare. Hai orecchio. Per la tua condizione. Di uomo mescolato alle parole mute dei libri, le radicalmente altre, le profonde, le abissali. Ad esempio capisci che non è il caso di leggere Bernhard e ti butti su Handke. Ho sorriso, si. E ti ho applaudito in questo grande teatro nobile in cui a turno stiamo sul palco e in platea quando, con encomiabile sincerità, hai scritto: “voglio che il lettore si abbandoni alla tristezza”. Ami la malinconia e chi ne è portatore. Ami la malinconia radicale, l’abisso senza fondo di certo allucinato ascetismo o dionisismo, più che misticismo. Se in te c’è traccia di mistica è nell’impeto dell’istinto di fame e di sete, nella sua avidità che, malgrado il tormento, continua a tenerti in vita.
