CARTOLINE. Giuseppe Pellegrino

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La psiche umana è un albero con tutte le radici visibili. Per uno scrittore che vuole essere nomade della sua mente la psiche è una grande scommessa. Lui non viaggia per estensioni di territorio ma trivellando se stesso in un solo punto. Per quanto tempo si deve trivellare? Per quanto dannato tempo? Spesso ho riflettuto a quegli eroi che, considerati clinicamente folli, continuano a scrivere. Questa caparbietà non sembra davvero un Grande Mistero? Normalmente lo scrittore scompare, da matto, agli occhi del mondo. Non cammina più, né dentro né fuori di sé. Il caso di Nietzsche è esemplare: un universo filosofico di ineguagliabile complessità si riduce a pochi e laconici biglietti firmati «Dioniso» o «Il crocefisso» – archetipi, non a caso, del sacrificio e dell’annichilimento. Nella relazione immediata e rovinosa con l’assoluto, il filosofo non crede più alla finzione del linguaggio. Se la follia possiede lo scrittore e lui, nonostante la malattia, non tace ma, contro l’angoscia indotta dal silenzio, scrive, il cimitero della carta bianca non è un cumulo inerte di roba scritta; è vortice pulsante che lega pensieri a parole, parole ad analogie, intrecciando pulsioni emozionali e combinazioni linguistiche in un cortocircuito di lettere, confessioni, diari, scarabocchi, messaggi improvvisati, testimonianze lacerate in una scrittura perturbante e audace. Il perturbante smaschera le convenzioni: è la possibilità che l’irreale sventri il reale, è la facoltà di pensare essenziale tutto quello che potrebbe essere rispetto quello che è.

Testo di Marco Ercolani

Segni di Giuseppe Pellegrino

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