

II
Nelle rapide in secca dell’autunno
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notti assediate di luna
alla curva di parabole
che dal corpo scivolano
in lampi di vele,
storie raccolte
in quell’unica sosta
tra le sabbie
che accese il foglio d’astri
e la lingua, franata
in voluttà di oasi
e di tende: –
l’ombra
ribatte ai margini,
in grotte di tormento,
la voce che si immola all’alba
per intima convinzione
di ritorni – una parola
che di umano ha il rantolo
sgomento della luce
quando sprofonda
nelle rapide in secca
dell’autunno
*
occhi gonfi d’acqua
sul tracciato che dalle labbra
conduce a selve
spoglie di visione,
alle chiome sfiorite
di una stagione dietro sé
perduta –
la mano sogna
e come fiaccola s’illumina
alla parola ricordo che respira,
si trasforma in voci
tenaci d’onda
trapassando spine pietrificate,
rovine aperte al gelo
che dilegua per immutabile
legge del risveglio,
poi si spegne: –
*
un volo di tenebre e rime
recate in dono
al dio che dall’abisso
porge la carta, l’inchiostro,
il segno, il solco
della nuvola che spazza
il dolore nell’incanto –
a gloria futura
di un prolungato nulla,
di un prossimo, lento declinare
sullo stelo
*
trasparenze di oblio
dove la pupilla si arresta
e l’uccello di neve
precipita nel bianco
seme delle sue ali –
anche la luna è acqua
che ghiaccia
priva di sorgenti,
luna di tregua
con le sue spighe immobili
nel vento arreso
ai meridiani del tramonto: –
risale, poi si addensa
e si disperde, il lucore
di mondi in transito,
uniformi
sopra il velo infantile
che contagia lo sguardo,
lo ara di piogge, di vele
visibili oltre la fluttuante
linea di un volo –
altrotempo
che brucia ere immemoriali,
rischiarate a tratti
come il silenzio
che si fa corpo nel profondo
*
specchio di palpebra remota
che si nasconde all’aria,
al fuoco che avvampa
il gelo del sonno
con madreperle di sogni
e acque incerte, segnalate
da rare tracce di sassi
e grida addossate contro i vetri –
dove la voce corre senza eco
spinta dal vomere autunnale,
un prima di braci,
di fiori che s’infuturano
per il ferro sospeso,
rapido della falce: –
il deserto
profuma di angeli assetati,
assopiti in stracci di visioni –
nessuna sorgente evade
dai siti della notte, e
l’alba è solo afrore
di quelle sabbie, luce
sostanziata dal vuoto delle ombre
*
le regioni del volto
somigliano specchi che il cielo
trascina di vento in vento
fino alle radici della voce,
al lamento che imbianca
le valli e l’iride rimuove
dal suo blocco granitico
di sopravvivenza – prima
che una sola immagine
osservata a rovescio
rallenti i minuti,
dichiari la parola abolita,
incapace di luce: –
parola d’albero sorpreso
al battesimo della polvere,
con l’immobile sguardo
attento all’orma del seme,
a cui sfuggono sillabe
e distanze,
la lingua materna
e il sentiero delle piogge –
alfabeti che sfumano
dove il passo affretta il meriggio
e in mille ombre e mille
tacitamente affonda
*
veleggiare la solitudine
antica della sera
come chi scorda il porto
e d’improvviso s’illumina
alle nevi degli anni,
alla teoria di eventi
trapassati in ruderi,
frutti votivi
su tavole imbandite
di crepuscolo: –
dorme nell’acqua quieta
un rischiarato circo di ricordi,
mentre ritornano alla notte
notizie di naufragi e glifi
d’onda, nuvole di carta
strappate da fogli d’infanzia
per rischiarare la pura
rovina delle mani,
la prora che si oscura
senza lume
*
dialoghi nella penombra,
nient’altro che una macina di voci
che leviga il ricordo
come una foglia di tempo
nell’addio – un sasso
stupito di presagi
che serba il testamento dei fondali,
la nascita sabbiosa
dell’alba e il suo tormento,
il suo occhio indecifrabile
nell’intrico di sguardi
rappresi sul vetro impassibile
del cielo: –
la lingua stringe il sapore
della polvere – un reclamare d’ali
contro gli argini invalicabili
di un’unica notte
**
*I testi sono tratti da: Francesco Marotta, Da un’eternità passeggera, I Libri dell’arca, Joker, aprile 2024.
