L’introduzione non lasciava speranza. Le Poesie: unico libro in versi riconosciuto da Lumelli. Lui era stato perentorio. Il divenire, che mi era apparso motore di tutte le sue opere, non descriveva lo svolgersi di una storia. “Quello che conta” mi aveva detto Angelo “è l’esplosione dell’istante” il che significa “essere nel proprio attimo, senza storia.”
A ben rifletterci un indizio l’avevamo già avuto fin dai tempi di “cosa bella cosa” (apri l’uscio apri l’uscio | c’è il presente senza guscio) Autore-lettrice. Lettrice, modestamente, con militanza di quasi mezzo secolo (Lumelli è quello che considero il mio maestro di scrittura) e con un punto di vista opposto: l’attuale come sommatoria di tutti gli attimi che l’hanno preceduto, ognuno dei quali rivendica il sacrosanto diritto di sopravvivere nel ricordo. Il risultato è stato un contatto iniziale non facile. Mi ero piccata di confrontare i nuovi testi con quelli che conoscevo e ad ogni variazione mi ribellavo come ad una mancanza di riguardo verso il lettore. Del resto, mi dicevo, qualche dubbio era venuto anche a Lumelli se, al termine del libro (dieci righe dalla fine) si chiedeva se essere tornato sulle sue poesie non fosse come una “cavalcata di Mongoli in un campo di granoturco”, se la demolizione fosse un compito della poesia e se rifare le poesie fosse come “bombardare Berlino” (La porta girevole dell’Hotel Excelsior).
Poi, come sempre mi è accaduto con questo autore, la lettura mi ha preso riproponendomi la solita avventura con divieto di soluzione. Mentre leggi Lumelli ti sembra di essere ad un passo dall’averlo raggiunto (nel nocciolo di una questione, ad esempio) e ti trovi rimbalzato verso uno smarrimento siderale, un “non luogo” (“ogni luogo”, dice il nostro, “è un handicap”) dove sei avvolto da parole che splendono di luce propria tanto da sognare di poter vivere senza il loro autore. In questo caso la magia era quella di un eterno ritorno, unica strada aperta a chi vuole coincidere con tutti i propri sé. Bisognava quindi accettare il sacrificio di tanta parte del già stato per evidenziare l’adesso con i suoi splendori e le sue ricostruzioni (perché anche la memoria va aggiornata). Niente cavalcata di Mongoli, quindi, ma poesie come figli che crescono, buttano i giochi, si tagliano i capelli e cercano nuovi amici. Infatti l’ultimo capoverso chiudeva il libro così: “Nella foto del 1945 si può guardare attraverso le facciate ancora in piedi, si vedono finestre vuote come puri riquadri, formiche di vita pura s’aggirano tra i cumuli, ben presto ordinati, delle macerie, un ordine nuovo, come il fantasma della costruzione”.
Achille e la tartaruga
Malgrado la posizione di Lumelli relativa alla vittoria dell’attimo per quanto riguarda l’unico testo poetico (che a me richiama Zenone e il suo paradosso parmenideo), tutto corre nei suoi versi. Persino l’essere, non più ancorato ed eterno, qui viaggia e “saluta da dietro il finestrino” (cosa bella cosa) oppure “brilla mentre passa di mano” (seelenboulevard). Anche il senso compiuto “fa presto a finire” (trattatello incostante) e “si ammucchia sui confini come chi vuole migrare” Del resto “è il divenire che macina chilometri” (“un moccioso chiede di te”, bambina teoria, nota). Il movimento comporta lo spaesamento davanti ad improvvise, imprevedibili eclissi o al fascino di piccole chimere; ad esempio la cosa arretra davanti a chi la guarda e non partecipa di quello che ha acceso nei suoi occhi e l’indicibile è il costante rimpianto del linguaggio che sa di non poterlo raggiungere senza lasciarci le penne (“C’è una lingua che non vuole parlare. Infatti voleva solo accadere.” (“autopresentazione” in trattatello incostante).
Movimento, come dice Ercolani, di chi viaggia ai bordi di un abisso. Il vuoto, infatti, serpeggia sotterraneo anche quando non appare, in contrappunto con l’esistente (“trotterella il niente accanto alla sua cosa” – vocalises). In definitiva, però, è sempre lui ad averla vinta (“è l’assenza che non va via” – un’insistente variazione).
Un Tao alessandrino
Eclissi, chimere, sottrazioni. Mentre prendevo appunti riflettevo: però, in fondo, è la Cosa, quella bella, ciò da cui Angelo è partito (cosa bella cosa, premio Viareggio Opera prima 1977) e la cosa, malgrado tutto il mancante che imperversa in Lumelli, riesce a sgusciare fuori dai suoi versi per incantarci: è la piccola quaglia che “con la trombetta nel grano / esattamente vuole apparire / sotto l’azzurro vuole perire / ha l’anima infervorata / ha la testa sbagliata / vuole l’aperta verità / la proclama e non l’avrà (/ ne avrà solo la metà) / come giusta punizione lo sparviero la mangerà.”
O è l’ultima perlina che:
“senza la seguente si sfilò / si disperse l’intera collanina / sembrava una cosa perduta / ma fu la mossa più ardita / un filo di refe da passare cinque volte nelle dita.” (un’insistente variazione – vocalises)
Ma è anche la mandria con il vento nel pelo:
“fossimo mandria / con il vento nel pelo / incontentabile infanzia / che pretende la vita” (refrain – oblivion)
E allora? Chi vince? Il mancante o l’esistente? Perché se “la presenza intera è pari alla mancanza” è pur vero che “si può dire a chi c’è /non a chi manca”. Forse una mano ce la possono dare i versi di Cosa bella cosa con l’intercessione di uno splitting che magistralmente compone l’intero, in puro stile Taijitu:
“non temere / la mia parte lontana / che si consuma / mentre l’altra incuriosita s’avvicina.”
L’agguato in fondo al corridoio
Il tema dei temi, ancor più man mano che avanzano gli anni, è quello del tempo, coinvolto in un confronto serrato con il poeta che cerca scappatoie per affrancarsi dalla sua tirannide, in un tentativo tanto improbabile quanto eroico. Splendidi versi descrivono la sua insofferenza verso un continuum che gli va stretto, perché a lui piacciono i salti e le discontinuità preferibilmente in aperta contestazione con la cronologia e la topologia (“vorrei essere là | guardando da qua.”).
“…ti aspetto / mi dice da lontano – ho preso la rincorsa / per saltare dieci anni –” …
“il tempo mi chiama in fondo al corridoio – non hai capito niente / mi dice: tu devi avanzare ma senza saltare / io gli dico che dice bugie – che vuole farmi arrivare in ritardo / facciamo una scommessa? mi dice / vedrai che ti metto nel sacco – io gli dico: staremo a vedere / quando arrivo non arrivo più io.” …
“il tempo si è arrabbiato davvero – lascia ore senza le ore / forse non viene più sera”
“nobili pirati conoscono il mestiere – hanno in testa fazzoletti a quadretti / sul tempo ci vanno a cavallo – gli passano sopra con grandi velieri / non vengono presi sul fatto – raccontano che dappertutto è lontano / che qui è più lontano di tutto.” (pause – vocalises)
Eppure, in un universo di “ondine gentili sempre già lontane” qualcosa come un ciottolo dolcemente levigato, frena. Il poeta, grande conciliatore di contrari, è “rimasto fermo sul posto” aspettando “le stelline di ogni sera”. (refrain – oblivion). Il posto non può essere che quello dell’”inizio”, un inizio ricorrente in tutta l’opera di questo autore. È uno dei capisaldi della sua ricerca ma anche (come dice bene Gazzola nella prefazione), “un sottofondo rituale in movimento…che nel corso del tempo tiene insieme e tiene legati”, Da trattatello incostante – raccontino da fermo:
“ma a te direi (più che a chiunque): / fidati! / il tuo filo che mi tiene / lo seguo a ritroso …
madre timorosa / dimmi la verità: mi hai sognato / che tornavo – ma non ero partito / per questo mantengo / il segreto / l’inizio perduto che esclama / non sono nemmeno iniziato!”
È “l’inizio perduto” e “mai finito” quello che consente e giustifica l’eterno ritorno. Milli Graffi parlava a questo proposito di un “tempo elastico”. “Le cose, diceva, negli scritti di Lumelli si intersecano disinteressandosi di appartenere ad un determinato momento o ad una precisa realtà”. In questo autore, infatti, quella che apparirebbe come una scelta inevitabile, si supera nel paradosso. Nel sé, infatti, il tempo si accumula in una sorta di “bambino supremo” che dice: “eccomi/come uno spavento che ride”. (senti l’antifona – oblivion). Quando vediamo che la tensione diventa tale da impedire all’elasticità ulteriori estensioni? Insomma, che cosa porta alla frattura? L’impatto brutale con i “mai più” e i “in nessun luogo”, quelli per cui chi li subisce è solo “ridotto ad esistere”. E’ la visione straziante del “contatto che si oscura” (“Mi saria tant cuntent at vedet ancou na vota…..l’è mei scurtà la vita ca vedela murì…per ti mi a preghi a grasia at drumì (pause – vocalises). È il ricordo che perde colpi non potendo competere con la percezione (“forcine di tartaruga”, “buco dell’orecchino”). Il ricordo riuscirà, sorretto adeguatamente da un tempo finalmente amico, a rendere tollerabile “il cuscino che resta intatto?” sei facce di un cubo). Perché nemmeno il linguaggio ce la può fare in questi casi e allora: “ci siamo resi vuoti per cavarcela”. (motivetto – oblivion).
La ricerca
Attorno a tutto ciò fiorisce nei testi una ricerca sul linguaggio che porta a privilegiare il significante “in modo”, come dice Marco Ercolani, “impertinente e improvvisato…che provoca una sensazione di smarrimento…cui si affianca un’impressione di libera freschezza, di incongrua felicità.” Come strategia di lettura suggerirei di porsi nella stessa disposizione di spirito che si mette in atto quando si ascolta una composizione polifonica. I versi come un mottetto a più voci, un concertato di associazioni (Ballerini su “Il Segnale” parla di “magia di un sogno, di un cenno, di un guizzo”) che esige la rinuncia ai processi superiori del pensiero. Solo così Lumelli riuscirà a farci davvero “vedere le stelle”. In rapidi flash emergeranno i volti amati e perduti, i profumi e il vento della Ramata e, in contemporanea, il candido istante e il suo vertiginoso arretrare. Quanto al significato sarà il più delle volte messo pudicamente in ombra cosa che non impedirà ai più ardimentosi di confrontarsi con ipotesi multiple in un affascinante gioco probabilistico.
Così funziona la poetica
In una visione in cui “quando finisce il lontano finisce anche il viaggio” o “quando arrivo non arrivo più io” la data di pubblicazione di un’opera conclusiva deve dare un bel po’ di problemi. È quanto viene magistralmente descritto ne La porta girevole dell’Hotel Excelsior dove si parla di un banchetto che celebra un “evento portato al suo culmine” e dove il momento illuminante circa il significato dell’incontro stesso è il “discorso”. Tutto trabocca di falsità, di futile chiacchiericcio con qualche fantasma di rimorso serpeggiante sotto le frasi che, per apparire memorabili, devono spaventare e scacciare la vita (vedi le cameriere che, inchiodate a un passo dalla cucina, “non riescono a svignarsela” dall’esternazione dell’oratore e vengono percepite dagli astanti come una “sconveniente e maldestra ingerenza, esseri viventi in casa del concetto”). Il convivio inoltre prevede vittime sacrificali. Incantevole l’allegoria del macellaio che “accarezza la testa della bestia ravviando i corti riccioli del pelo biondo” e infine “appoggiando una mano sulla fronte con parole di persuasione, fa partire il colpo di stordimento.” Ma il colpo, prima di raggiungere la vittima, trafigge “la pelle tesa tra il pollice e l’indice della mano consolatrice.” E qui ecco arrivare un tipico salto lumelliano inaspettatamente chiarificatore: “il macellaio estrasse il fazzoletto e lo avvolse attorno alla mano sanguinante…COME SE COSI’ DOVESSE FUNZIONARE LA POETICA.” La poesia come il grande, innocente bovino che bisogna accompagnare nell’immane caduta coinvolgendo nel contempo il suo autore. Perché questo dire perennemente in itinere, sempre sottratto al fare, in bilico tra il sé e l’altro, può realizzarsi in un unico modo: “essere là guardando da qua”, se si àncora per essere stanziale e definitivo non può che cadere nel “rigor mortis.” Sarà bene evitare.
Quindi? Quindi questo lavoro deve essere considerato una “prima Opera Omnia”. Inevitabilmente al più presto nasceranno altri versi e innumerevoli chiose-satelliti coroneranno quelli già scritti così che futuri poeti possano usare le loro lune come Lumelli ha usato il “bianco è l’istante” del suo amato Hölderlin.
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Il testo è tratto da LA POESIA INCESSANTE, testimonianze critiche per la poesia di Angelo Lumelli, con un’antologia poetica a cura di Marco Ercolani, 2024 – MACABOR Prima Edizione Francavilla Marittima (CS), macaboreditore@libero.it; http://www.macaboreditore

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INDICE
TESTI CRITICI
Marco Ercolani, La cifra nel tappeto, p. 7
Michelangelo Coviello, Refrain Lumelli, p. 19
Milo de Angelis, De amicitia, p. 21
Dario Bertini, Il “magnifico errore” della poesia di Angelo Lumelli, p. 23
Giusi Busceti, Angelo Lumelli – una sorveglianza raggirata, p. 25
Dario Capello, La circolazione del duende, p. 31
Ignazio Romeo, Potrebbe essere quella la scena, p. 35
Luigi Ballerini, L’adesso di allora nella poesia di Angelo Lumelli, p. 41
Caterina Galizia, Una insistente variazione, p. 53
Nella Cazzador, Angelo Lumelli. La parola all’origine, così qui – così lontana, p. 61
Silvano Trevisani, Angelo Lumelli e il bisogno di una poesia compiuta, p. 71
ANTOLOGIA POETICA
BIBLIOGRAFIA
