Mi trovavo molti anni fa ad un convegno milanese in cui Angelo Lumelli stava svolgendo una delle sue traiettorie di pensiero sulla poesia. Appena dopo qualche frase, sembrò che l’aria si fosse rarefatta e sospesa. Come assistere alla logica danzante degli stormi migranti nel cielo d’autunno. C’era vicino a me anche Milo de Angelis che, al mio sguardo di stupore, rispose: “Sì… non ho mai sentito nessuno parlare così”.
Più volte, negli anni successivi, mi sono trovata in privato e in pubblico ad ascoltare Lumelli e, ogni volta, si ripeteva la sensazione di venire afferrati e trasportati da una parola calma eppure vertiginosa, ovunque il tema da indagare potesse condurre, nel profondo di una speleologia chirurgica o sull’orlo di una rivelazione luminosa. Una lama che scivola vorticosamente sul ghiaccio senza vacillare né venire risucchiata dal suo buco nero, ma anzi levarsi d’impennata ad una prospettiva di meraviglia.
Se adesso mi state prendendo per matta, chissà allora che direte degli imperdibili dialoghi poetico-filosofici raccolti nelle Cento Lettere (I Libri dell’Arca, Edizioni Joker, 2023) tra il nostro autore e Marco Ercolani, che gettano luce anche sul percorso presente in questa breve Antologia Poetica. Tornando al punto, ora sono qui a scrivere della poesia di Angelo Lumelli come se fossi in grado di farlo, e già mi pare di sentire vari lettori che, un po’ confusi, fanno presente di non capire molto di quel procedimento di scrittura. Desidero quindi subito confessare, così confortandoli: quando a parte della redazione della prima Collana di Niebo arrivò il testo di Lumelli, Seelenboulevard (1999), pur sapendo che si trattava del flusso meditativo di un pellegrino dell’anima, provai il medesimo stato di disorientamento, irretita nella matassa che si dipanava tra pensiero ed interlocutore interno/esterno, tra luoghi interiori, visionari, fisici, reali.
Eppure, se vi è una certezza per chi segue la sua opera – e sicuramente per chi lo ha conosciuto di persona – è il percorso interiore di limpida rettitudine del pensiero di Angelo Lumelli perché in questo meditabondo ricercatore, rigoroso e giocoso, di una “verità” originaria – l’irraggiungibile? – è assente alla radice il desiderio di sedurre. Ma quando il procedimento di questa meditazione incessante atterra sulla pagina con la medesima naturalezza, ecco affiorare tra i lettori il dubbio di non riuscire a decifrarlo. Come venire a capo di questa difficoltà?
Mi viene in aiuto un ricordo. Quando scrivevo la mia tesi sulla Legge 180/1978, storica riforma sul trattamento della Salute Mentale in Italia, a Trieste ascoltai la testimonianza di un allievo di Franco Basaglia che, a loro neolaureati arrivati con un’idea di “cura” dei pazienti, insegnava che prima avrebbero dovuto sedersi su una panchina accanto a uno di quegli ospiti ( ) e immergersi in quel suo linguaggio definito “delirio”, fino ad assorbirlo abbastanza da essere in grado di interloquire con la sua narrazione, imparando da lui ad “abitare” la stessa lingua.
Valeva quindi un metodo che applicavo da tempo alla poesia. Così, per entrare in dialogo con la poesia di Lumelli, può essere un buon suggerimento rinunciare a una logica lineare precostituita: ci lascerebbe sperduti a cercare punti di riferimento tra le dune di un deserto, che variano incessantemente. Sono altri gli orientamenti seguiti dai nomadi in quei luoghi.
Seguiamo allora le indicazioni del nomade Lumelli che, a chi gli obietta di non comprenderlo in vari suoi passaggi, è solito replicare, com’è successo anche a me, “è tutto semplicemente lì, basta voler leggere”. Proviamo quindi a immergerci nella sua scrittura, lasciamoci contagiare dai punti interrogativi via via sempre più presenti nelle sue pagine, fino a risuonare con quella lingua, a “impararla”: rinunciamo a idee preordinate, deviamo dal solco segnato (de-lirium) per seguirlo nei suoi sentieri.
Chiedo scusa se, per farlo, mi rivolgerò anche a sue pagine non dichiaratamente di poesia e quindi qui non presenti; ma la scrittura del nostro è sempre poesia, permanentemente attraversata da folgorazioni, cortocircuiti, ellissi del pensiero, deviazioni in fallo laterale. Angelo Lumelli è rincorso dalla poesia come dai personaggi femminili dei suoi romanzi e, anche quando sembra volerle sfuggire, ne viene riafferrato.
Gli indizi della “pista” da seguire si troveranno disseminati ovunque, nelle sue opere. Lasciamo quindi adesso fare a lui.
“…Io, quando viaggio, faccio i movimenti di una ricamatrice o attaccabottoni, zig-zag, orlo a giorno, punto a croce ecc.… Lo spazio certo, assicurato…nelle mappe delle destinazioni, non riesce in alcun modo a rassicurarmi… Anche i residenti spesso non conoscono dettagli che io ho scoperto… Ci sono deviazioni che portano nel posto amato… Risulta perciò che una deviazione si presenti come la vera meta… Con la coda dell’occhio guardo le stradine sterrate che sbucano… Deviando in mezzo ai campi… Un modo di assentarmi per includere il mancante…” (da bianco è l’istante, edizioni del verri – 2015).
Leggiamo i titoli di tutte le opere poetiche o simili che nella raccolta Le Poesie (edizioni del verri, 2020), vengono come dice l’autore “ri-pronunciate” – contromano – come si ri-originassero alla data di nascita di quel volume. Non sappiamo infatti quale altra formula potranno successivamente trovare, come osserva Eugenio Gazzola nell’introduzione. La contraddizione è sempre giocosamente in agguato. Se è un trattatello, però è incostante; se ci si trova al cospetto di una teoria questa è però bambina; o in cosa bella cosa (1977): “cosa bella cosa / nome senza cosa”
Il poeta gioca a “Prova a prendermi” con chi cerca di seguirlo? Quando credi di averlo afferrato lui si sposta su un viottolo laterale? “Quando arrivo non arrivo più io” (Le Poesie, 2020). E però, siamo sicuri che ci sia veramente contraddizione? Cosa ci vuole mostrare il poeta spostandosi?
“…il massimo dentro, il massimo fuori, un andirivieni?” (in Cento lettere, op. cit.).
Seguendo il procedimento di questa ricerca, sembra di percepire quasi il ritmo percussivo (“parole con le quali / da tanto mi percuoto”) di una trivella di perforazione del terreno – che per Angelo è il linguaggio – per estrarne la sostanza, così preziosa da voler rischiare fino a perforare se stesso:
“Su questo tema ho… un macellaio… accarezzava la testa della bestia… con l’altra lasciò partire il colpo di stordimento, il quale… colpì… la pelle tesa tra pollice e indice della mano consolatrice… il macellaio, a quel punto, estrasse il fazzoletto e lo avvolse intorno alla mano sanguinante ma con niente di rotto, come se così dovesse funzionare la poetica…” (da La porta girevole dell’Hotel Excelsior in Le Poesie, 2020).
Niente di veramente rotto: la tragedia insita nell’accadere – echi della Poetica di Aristotele – si ripara col “fazzoletto” della rappresentazione, mimesis dell’accadere:
“in assenza del fatto fare un altro fatto al posto del fatto un rimedio un baratto…” (da Cosa bella cosa – 1977)
“…il discorso è cominciato con lo spegnimento delle ultime parole spontanee…” … tutti mi sembrano vagare dentro una loro pausa… Cosa c’è in quella pausa?… Deriva da quel lato irreparabile della nostra pausa il tentativo di ribaltarla davanti a noi, come elemento positivo, al modo in cui è positivo un buco, luogo dove il linguaggio tesse la sua tela riparatrice? (da La porta girevole dell’Hotel Excelsior in Le Poesie, op. cit., 2020)
“…con la promessa di farci diventare pura voce, separa noi dalla nostra voce carnale… la poesia è dunque una proroga… dell’incontro con Seyn?… quell’idea di vuoto che costituisce l’ambiente della poesia, il suo batticuore, … la poesia appartiene alla ferita del linguaggio…” (in Cento lettere – 2023).
È lì che porta ogni volta la percussione dell’autore, sul linguaggio lineare che copre tutto, come fosse un nascondiglio, una truffa, mistificazione che la poesia potrebbe smascherare. A suffragio, ritrovo un’intervista che ebbi la fortuna di proporre ad Angelo Lumelli sul tema della sua scrittura, per la rivista “La Mosca di Milano” (numero 24, 2011), un dialogo che mi ha regalato una illuminante traccia in più. Ve ne offro alcuni frammenti:
“…poesia mi sembra abiti proprio qui, un luogo che ha fatto un buco nella mappa”… “…è noto che la poesia non va sulle proprie gambe… questo stato di invalidità dipende da… un ritardo sull’istante… un buon senso che la poesia non ha. Per quanto mi riguarda non ha neppure accettato… il rapporto tra soggetto e predicato, lasciando entrare in quel pertugio di tutto…”
Torna alla mente il Fedro di Platone:
“La scrittura è in una strana condizione… Le parole scritte…crederesti che potessero parlare quasi avessero in mente qualche cosa; ma se tu…chiedi loro qualche cosa di ciò che dicono esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. …Ogni discorso…ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi”. E prosegue: “…tra parentesi (vedi in vocalises) è invece la natura stessa del mostrare (l’opposto del nascondiglio) o ri-presentare (=la posizione di poesia): il mostrare come la porta basculante… non si rassegna al suo retro e gira, disperatamente… la parentesi è il perno di questa porta…” (Si veda qui, all’interno di Le Poesie, 2020, La porta girevole dell’Hotel Excelsior e in vocalises: “Guardaroba con lo specchio – anta girata e rigirata stanza capogiro – mente di continuo rovesciata”).
Deviandoci fuori dalla strada maestra, Angelo Lumelli ci ha portati fin qui in una ricerca implacabile – ma all’improvviso saettante di versi di stupefacente trasalimento lirico – per mostrarci ciò che sta all’origine: la posizione di poesia che “significa stare vuoti ad aspettare, significa aprire il cuore” (Cento lettere, 2023).
Infine, suggella quell’intervista con queste parole: “penso di essermi spiritualmente guadagnato il premio della disorganizzazione linguistica, una sorveglianza raggirata, un io che ride, parole che vanno in giostra fottendo un discorso fottuto. Poi succede che la giostra tace, all’improvviso, come fosse accaduta una disgrazia, in qualche altra parte di me”.
*Il testo è tratto da: Angelo Lumelli, La poesia incessante. Testimonianze critiche per la poesia di Angelo Lumelli. Con una antologia poetica, a cura di Marco Ercolani, Macabor editore, 2024.

**
Indice
TESTI CRITICI
Marco Ercolani, La cifra nel tappeto, p. 7
Michelangelo Coviello, Refrain Lumelli, p. 19
Milo de Angelis, De amicitia, p. 21
Dario Bertini, Il “magnifico errore” della poesia di Angelo Lumelli, p. 23
Giusi Busceti, Angelo Lumelli – una sorveglianza raggirata, p. 25
Dario Capello, La circolazione del duende, p. 31
Ignazio Romeo, Potrebbe essere quella la scena, p. 35
Luigi Ballerini, L’adesso di allora nella poesia di Angelo Lumelli, p. 41
Caterina Galizia, Una insistente variazione, p. 53
Nella Cazzador, Angelo Lumelli. La parola all’origine, così qui – così lontana, p. 61
Silvano Trevisani, Angelo Lumelli e il bisogno di una poesia compiuta, p. 71
ANTOLOGIA POETICA
BIBLIOGRAFIA
