Questo è un libro di poesie ri-pronunciate. Quaranta e più anni gettati ad arco, ad arcobaleno direi, sopra la trama e il tempo di una vita. Il cammino di un’opera verso se stessa. Non a caso, la cifra più incisiva, radicale, di questa poesia sembra quella di un dire che non si limita a dire ciò che dice, ma che interroga anche il fatto che lo sta dicendo. Una riflessione profonda sul senso primo, sulla potenza e l’impotenza della parola. Tra pronuncia e ripronuncia. Qui, nello “spalancato vuoto”, nell’intercapedine è situata la voce di Lumelli, una voce che sillaba i nomi delle cose, pur sapendo che sono sempre nomi di incantamento, illeggibili, e che il senso compiuto “fa presto a finire”.
Detto in altro modo: il poeta intende consegnare la parola a una sua specie di unicità, e nel contempo avverte che la parola è quanto di più sfuggente e scivoloso ci sia al mondo. Angelo Lumelli mi fa pensare a un nuovo Edipo, un Edipo novecentesco (quel “novecento che c’insegue”) che sa di non poter rispondere alla Sfinge, e quindi la interroga. Interroga la sfinge delle sfingi: la vita (che è enigma) attraverso una nominazione illuminata dei suoi punti di frattura, nei “dintorni” della verità. Quest’ultima, come la morte, resta senza nome.
Nelle splendide pagine conclusive, quelle della Porta girevole dell’Hotel Excelsior, Lumelli parla del ”modo con cui è positivo un buco, luogo dove il linguaggio tesse la sua tela“. E mi fa pensare a una memoria di Emilio Cecchi, risalente a un suo viaggio in Messico nel 1920. Cecchi esprime la sua meraviglia per la determinazione delle tessitrici del luogo a lasciare nel tappeto sempre un foro, uno spiraglio aperto alla circolazione del duende, dello spirito folletto. Un buco nell’ordito. È questa la pausa – madre? Quella pausa che incombe? Quel vuoto da ribaltare? E quel vuoto qui non è altro che consapevolezza linguistica (ancora siamo nell’enigma del senso e non senso, della potenza e impotenza della parola). Enigma del linguaggio, evento “dove parole e cose si biforcano”, o anche “cosa bella cosa / nome senza cosa”, dal momento in cui si prende consapevolezza che ogni parola diretta non può che mancare il bersaglio, fino a rovesciare l’eccelso nel suo contrario, come ben sapevano i mistici…
Quanta tensione interna, qui, mobilitata per aprire dei fori, per sciogliere la morsa stessa delle parole. Lumelli sente come pochi altri che ogni parola che viene al linguaggio può far tremare tutto il linguaggio. E ce lo dice così: “come un eroe ti ho visto in mezzo al linguaggio in rovina mentre / cadeva in pezzi di qua e di là“.
Un soffio, un fiato (e siamo tornati al duende nella poesia di Lumelli) ciò che sfugge alla sorveglianza, ciò che sovente reclama una torsione della prospettiva consueta, Una parola “rigirata dagli spiriti”, per dirla con Kafka, A esser più precisi, qui non è tanto la parola a venire rigirata dagli spiriti, quanto il fraseggio, l’andatura e il suo ironico “vocalizzo “. Tutta una trama di rovesciamenti, quasi sempre perentori, energici, fino a “capovolgere il rovescio – bella mossa “. (Sto pensando anche a Seelenboulevard, che già dal titolo è esemplare…). Sono sintagmi sradicati dal terreno, guidati da una percezione e da una logica che non è quella gerarchica della sintassi con le sue subordinate.
E in generale, tutta la poesia di Lumelli diffida dal mostrarsi troppo consequenziale e sciolta. È, la sua, una poesia di visioni che nascono da un attrito, da uno sfregamento che innesca la scintilla. Non sopporta troppe interpretazioni. Allo stesso modo, con qualche limite, vale quel che Freud dice dei sogni: sono già interpretazioni, non sono interpretabili.
Il registro linguistico insieme elevato (ma privo del peso solenne della gravitas) e sobrio diventa timbro (“grana della voce”, direbbe Roland Barthes) grazie a una sotterranea, energica tensione. È quella che impone e detta un ritmo. Ritmo binario, un-due, undue martellante, da marcia che incatena. Una marcia né funebre né trionfale. Forse quella del pellegrino del pensiero, del solitario camminatore, del viandante. Alles ist Weg, sentenziava Heidegger, tutto è via, cammino, Tao. Il senso del movimento e del procedere appare evidente nei versi di Lumelli, nonostante la certezza che venga a mancare il primo e l’ultimo gradino. Un movimento che non può essere rettilineo dunque, piuttosto una “finta partenza”, uno zig-zag, un rilancio oltre le linee, un contropiede. Comunque il ritorno di un’andata che forse non c’è neppure stata.
E a volte il ritmo binario prende figura nell’un-due del pugile. Dato e preso. Bruciante. Dato e preso fino alla richiesta di un break (ancora l’idea di una pausa, ma di altro genere). Infine, la donna. Altro enigma, quello della presenza femminile che attraversa tutta l’opera. Qui si riconosce l’archetipo di una Mater, dai tratti in parte mitici in parte realissimi e concreti. Il sacro e il terribile di una catabasi verso il grembo “dove affondo / come il rosso e il nero / che si addice”.
Detto tra parentesi, sono anche i colori della copertina del volume, il rosso e il nero, per curiosa sincronicità. Sotto il “frufru di seta”, sotto le sottane scorrono figure potenti del Mito. Le immagini del femminile qui son subito agganciate da quelle dell’invisibile divinità. Alla lettera, donna divina, chiara e scura. Maria, la “colma di grazia”, può essere incarnata di sbieco nella forma terrestre di una maestra elementare, quella che passa tra i banchi e che “forse mi sfiora i capelli”. E poi la maestra a sua volta si confonde con l’iniziatrice: “le cosce sotto la cattedra”. Una donna, nel profondo, irraggiungibile, come ha ben rilevato Milo De Angelis, in quanto “idea e creatura” insieme.
E proprio il tema nevralgico del femminile può essere elevato da mito personale in Angelo Lumelli a metafora grandiosa della poesia. Come l’ardente che dilaga nei sotterranei, nei pozzi, nelle ombre, e prova ad illuminare “quell’oscuro che ci ha salvato”.
*Il testo è tratto da: Angelo Lumelli, La poesia incessante. Testimonianze critiche per la poesia di Angelo Lumelli. Con una antologia poetica, a cura di Marco Ercolani, Macabor editore, 2024.

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Indice
TESTI CRITICI
Marco Ercolani, La cifra nel tappeto, p. 7
Michelangelo Coviello, Refrain Lumelli, p. 19
Milo de Angelis, De amicitia, p. 21
Dario Bertini, Il “magnifico errore” della poesia di Angelo Lumelli, p. 23
Giusi Busceti, Angelo Lumelli – una sorveglianza raggirata, p. 25
Dario Capello, La circolazione del duende, p. 31
Ignazio Romeo, Potrebbe essere quella la scena, p. 35
Luigi Ballerini, L’adesso di allora nella poesia di Angelo Lumelli, p. 41
Caterina Galizia, Una insistente variazione, p. 53
Nella Cazzador, Angelo Lumelli. La parola all’origine, così qui – così lontana, p. 61
Silvano Trevisani, Angelo Lumelli e il bisogno di una poesia compiuta, p. 71
ANTOLOGIA POETICA
BIBLIOGRAFIA
